Copertina di The Velvet Underground White Light/White Heat
Luca Ventura

• Voto:

Per appassionati di rock sperimentale, fan dei velvet underground, amanti della musica alternativa e sperimentale, ascoltatori curiosi di sonorità estreme e non convenzionali
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LA RECENSIONE

Sbattuti fuori dal gruppo una cantante tedesca e un pubblicitario d’origini polacche, i Velvet Underground entrano in studio con un mood incazzereccio e un sistema nervoso sfibrato. Mettono gli ampli al massimo, volume a fondere, e cominciano a suonare.

Chi di voi suona il basso? Non c’è basso!

I fonici etichettano la jam come suprema porcheria da post-adolescenti dalle vene sbrindellate e trascurano tutta la produzione (chi si faceva la propria ragazza sul mixer, chi si faceva il proprio cazzo sul cesso), e grazie alla loro negligenza oggi abbiamo questo mastodontico antenato (uno di quelli con i peli ispidi e lunghe zanne conficcate nel ghiaccio) del lo-fi.

Percussioni primitive fanno da graticola alla viola che sfrigola, alle chitarre che sbuffano e sferragliano, alla voce nervosa e vibrante mentre l’organetto si distende esausto come una colata d’acido sul magma ribollente formato dagli altri strumenti. Le canzoni passano dall’anfetaminica (aggettivo abusato da recensori che vogliono fare gli spaccosi, ma che qua va preso proprio letteralmente) title-track allo spoken word di “The Gift” dove la voce di John Cale recita un testo di humor nero (un ironia simile si può ritrovare in qualche racconto di "Cavie" di Palahniuk) scritto da Lou Reed. “Lady Godiva’s Operation”, recitata da un Cale sotto anestetico (Nick Drake deve aver preso nota) parla di un cambiamento di sesso, e termina proprio in una “vertigine d’anestesia” con Reed che sbuca come un pappagallo gracchiante da lungomare di Bahia a sottolineare le parole del compagno di gruppo. Le altre due canzoni servono prima a rallentare, a cambiare gli amplificatori fusi e a scraticchiare le corde degli strumenti ("Here She Comes Now") e poi a riprendere il passo ("I Heard Her Call My Name"), e, forse, a mettere in guardia lo spettatore. Insomma, “I Heard Her Call My Name” dovrebbe già far capire la potenziale pericolosità del gruppo, ascoltate l’inizio, ricorda quello di “Search and Destroy” (ricorda a me, perché ho sentito prima gli Stooges dei Velvet…sai, quando sei un adolescente all’inizio del terzo millennio per trovare della buona musica vai a ritroso, e poi torni in avanti quando sei pronto per roba tipo i dEUS o gli Animal Collective, gente che non avresti potuto apprezzare conoscendo solo loro contemporanei del tipo Ligabue o Linkin Park)… se qualcuno non la intuisce qua, la loro pericolosità intendo, allora non gli rimane che essere fagocitato dalle fauci feroci di Sister Ray”. Una canzone scritta in treno, che ha proprio l’incedere di un vagone merci sulle rotaie. Le merci trasportate sono anfe, gay e pulotti morti. Cioè, muoiono strada facendo. Anche qui (qui sulla macchia lasciata sul tappeto da un pulotto morto) emerge un umorismo a metà strada tra barzelletta yiddish e teatro dell'assurdo:

 “Oh no, non avresti dovuto farlo! Non lo sai che macchierai il tappeto?!?!?

…e..appproposito, n’ncel’hai un dollaro?”
“Oh no, non c’ho proprio il tempo … so’ troppo impegnato a succhiarme er batacchio”

E io sono troppo impegnato ad ascoltarmi questo discolo per fare attenzione alla vecchia che mi chiede di cederle il posto sull’autobus..insomma sono le sette di mattina, c’ho pure i corsi di recupero da fare, ‘sta bolgia nelle orecchie..e tu, vecchia, non puoi ‘chiapparti un altro posto o startene in piedi che fa tanto bene alle vene varicose? Che tanto non ti sento… sono sotto dove il drone rallenta… mi ringuscio cheto-cheto in un ampli fumante…

Consiglio questo disco a chiunque abbia voglia di divertirsi a costo di ustionarsi le orecchie, a chi ha voglia di sentire della buona musica vorticosa, una poltiglia sonora nella quale gli strumenti sono indistricabili l'uno dall'altro. Sconsigliato a chi si sente in dovere di ascoltarlo solo perché è "il secondo album dei Velvet Underground". Dal primo starnazzo all'ultimo sibilo: questo è un viaggio, non un compito per le vacanze.

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Riassunto del Bot

La recensione analizza il secondo album dei Velvet Underground, 'White Light/White Heat', evidenziandone l'approccio sonoro aggressivo e sperimentale. Il disco è descritto come un viaggio sonoro intenso, dominato da distorsioni, ironia nera nei testi e atmosfere esaltanti. L'autore lo consiglia a chi cerca una musica vorticosa e non convenzionale, mettendo in guardia gli ascoltatori meno preparati. L'album è presentato come un capolavoro del rock alternativo e del lo-fi.

Tracce testi video

01   White Light/White Heat (02:47)

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02   The Gift (08:19)

03   Lady Godiva's Operation (04:56)

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04   Here She Comes Now (02:04)

05   I Heard Her Call My Name (04:38)

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The Velvet Underground

I Velvet Underground sono stati una band statunitense formata a New York nel 1964 da Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker. Con l’appoggio di Andy Warhol e la voce di Nico, hanno rivoluzionato la musica rock fondendo avanguardia, arte, rumore e poesia urbana come nessun altro.
49 Recensioni

Altre recensioni

Di  easycure

 Mai un gruppo ha avuto un'influenza tanto enorme e mai un gruppo è stato così unico, imprescindibile, fuori da qualsiasi genere ma incredibilmente importante.

 'Sister Ray' è il culmine dell'album e forse dell'intera carriera dei VU: 17 minuti di cavalcata ipnotica, con un crescendo sciamanico che inquietano e trascinano.


Di  Antonino91

 La qualità sonora pessima non è un difetto, ma una veste che contraddistingue l’album da qualsiasi altro.

 ‘Sister Ray’ è il capolavoro assoluto, aggressivo, grezzo e bellissimo, ispirazione per i Sonic Youth e simbolo dei Velvet.


Di  joe strummer

 Le 6 canzoni scaturiscono dall’incontro micidiale tra selvagge distorsioni ed una freddezza inumana.

 ‘Sister Ray’ è l’apice assoluto della carriera del gruppo, riassume in sé tutta una filosofia di vita e uno stato della mente.


Di  Fast&Bulbous

 "White Light/White Heat è il punk prima del punk, il metal prima del metal, la new wave prima della new wave."

 "'Sister Ray' è il brano più sconvolgente che un gruppo musicale abbia mai creato: 17 minuti di libido musicale, follia sonora e agonia improvvisa."


Di  Neu!_Cannas

 Questo è il punto di arrivo di quella ricerca nella sperimentazione che aveva avuto come tappe principali le ultime due tracce del The Velvet Underground & Nico.

 Qui c’è il Punk, qui c’è heavy metal, qui c’è hard rock, qui c’è tutta la musica rock anni ‘70, qui ci sono gli esperimenti figli della scuola di Stockhausen o di La Monte Young.


White Light/White Heat ha 8 recensioni su DeBaser.
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