Sì, lo so, c'erano già numerose recensioni su questo disco, non voletemene.
Il fatto è che è difficile darsi un freno nell'esaminare e incensare ciò che il Maestro ha fatto, soprattutto in questo disco.
Battiato arriva a questa opera nel 1981; non è un musicista di primo pelo. Sa cosa vuol dire fare musica, sa cosa vuol dire fare una canzone a modo e sa come infrangere le regole. Ma in questo disco per certi versi si supera: questo non vuol dire neanche lontanamente che il suo stile più prettamente sperimentale - degli esordi - sia da considerare di seconda categoria, né dobbiamo cedere alla tentazione di considerare che il vero Battiato, in fondo, sia solo questo. Ma al netto di tutto io credo che in questo disco il cantautore raggiunga uno dei suoi massimi livelli.
La componente musicale, ad esempio, è un pop che raramente arriva anche solo a lambire territori rock - se non per determinati aspetti che tra poco citeremo - ma che non per questo risulta stucchevole. Sono frequenti ritmiche interessanti, linee di basso ben oltre l'ordinario, sintetizzatori usati alla meraviglia. I testi vanno dal nonsense all'ironia, dal riempitivo all'atmosfera. Battiato, insomma, dopo alcuni dischi che lo avevano incoronato come uno dei più eclettici artisti di area prog/sperimentale, si apriva al mercato mainstream che ha segnato l'immaginario dell'Italia anni '80 come un'icona pop dal gusto raffinatissimo e una spanna sopra tutti.
"Summer on a Solitary Beach" ha un riff ispirato e molto gradevole, il pezzo si scioglie con eleganza e atmosfera. "Bandiera Bianca" ha un testo più carico e si scorge per niente velatamente l'anima più critica del cantautore. Sul piano musicale anche il secondo brano non ha ritmiche particolarmente incalzanti, tuttavia gli incastri che compongono il pezzo dimostrano la profonda conoscenza che Battiato aveva dei diversi stilemi rock. "Gli uccelli" è un brano più di atmosfera, dove il nostro affila le caratteristiche che lo hanno reso celebre, tra cui ovviamente anche la sua tecnica vocale. "Cuccuruccuccù", celeberrima, recupera alcuni echi di punk rock classico una una sezione ritmica serratissima e un brano che alza i BPM sapendosi però concedere atmosfere orecchiabili. "Segnali di vita" a volte è un po' snobbata, ma io la trovo un pezzo molto carino e con belle idee, anche se in effetti non all'altezza di altri brani; "Centro di gravità permanente", altro classicone, continua la scia ironica e critica con un coro molto muscolare. Chiude la bella "Sentimento nuevo".
Il disco è piuttosto breve, i brani non ricercano profonde strutture prog ma sanno dove colpire quanto a complessità. È così che Battiato è sulla scia di un lungo corso di cantautori italiani che va da de Andrè a Caparezza (e forse è anche l'iniziatore della sua svolta più moderna) che, mi piace dire, sono superiori a chi non li capiscono e sono superiori anche a chi dicono che sono artisti poco capiti.
Perché il sorrisetto beffardo di Battiato, la sua sagace ironia, i suoi testi curati anche se non sempre profondi, le sue melodie celestiali, i suoi intrecci melodici, fanno scuola ancora oggi; Battiato continua a segnare generazioni, soprattutto con questo disco. Frotte di ragazzi conoscono ancora questo disco, un vero spartiacque nella cultura italiana. E quindi, penso, risentiamolo, per provare a andare oltre ogni orpello e capire veramente questo disco.
"Mare, mare, mare, voglio annegare". Voto: 94/100.
"Un vero miracolo se si pensa che qualche anno prima l'artista vinceva il premio Stockhausen con un disco contenente due soli pezzi di pura ricerca."
"Un compromesso tra l'artista d'avanguardia e l'esigenza commerciale si trasformò in una geniale miscela di pop, elettronica e sinfonica."
Battiato è l'unico cantautore italiano che ci ha fatto vedere il mondo da un’angolazione diversa.
Ogni disco di Battiato è una finestra attraverso cui guardare dentro se stessi, affacciatevi, se vi và.
‘La Voce Del Padrone’ è un album intenso, ricco di significati, che regala grandi emozioni.
Sette canzoni, ma soprattutto sette indimenticabili hit che raccontano momenti della vita personale di Battiato.
Stranamente, in modo del tutto eccezionale, in Italia tutti incominciano a canticchiare di "gesuiti euclidei" e "minima immoralia"...
L’album entra di diritto nella storia della musica italiana e segna un passo decisivo per la carriera di uno dei più grandi artisti italiani.
Forse mai nessuno era riuscito prima di Battiato ad avvicinare il grande pubblico a liriche così naif.
L'album si mantiene organico fino all'ultimo senza eccessi e sbavature.