Copertina di The Velvet Underground White Light/White Heat
joe strummer

• Voto:

Per appassionati di rock psichedelico, cultore di musica alternativa, fan dei velvet underground, chi ama la musica sperimentale e le tematiche profonde
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LA RECENSIONE

La discesa agli inferi dei Velvet Underground continua nel secondo lavoro del gruppo, questa volta senza Nico né Warhol.

Ciò che ne vien fuori è un intruglio ancora più torbido di sesso e morte, un’ipnosi tagliente che si espande sempre più. I carillon melodici dell’esordio sono abbandonati a favore di un maggiore uniformità di suono che rimanda a brani come “European Son”, “The Black Angel’s Death Song” e “I’m Waiting For The Man”. La band insiste sulla psichedelia febbrile che fino a quel momento aveva caratterizzato solo una parte del loro suono. Bisogna constatare che questo secondo disco non è ampio come il precedente; se “The Velvet Underground & Nico” era una sintesi estrema di tutto ciò che il rock era stato e sarebbe stato, “White Light/White Heat” è un affresco, egualmente terribile, di vita e morte. Da questo punto di vista, la coerenza musica-tematiche è maggiore nell’album in questione; la paranoia urbana, la corruzione dello spirito, l’edonismo e, più in generale, la società del XX secolo si incidono su queste immani distorsioni in modo perfetto.

L’opera, pur essendo inferiore per importanza storica, ha una carica “poetica” sicuramente pari a quello precedente, se non superiore. Queste 6 canzoni scaturiscono dall’incontro micidiale tra selvagge distorsioni ed una freddezza inumana. Ci si inoltra in territori ancora sconosciuti. La title track apre il disco, un rock'n'roll frenetico e malato. Ma non c’è niente di piacevole, perché ci ritroviamo presto in un vorticare di voci e rumori delirante. La droga lascia il posto al panico ed al rimorso con “The Gift”; uno tra i brani più originali del gruppo. Il parlato di Cale, monotono e straniante, narra la lunga storia di un uomo che si invia in un pacco alla fidanzata che lo uccide mentre tenta di aprire il dono con delle forbici. Liriche e musica hanno una potenza emotiva formidabile dando vita ad un esperimento sicuramente riuscito. “Poi s’inginocchiò, prese il taglialamiere con entrambe le mani, fece un respiro profondo, e sprofondò la lunga lama al centro del pacco, attraverso lo scotch, attraverso il cartone, attraverso l’imbottitura, e attraverso il centro della testa di Waldo Jeffers, che si squarciò lieve tra archi ritmici di color rosso che pulsavano dolcemente nel sole del mattino”. "Lady Godiva's Operation” è un’altra terribile visione di morte. La voce morbida di Cale e quella acida di Reed si intrecciano in una superba poesia oscura. La melodia è accuratamente immediata, ma le sensazioni sono tutt’altro che positive. La morte della lady è annunciata da terribili sospiri nel finale.

Here She Comes Now”, unico calo di tensione, è un ossessivo reiterarsi di pulsioni sessuali e desiderio. L’ossessività pervade ogni nota del disco. “I Heard Her Call My Name”, altro incubo popolato di spettri, è una scarica elettrica devastante, caratterizzata dalla ritmica incalzante e le distorsioni furiose. I 17 minuti di “Sister Ray” deflagrano mostruosamente davanti ai nostri occhi. La prima sensazione è il disorientamento. Droga, sesso e morte si succedono nello sviluppo della vicenda. Il terribile caos eretto dal muro di distorsioni è imponente, la ritmica costante accompagna una sorta di messa nera, in cui il rumore si fa arte. Il sovrapporsi confusionario di chitarra e organo danno vita ad un demonio assetato di sangue. La vittima sacrificale siamo noi, intrappolati in questa orgiastica poesia. Il brano, uno dei più estremi della storia del rock, è anche uno dei più completi e ben concepiti dal gruppo. Reed non sarà mai più così incisivo nel canto, le trame psichedeliche di Cale sono qui al loro massimo splendore, il suono dei Velvet Underground non è mai stato così violento e grezzo. Lo stupore dei primi ascolti lascia successivamente posto ad un vero e proprio piacere sadico che viene stimolato veementemente da “Sister Ray”; perfetta, apice assoluto della carriera del gruppo e probabilmente tra quei pochi brani che riassumono in sé tutta una filosofia di vita e, più in generale, uno stato della mente.

