Alexander "Skip" Spence
Oar

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Voto:

La voce di “Skip” mi ricorda quella di Jimi Hendrix. Questi non si definiva un grande cantante, anzi, odiava la propria voce. Riguardo a Spence, non so quanto gli importasse avere una grande voce. Sta di fatto che con quella sua ugola, con quei suoi falsetti molto enfatizzati, su un appoggio baritonale, sapeva come emozionare, sapeva come tirar fuori quanto di più profondo, eppur semplice, l’anima avesse bisogno di liberare.

Nato come batterista, diviso tra Stati Uniti e Canada, la sua prima incisione di gruppo avviene nel 1966: si tratta dell’album di debutto dei Jefferson Airplane, che li dovrebbe far, letteralmente, “decollare” (“take off”). Viene licenziato dai suoi compagni per un viaggio in Messico che non aveva annunciato. Che buffo, e alquanto tragico, modo di uscire da una situazione comunitaria!?
A questo punto, Spence prende in considerazione l’idea di entrare nei Buffalo Springfield di Neil Young e Stephen Stills, ma ripara fondando i Moby Grape, una band che avrebbe creato, partendo da una base psichedelica, un amalgama di blues, folk/country e jazz, unico per il periodo ma poco celebrato.
In questo contesto, passa dalla batteria alla chitarra ritmica, ma la prima incarnazione della band – Skip Spence (voce e chitarra ritmica), Peter Lewis (voce e chitarra ritmica), Jerry Miller (voce e chitarra solista), Bob Mosley (voce e basso), Don Stevenson (voce, batteria) – ha vita breve (1966–1968) perché, durante le registrazioni per il secondo album, “Wow”, Spence, in preda a un delirio lisergico, credendo di essere l’Anticristo, cerca di sfondare la porta della stanza d’albergo di Miller con un’ascia (Jack Nicholson/Torrence, levati!) con lo scopo di far fuori Stevenson per salvarlo da sé stesso (secondo le dichiarazioni di Lewis). Skip viene prima incarcerato, poi internato in un ospedale psichiatrico, dove lo imbottiscono di Thorazine, in seguito alla diagnosi di schizofrenia.
Dopo sei mesi viene rilasciato, e, con diverse canzoni nel cantiere della sua mente, si presenta ai Columbia Studios di Nashville, su consiglio del produttore David Rubinson, per registrare l’unico tassello della sua “carriera” solistica, una delle più fulgide gemme del folk americano, iniettato di psichedelia, “Oar” (“remo”).

L’album, registrato nel dicembre ’68, uscito nel ’69, consta di dodici tracce, accumunate, in minore o maggiore dose, da un’atmosfera formalmente asettica, apparentemente priva di slancio, ma nella quale, in realtà, sta la grandezza e la profondità del modo di comporre di Spence.
Come una sorta di Syd Barrett d’oltreoceano, a lui contemporaneo, perciò senza alcun condizionamento reciproco, Skip vuota il sacco, in maniera naif, cantando di sé, a volte anche allegoricamente, lambendo (o penetrando) il nonsense.
Registrato a partire dal maggio ’68, pubblicato nel gennaio del decennio nuovo, il primo lavoro solistico di Barrett, “The Madcap Laughs” risulta essere il gemello britannico di “Oar”, e condivide con il suo predecessore (di poco!) un’attitudine annoiata, ma pregnante, una cadenza e un respiro sommessi, che però a volte subiscono delle impennate, secondo una vena schizofrenica che si addice alle personalità complicate, e co-implicanti, degli artisti.

Atmosfera circense, con dei bambini come protagonisti, in “Little Hands”; sinistra evocazione coheniana, “Cripple Creek”, su uno storpio che abbandona il suo corpo, e, una volta raggiunto da un angelo, si rende conto di essere solo, che la sua amata non c’è ad attenderlo in cielo; “Weighted Down (The Prison Song)”, forse il miglior pezzo di Spence, proto-slowcore, sull’essere soldato e avere un peso addosso, tema ricorrente nell’album, e sull’essere tradito; “War in Peace”, altro pezzo a confrontarsi con il tema della morte; la lunga “Grey/Afro”, sostenuta da una ritmica assurda, da un basso e da una batteria che guidano il canto di Skip in maniera perfetta, chiudendo il cerchio di un album che non ha eguali nella storia della musica.

Cosa rende “Oar” un assoluto capolavoro?

  1. Spence suona tutti gli strumenti;
  2. Riesce a unire – in un’organica miscela freak psichedelia, folk, country, funk, rock, e soprattutto blues;
  3. È l’opera di una vita, che condensa il profondo travaglio interiore di un artista, in maniera assolutamente genuina.

