Pattern-Seeking Animals
Only Passing Through

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Voto:

Senza perdere tempo, senza grattarsi le palle, per i Pattern-Seeking Animals è già terzo album e i risultati sono ancora incredibili. Il progetto parallelo di discendenza Spock’s Beard si è presentato al pubblico come una nuova incarnazione di prog melodico, ma il secondo disco ci ha subito mostrato una band che non voleva accontentarsi di rimanere confinata in questa connotazione, svelandosi così sicuramente più eclettica e varia nelle influenze. Questo terzo disco non poteva che esserne la diretta conseguenza, l’estensione della protesi creativa.

Sono sincero, “Only Passing Through” non è un dischetto come tanti (ma nemmeno “Prehensile Tales” lo era), non è l’ennesimo capriccio prog nostalgico come ce ne sono a migliaia, non è quel disco che consumi un mesetto e dimentichi, è invece un esempio di musica fresca fatta di influenze molto ben combinate.

Una base classica fatta di organi e mellotron c’è ma come già successo nei primi due album è a servizio di un sound fresco e moderno, questi suoni non vogliono comportarsi da nostalgici. Ancora una volta le parti synth suonano assai originali e non vogliono essere l’ennesimo tributo a Keith Emerson o Tony Banks. Fin qui nulla di nuovo, sono caratteristiche che abbiamo trovato anche nei primi due album. Ciò che invece rende il disco davvero ispirato ed interessante è la tangibile impronta etnica che è possibile riscontrare nelle composizioni; il sound resta fondamentalmente nordamericano ma spesso si tinge di colori latini, mediorientali, gitani, indiani, che non intendono prevalere ma fanno la loro parte e si fanno notare, non credo siamo di fronte ad un vero e proprio prog-folk ma queste inflessioni abbondano e regalano momenti etno-prog orecchiabili ed insoliti. Influenze riscontrabili anche nel precedente album (le due tracce brevi centrali erano lì a dimostrarlo), che già rappresentava un salto in avanti notevole, ma qui avviene proprio un’esplosione. Impossibile rimanere indifferenti a tutti quei suoni di mandolini smaglianti, violini malinconici, percussioni a tappeto, trombe squillanti.

Stavolta però hanno cercato di mantenersi su durate più brevi. Nel secondo album avevano voluto strafare e mostrare la loro natura più esplicitamente prog, l’obiettivo centrale sembrava essere lo sviluppo dei brani, la cura delle strutture; qui invece si pensa più a sviluppare le idee, a combinarle, a creare il giusto mix, se possibile facendolo in un minutaggio più contenuto. Il risultato forse è migliore anche se non saprei dire di quanto, possiamo dire che questo terzo album è una via di mezzo fra il primo ed il secondo album ma non si comporta come nessuno dei due, va oltre entrambi, è semplicemente “Only Passing Through” e basta. Il titolo è più che mai azzeccato perché descrive semplicemente quello che la band ha fatto, semplicemente andare oltre.

Per capire meglio come stanno le cose addentrarsi nelle tracce è la cosa migliore da fare. Le influenze sopra descritte sono sostanzialmente concentrate nelle prime quattro tracce. La prima “Everdark Mountain” è un perfetto e brillante folk-rock con un vivace e caldo mandolino e dei synth dalle tinte arabeggianti, un brano diretto ed efficace dal sapore estivo e mediterraneo. La seconda “I Can’t Stay Here Anymore” suona molto più americana, offre un rock accattivante e pungente ma sempre molto luminoso, con evidenti richiami a Kansas e Styx, ma quei tappeti di percussioni udibili giusto quel tanto spostano il sound verso le coste più centrali o meridionali del continente. L’apice del tutto però risiede nei 13 minuti (stavolta sì, si viaggia sulla lunga durata) di “Time Has a Way”, che scorrono a meraviglia senza intoppi, con una leggerezza estrema, passano veloci e nemmeno te ne accorgi; la prima parte è movimentata e vorticosa, si muove fra pungenti linee di basso, sfreghi di violini, canti di trombe, frizzanti percussioni, sprazzi di flamenco e più classici passaggi di organo, la seconda invece è più lenta e malinconica, e ha una parte che ha le sembianze di una rumba dove le percussioni scandiscono il suo ritmo delicato che fa da cornice ad una melodia più grigia e pre-autunnale. E poi c’è “Rock Paper Scissors”, che è un’altra cosa piuttosto originale a metà strada fra la ballata folk guidata dal mandolino e una sorta di tango malinconico scandito da precisi e decisi colpi di batteria e basso.

Il resto dell’album è piuttosto diverso ma sempre con lo stesso precetto di fondo: suonare fresco. Lo dimostra ad esempio “Said the Stranger”, dove le varie fughe ritmiche e strumentali sono accompagnate da loop di synth ipnotici e strani effetti ripetuti che ricordano il rumore di un seghetto che va avanti e indietro. “Here with You with Me” è invece un’esaltazione del lato più melodico e raffinato, la melodia viene potenziata e trascinata lungo tutti gli 8 minuti, minuti che forse potevano essere un pochino meno ma che non si buttano via affatto. L’esaltazione melodica riesce meglio nella title-track, che punta sull’aspetto più malinconico, suona volutamente desolata, lievemente sinfonica, è quello il brano melodico perfetto dell’album. Delude invece “Much Ado”, il punto più basso dell’album: esordisce bene con un funk insolito ma non lo approfondisce, si perde all’istante e non sa dove vuole andare, se essere più o meno melodica, se essere acustica o elettrica, se essere aggressiva o evitarlo, col risultato finale di non essere né l’una né l’altra cosa.

Ci sono anche due bonus track, “I’m Not Alright” è abbastanza trascurabile, “Just Another Day at the Beach” è invece un piccolo gioiellino pop, è la canzone da spiaggia perfetta, quella che demolisce il luogo comune della “canzonetta estiva di merda”, questa è estiva e allegra mantenendo piena decenza musicale, suona semplice ma suona bene, con le chitarre ben esposte ed arrangiate con semplicità ed intelligenza; io l’avrei tranquillamente messa nella tracklist regolare al posto di “Much Ado”.

Lo dico in tutta sincerità: i Pattern-Seeking Animals sono una realtà che non si può affatto ignorare, sono un nome brillante del nuovo prog e questo è uno dei migliori dischi dell’anno. E a quanto pare il bello non è ancora finito, la band è attivissima e lavora già ad un quarto capitolo. Mettere in pausa gli Spock’s Beard è stata una scelta più che mai azzeccata.

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