“White Light/White Heat” non eguaglia il predecessore, anche perché si tratta forse del disco più importante di sempre, ma è senza dubbio un album fondamentale. La copertina esprime bene l’atmosfera dominante nei sei brani. Una vorticosa spirale di morte che assale i sensi e ci lascia un senso di stupore enorme. Questo è il disco; un dipinto nero, un presagio di morte. Poesia metropolitana.

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Riassunto del Bot

La recensione analizza 'White Light/White Heat', il secondo album dei Velvet Underground, evidenziandone la maggiore oscurità e coerenza tematica rispetto al debutto. Il disco si distingue per l'intenso mix di distorsioni, psichedelia e tematiche crude come morte, droga e paranoia urbana. Brani come 'The Gift' e 'Sister Ray' emergono come esperimenti sonori e poetici estremi. Pur inferiore storicamente al precedente, l'album viene lodato per la sua carica poetica e il suo impatto emotivo profondo.

Tracce testi video

01   White Light/White Heat (02:47)

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02   The Gift (08:19)

03   Lady Godiva's Operation (04:56)

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04   Here She Comes Now (02:04)

05   I Heard Her Call My Name (04:38)

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The Velvet Underground

I Velvet Underground sono stati una band statunitense formata a New York nel 1964 da Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker. Con l’appoggio di Andy Warhol e la voce di Nico, hanno rivoluzionato la musica rock fondendo avanguardia, arte, rumore e poesia urbana come nessun altro.
49 Recensioni

Altre recensioni

Di  easycure

 Mai un gruppo ha avuto un'influenza tanto enorme e mai un gruppo è stato così unico, imprescindibile, fuori da qualsiasi genere ma incredibilmente importante.

 'Sister Ray' è il culmine dell'album e forse dell'intera carriera dei VU: 17 minuti di cavalcata ipnotica, con un crescendo sciamanico che inquietano e trascinano.


Di  Antonino91

 La qualità sonora pessima non è un difetto, ma una veste che contraddistingue l’album da qualsiasi altro.

 ‘Sister Ray’ è il capolavoro assoluto, aggressivo, grezzo e bellissimo, ispirazione per i Sonic Youth e simbolo dei Velvet.


Di  Fast&Bulbous

 "White Light/White Heat è il punk prima del punk, il metal prima del metal, la new wave prima della new wave."

 "'Sister Ray' è il brano più sconvolgente che un gruppo musicale abbia mai creato: 17 minuti di libido musicale, follia sonora e agonia improvvisa."


Di  Neu!_Cannas

 Questo è il punto di arrivo di quella ricerca nella sperimentazione che aveva avuto come tappe principali le ultime due tracce del The Velvet Underground & Nico.

 Qui c’è il Punk, qui c’è heavy metal, qui c’è hard rock, qui c’è tutta la musica rock anni ‘70, qui ci sono gli esperimenti figli della scuola di Stockhausen o di La Monte Young.


Di  Luca Ventura

 Sbattuti fuori dal gruppo una cantante tedesca e un pubblicitario d’origine polacche, i Velvet Underground entrano in studio con un mood incazzereccio e un sistema nervoso sfibrato.

 Consiglio questo disco a chiunque abbia voglia di divertirsi a costo di ustionarsi le orecchie, a chi ha voglia di sentire della buona musica vorticosa, una poltiglia sonora nella quale gli strumenti sono indistricabili l’uno dall’altro.


White Light/White Heat ha 8 recensioni su DeBaser.
Puoi scopri tutti i dettaglio nella pagina dell'opera.