Satyricon Nemesis Divina
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Se dovessi consigliarvi qualche lavoro dei Satyricon sicuramente vi consiglierei la triologia iniziale, ma se dovessi consigliarvi un solo brano, la scelta ricadrebbe sulla spiritule “Mother North” , contenuto in "Nemesis Divina". L'album è la naturale evoluzione di “The Shadowthrone”,con una produzione e tastiere più curate, chitarre maligne ed avvincenti, che qua hanno una valenza fortemente drammatica. Ciò che rimane è la loro forte componente epica, mischiando nevi, gelo e tenaci tempeste a scrosci di poemi vichinghi con una raffinatezza che ha ben pochi rivali aprendoci la porta verso un regno incastonato nel ghiaccio perso nello spazio e nel tempo, una battaglia che per la prima volta ci vedrà degni vincitori.
Tra I brani bisogna citare le ancestrali tensioni di  “Mother North”, che sale in cattedra come uno dei  migliori pezzi Black Metal mai composti,eletta  anche da coloro che non sono fans sfegati. Basta soltanto dirvi che I Darkthrone hanno proposto il brano come inno nazionale Norvegese, sia per la grande personalità della musica ma anche per il forte spirito nazionalista norvergese, cruda condanna a le invasioni cristiane del Medioevo. Ma tutto “Nemesis Divina” è un catalogo esemplare di capolavori su capolavori : “Immortality Passion” con svolazzi pianistici e riffs di una bellezza allucinante che non ha nulla da invidiare a una “Dominions Of Satyricon” per epicità e fierezza, il falò splendente di “Forhekset” l'alito caldo di “Du Son Hater Gud” e infine la sacralità mortuaria di “Transcendental Requiem of Slaves”.
Un lavoro fondamentale per il genere, che ha influenzato decine e decine di band. Senza andare molto lontano secondo me il primo album dei Dismal Euphony a livello di melodie, riffs e atmosfere è influenzato tantissimo da questo lavoro ( provate a sentire "Ekko" e ditemi che non è dannatamente Satyiriana)
Se ll'epicità nordica avesse
Portishead Portishead
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Portishead Portishead
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Portishead Portishead
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Shape Of Despair Shades Of...
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Non siamo altro che foglie d'Autunno...

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Re: Shape of Despair
« Risposta #8 il: Ieri alle 01:30 »

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Finalmente ho ascoltato un nuovo lavoro degli Shape, ovvero “Shades Of..." , il primo lavoro, dove la musica è totalmente diversa rinunciando agli elementi che contraddistingueranno la loro proposta con il successivo “ Angel Of Distress”, capolavoro custodito su uno scrigno d'ebano. Se in quest' ultimo il fumo d'autunno e la cupezza emergevano con forza, grazie anche ad un attitudine melodrammatica e con un gusto quasi sinfonico, “Shades Of ..." cambia totalmente le carte in tavola. La sua fosca favola infatti è ancora più cupo, torvo ed oppressivo rispetto al successore, con delle chitarre più presenti e con le tastiere che non interpretano ancora i ruoli di primo piano quasi ambient, ma sono qui delegate in un ruolo di cornice. Se manca il violino, qui il ruolo da primadonna spetta al flauto, ipnotico come una cantilena.
Qui la sofferenza non viene espressa con teatrali fanfare, ma si sceglie una strada più minimalista e scarna. Possiamo dire con tranquillità che cambia la forma ma non la sostanza, e rimane dunque invariata la loro profondità di scrittura. La musica diviene una un lento flusso dove si diventa insignificanti magnati dell'inermità. É impossibile raggiungere ciò che vuoi, soprattutto in pezzi come “In The Mist... “ da lacrime agli occhi.

Quando il Buio sublima il dolore.
The Gathering The West Pole
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Con l'uscita del progetto Aqua de Annique ero arrivata alla conclusione, inaspettata fino ad allora, che non basta la sola voce di Anneke per creare musica intensa ed inaspettata. Invece I The Gathering hanno dimostrato, con “The West Pole”, lontano da una stroncatura mostruosa, che anche senza Anneke, la loro classe rimane inalterata. Cambiano però le coordinate sonore, senza dimenticare la loro mistica profondità che da 20 anni è il loro trademark, in maniera inaspettata e cupa. Non cè più una marcata devozione all'elettronica, se non per qualche piccola influenza ambient, ma ci disarmano con un lavoro malinconicamente sognante, minimalista ,disteso, dove la fa da padrone solo un soffuso tappeto di tastiere. La voce di Silje Wergeland è una tenue carezza. I più cinici diranno che la sua voce è maledettamente simile alla voce di Anneke non raggiungendone lo spessore innato, ma si può dire che si dimostra una dolce cura alla sua mancanza. Tra I brani spiccano l'ologramma lucicoso di “Treasure” , la negatività senza speranza della titletrack, vicine a certe composizioni dell' EP “Black Light District” , l'eleganza sinuosa di “No Bird Call”, l'implicita esplosione di “Pale Traces” e la rondante sensualità di “A Costant Run”.
Se devo essere onesta per me per ora “The West Pole” è la migliore uscita dell'anno e raggiunge I trascendenti livelli dei suoi precedossori illustri.
Dark Tranquillity Skydancer
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molto particolare
Porcupine Tree Deadwing
Voto:
Deadwing è il primo lavoro che ascolto dei Porcupine Tree e mi hanno sempre incuriosito per il loro legame, di stima e di collaborazione che li lega gli Opeth, band per cui stravedo. Ed hanno in comune il desiderio di ricreare unicamente emozioni, ed in un certo senso è una loro versione, non estrema, rockeggiante, sognante, dilatate ed ottimista, annebbiando il cervello con un perfetto connubio tra aperture acustiche e momenti aggressivi. Mantengono alta la qualità dell' offerta sonora grazie alla voce di Wilson , paradisiaca e vellutata come non mai. Tra i brani spicca la trascinante bramosia di “Shallow”, il romanticismo di “Lazarus”, talmente delicata nella sua classe pop da essere disarmante,la bonus track “Half Light”, il messaggio positiva di “ Mellotron Scratch“ e le bellissime “Arriving Somewhere But Not Here” e “Glass Arm Shattering” . La prima spaziale e dilatata, la seconda marittima ed onirica.
Porcupine Tree Deadwing
Voto:
non mi trovo d'accordo:Deadwing è il primo lavoro che ascolto dei Porcupine Tree e mi hanno sempre incuriosito per il loro legame, di stima e di collaborazione che li lega gli Opeth, band per cui stravedo. Ed hanno in comune il desiderio di ricreare unicamente emozioni, ed in un certo senso è una loro versione, non estrema, rockeggiante, sognante, dilatate ed ottimista, annebbiando il cervello con un perfetto connubio tra aperture acustiche e momenti aggressivi. Mantengono alta la qualità dell' offerta sonora grazie alla voce di Wilson , paradisiaca e vellutata come non mai. Tra i brani spicca la trascinante bramosia di “Shallow”, il romanticismo di “Lazarus”, talmente delicata nella sua classe pop da essere disarmante,la bonus track “Half Light”, il messaggio positiva di “ Mellotron Scratch“ e le bellissime “Arriving Somewhere But Not Here” e “Glass Arm Shattering” . La prima spaziale e dilatata, la seconda marittima ed onirica.