Era il 1977 e la Napoli di quell'anno non la immagino, non ci riesco, ma ne immagino i volti. I capelli ricci di ragazzi avvolti in total-jeans da brividi, le Superga bianche a macchiarsi d'asfalto, le vespe blu che schizzano nel traffico, tutti poi riuniti nei film di Troisi. Questi ragazzi presi in mezzo, tra il futuro terremoto e i rimasugli del colera, così lontani dall'esplosione del punk, ma con il "No Future" irrimediabilmente tatuato sulla fronte.

Nel 77 Pino Daniele aveva ventidue anni, dei capelli vaporosi, un grosso faccione, e del punk non ne sapeva nemmeno l'esistenza. Non so quale fu l'intento che lo mosse, so solo che prese la sua chitarra e cominciò a descrive la Napoli che lo circondava e finì casualmente per fare il primo disco di punk italiano.

"Terra Mia" è il "The Dubliners" dei napoletani. Tante storia di vita (o non-vita) vissuta che s'inseguono e si completano a vicenda fino ad arrivare ad una conclusione (o non-conclusione) ciclica, terribile, che pesa sulle coscienze del singolo oramai definitivamente alienato dalla restante parte del mondo che si è chiuso, arroccato, su se stesso. "Terra Mia" è il modo che un napoletano si prende per parlare di sè e della propria vita: contenuti terribili, che spezzano le schiene, ma posti con un sorriso in quel dolce-amaro che Napoli ti obbliga ad imparare a suon di cinghiate e calci sui denti. "Terra Mia" è la quintessenza del marxismo-qualunquista che solo in questo luogo (o non-luogo) può germogliare. "Terra Mia", nei suoi pregi e nelle sue bestialità, è Napoli e il Gennariello che in copertina offre una zolla di questa terra sta dicendo che non è necessario esserci per conoscere le cose di questo mondo, di Napoli. E' necessario esserci solo per farsi conoscere dalle cose, per farsele crescere addosso come funghi, per sporcarsi della realtà.

Domani Andrea discute la tesi. Una settimana e scapperà in Belgio. E' finita... uno alla volta ce ne andremo tutti. Gli ho preparato un biglietto. Gli ho scritto: "Barres, nazionalista, reazionario francese, scrisse: "non vi è libertà di pensare. Io non posso vivere che secondo i miei morti. Essi e la mia terra mi comandano una certa attività." Non dimenticare la selezione naturale alla quale hai partecipato."

Il disco è finito, sollevo la puntina. Ho una cosa in gola... Il bigliettino lo allego ad una copia di "Terra Mia" ...che gli ricordi chi è e da dove viene, dove è cresciuto e chi l'ha educato. Pure a Bastogne un napoletano rimane pur sempre un napoletano.

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