“Afrosvedesi”.

Il nome potrebbe essere quello di un qualche gruppastro metal a corto di fantasia, ma con ovvie pretese sataniste, e vista la provenienza geografica scandinava, con tanto di villaggio natio dal nome improponibile (Korpilombolo, per la cronaca) sarebbe difficile arguire diversamente. E invece i Goat al metal gli cagano in bocca. Quello che suonano i Goat è spiegato, una volta tanto perfettamente, dal titolo di questo primo disco.

Prima che inorridiate vi fermo subito: di etnico tout court, o peggio, di ciarpame terzomondista di seconda mano qui dentro non c'è manco una nota. Niente Blues del Mali, Gamelan Indonesiano, poliritmi del Benin, musica tradizionale giapponese, Raga indiani, etc etc... ma tutto quanto appena scritto, mescolato in un ribollente calderone solo formalmente “rock”.

Questi tizi sbucati fuori dal nulla, la sanno lunga su come attirare l'attenzione negli anni '00, dove tutto e il contrario di tutto è stato suonato/rimasterizzato/riscoperto: tirano fuori una improbabile storia che lega Korpilombolo ai culti Voodoo afro-caraibici, infilandoci pure una rappresaglia  crociata verso l'eretica popolazione locale. Roba che manco mia figlia di 4 anni se la potrebbe bere.

Ma alla fine è proprio la caratteristica principale del Voodoo, ossia il suo sincretismo, che ricollegava ritualismo sciamanico africano con il cristianesimo dei Conquistadores, a definire senza possibilità di errore la loro musica. Musica in sé di una semplicità devastante, ma dal potere addittivo immediato e pericolosissimo. Pensate a un incrocio perfetto fra ritmiche africane, indiane e mediorientali, chitarre psichedeliche imbevute di garage e Hendrix, voce femminile indemoniata dal timbro soul funk e avrete a grandi linee la ricetta.

Grooves micidiali e ass-shakin' come non se ne sentivano da tempo (“Goatman”,“Disco Fever”con un organetto 60's alla Question Mark & The Mysterians, “Let It Bleed” bellissima col suo incedere indolente ma groovy), assalti quasi hard rock, ma suonati da dei Balinesi di stanza a Baghdad (“Run To Your Mama”Golden Dawn”), folk rituale e non ben geolocalizzabile (“Goatlord”) fino al baccanale in onore di mamma Africa di“Det Som Aldrig Forandras”.

Disco che vi farà muovere tanto il culo quanto il cervello, e probabilissimo disco dell'anno per chi scrive. 

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