Irraggiungibile, nonostante l’omonimo di Barrett, di poco successivo a “The Madcap Laughs”, gli si avvicini, “Oar” è l’opera di un genio che, probabilmente, non sapeva di esserlo, e di un musicista che aveva poco da spartire con molti dei suoi contemporanei, in quanto a versatilità e a estro strumentale. Il Brian Jones dei Moby Grape, artista di culto, tributato dai suoi eredi (tra cui Robert Plant, Mark Lanegan, Mudhoney, Robyn Hitchcock, Tom Waits e Beck) con l’album “More Oar” (datato 1999, anno della sua morte), Alexander Spence va ricordato per il suo involontario e, per questo, indispensabile contributo al cantautorato freak di lisergica memoria, che si sarebbe sviluppato negli anni ’80 con artisti come il sopracitato Robyn Hitchcock.

Voto: 10/10

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Commenti (Tredici)

IlConte
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Fa parte di quei “dischi” che vanno oltre il sound, che “raccontano” ciò che vive e prova una persona particolare, non nella norma, un folle, un mezzo (o totale) pazzo. Quindi un “disco” che è il percorso celebrale e fisico di un uomo al di sopra di ogni discorso musicale. Come gli “altri”, per lui la musica è stata solo la valvola di sfogo (neanche molto goduto, purtroppo)...
Quanti Skip o Roger, o Bruce, o Peter (oddio lui ci ammazzava pure come chitarrista) non conosciamo solo perché sono rimasti lì soli in un bar o per la strada, persi nel loro non starci dentro... li capisco benissimo e mando tutti loro un forte abbraccio in qualsiasi mondo siano finiti.

Il disco non lo “misuro” musicalmente è da 5 sempre o da senza voto perché appunto è troppo oltre il concetto musicale.

Per questo preferirei recensioni meno descrittive e tecniche su questa roba a costo proprio di non parlare quasi del disco... ma è scritta bene e su di lui pure un triplone fatto bene si prende e si tiene stretto.
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IlConte: Ah, i “matti” per me sono i restanti 99,99% di questa merda, ovviamon... oppure amo i matti!
ALFAMA
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Tanto si è detto su questo lavoro che come @[IlConte] avrei preferito una presentazione più personale. Comunque sia gran lavoro che non ho mai sentito come il gemello musicale di " The Madcap Laughs".
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Nico63
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Non conoscendo fino a oggi costui, leggere di una prossimità con " The Madcap Laughs" e "Barrett" mi procura la sensazione che mi procurerebbe il venire a conoscenza che accanto a due delle vie da me più frequentate della mia città ce n'è una che non ho mai percorso...
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Onirico
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Ci sono assoli strumentali di pregevole fattura?
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Carlos
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Ci sono già altre due recensioni decisamente migliori. Come detto infinite volte, ci sono un sacco di opere rivelanti di artisti rivelanti non ancora recensiti. Se vuoi scrivere su cose, che, per quanto già recensite, sono pregevoli, allora facci il favore di scrivere roba tua e non stronzate che posso leggere ovunque per i cazzi miei.
BËL (02)
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woodstock: sempre nei secoli
hellraiser
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Beh, mi sarebbe sempre piaciuto trascorrere una bella serata al pub con lui, Barrett, Majo Thompson, Sky Saxon, Roky Eriksson e lasciarli parlare per vedere l'effetto che fa. Io me ne starei in disparte con una bella pinta, anche due. Disco musicalmente inascoltabile ma che ha un aurea magica. Personaggio mitico, un album che amo molto
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SilasLang
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Eh beh...dire che l'ho consumato è dire poco. 12 perle grezze e trasognate. Su tutte la spastica "War In Peace"...
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lector
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Capolavoro senza tempo a cui sono profondamente legato. E' sempre un bene che se ne parli e, se il parlarne porta anche solo una persona a scoprire questo scrigno di abissali oscurità, allora ne sarà valsa la pena.
Recensione asciutta e circostanziata (non sono d'accordo su tutto, ma chissenefrega), forse giusto un po' troppo scolastica. Perde qualche punto perché sul sito ci sono già altre due recensioni di "Oar" che (per me, sia chiaro, per me) sono migliori di questa

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Carlos: Come sei socialdemocratico ;) :D
Cialtronius
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Irraggiungibile, nonostante l’omonimo di Barrett, di poco successivo a “The Madcap Laughs”, gli si avvicini

VOI L'AVEte capita sta frase?

sto ascoltando bella war in peace
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nangaparbat
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Disco splendido.
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CosmicJocker
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Disco enorme (più che di "madcap laughs" per me è della stessa famiglia dei "the cycle is complete" e dei "end of the game")..concordo sulla troppa scolasticita' della pagina..
BËL (01)
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CosmicJocker: Poi per un disco così..
masturbatio
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Non c'era ub'alrra rece se nkn sbaglio? Comunque ben scritta e tante infldmazioni, se vede che il dicco ti ha colpito è fenomenale
BËL (00)
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hellraiser: Paralisi facciale?
masturbatio: Non ho capito non ho ben capito cos'ho scritto,scusate andava in. Un'altra receza
masturbatio: Ah no era giusto ma l'ho scritto da cani,l'artista slip non si discute
bluesboy94
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Un disco(ne) che sembra un testamento spirituale, in quanto partorito da un'anima sull'orlo dell'abisso.
BËL (01)
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