My Dying Bride The Angel and the Dark River
Voto:
É inutile dire come "The Angel And The Dark River", nel suo mondo di Spleen et Ideal, sia non solo il platter Omnio di Aaron & Friends ma anche l' opera definitiva a mio parere del Doom Metal degni anni 90, vincendo la sfida con tutti i nomi di spicco che brulicavano in quegli anni. Così come gli altri acts Doom contemporanei a quest'uscita devono molto ai grandi mestri del Romanticismo, anche i Bride hanno un occhio di riguardo a Milton e al suo Paradiso Perduto. E facile perdersi nei meandri di una piccola chiesetta avvolta di nero, dogliendosi tragicamente per mille domande senza risposta, traslate in una sensazione universale di oblio, con mille osservazioni che non ci danno pace: La nosta anima vive un' esistenza che è un assordante vocio, che mortifica il nostro io, di paure, dubbi, afflizioni, oscurità, privazione e romanticismo, germoglianti nella catastrofe ma nella quale la Sposa vuole analizzare l'aspetto posteriore ad essa, ovvero quando si è giunti in una malefica rassegnazione, intrappolati una landa deserta e desolata nella quale non c'è via di fuga, ma paradossalmente si raggiunge in essa un piacere perverso, cullante e pieno dalla quale non si vorrebbe mai fuggire. Il poeta maledetto che canta queste litanie sofferte è Aaron appunto, che abbandona il growl dei lavori Death/ Doom precedenti per utilizzare vibrazioni pulite e sofferte anche se la marcia in più a mio parere è il violino di Powel, che farà capolino per un' altro lavoro per poi sparire per 13 anni, straziante ed inarrestabile nel suo incidere, che tesse melodie indimenticabili che poi faranno la Storia. I ritmi in tutti i brani si mantengono lenti, e tutti sono memorabili anche se ci limiteremo a citare solo alcuni:"The Cry Of Mankind" è ormai inpresindibile per i fans, per mille sue caratteristiche, nel la sua lunga durata, come quel paranoico spezzone chitarristico che ronzando si ripete all' infinito, quel finale con un effettistica così sacrale. Ma se il primo brano è angoscinate e senza speranza, " Black Voyage", con quel violino così passionale e romantico segna a chiare lettere il lato meno crepuscolare, nella quale la tediosa rassegnazione lascia posto alla speranza. Concludendo un album consigliatissimo di un'ensamble che ha resistito alle mode per più di due decadi, che con le sue parole magiche continua ad emozionare ancora.
My Dying Bride The Angel And The Dark River
Voto:
É inutile dire come "The Angel And The Dark River", nel suo mondo di Spleen et Ideal, sia non solo il platter Omnio di Aaron & Friends ma anche l' opera definitiva a mio parere del Doom Metal degni anni 90, vincendo la sfida con tutti i nomi di spicco che brulicavano in quegli anni. Così come gli altri acts Doom contemporanei a quest'uscita devono molto ai grandi mestri del Romanticismo, anche i Bride hanno un occhio di riguardo a Milton e al suo Paradiso Perduto. E facile perdersi nei meandri di una piccola chiesetta avvolta di nero, dogliendosi tragicamente per mille domande senza risposta, traslate in una sensazione universale di oblio, con mille osservazioni che non ci danno pace: La nosta anima vive un' esistenza che è un assordante vocio, che mortifica il nostro io, di paure, dubbi, afflizioni, oscurità, privazione e romanticismo, germoglianti nella catastrofe ma nella quale la Sposa vuole analizzare l'aspetto posteriore ad essa, ovvero quando si è giunti in una malefica rassegnazione, intrappolati una landa deserta e desolata nella quale non c'è via di fuga, ma paradossalmente si raggiunge in essa un piacere perverso, cullante e pieno dalla quale non si vorrebbe mai fuggire. Il poeta maledetto che canta queste litanie sofferte è Aaron appunto, che abbandona il growl dei lavori Death/ Doom precedenti per utilizzare vibrazioni pulite e sofferte anche se la marcia in più a mio parere è il violino di Powel, che farà capolino per un' altro lavoro per poi sparire per 13 anni, straziante ed inarrestabile nel suo incidere, che tesse melodie indimenticabili che poi faranno la Storia. I ritmi in tutti i brani si mantengono lenti, e tutti sono memorabili anche se ci limiteremo a citare solo alcuni:"The Cry Of Mankind" è ormai inpresindibile per i fans, per mille sue caratteristiche, nel la sua lunga durata, come quel paranoico spezzone chitarristico che ronzando si ripete all' infinito, quel finale con un effettistica così sacrale. Ma se il primo brano è angoscinate e senza speranza, " Black Voyage", con quel violino così passionale e romantico segna a chiare lettere il lato meno crepuscolare, nella quale la tediosa rassegnazione lascia posto alla speranza. Concludendo un album consigliatissimo di un'ensamble che ha resistito alle mode per più di due decadi, che con le sue parole magiche continua ad emozionare ancora.
My Dying Bride The Angel And The Dark River
Voto:
É inutile dire come "The Angel And The Dark River", nel suo mondo di Spleen et Ideal, sia non solo il platter Omnio di Aaron & Friends ma anche l' opera definitiva a mio parere del Doom Metal degni anni 90, vincendo la sfida con tutti i nomi di spicco che brulicavano in quegli anni. Così come gli altri acts Doom contemporanei a quest'uscita devono molto ai grandi mestri del Romanticismo, anche i Bride hanno un occhio di riguardo a Milton e al suo Paradiso Perduto. E facile perdersi nei meandri di una piccola chiesetta avvolta di nero, dogliendosi tragicamente per mille domande senza risposta, traslate in una sensazione universale di oblio, con mille osservazioni che non ci danno pace: La nosta anima vive un' esistenza che è un assordante vocio, che mortifica il nostro io, di paure, dubbi, afflizioni, oscurità, privazione e romanticismo, germoglianti nella catastrofe ma nella quale la Sposa vuole analizzare l'aspetto posteriore ad essa, ovvero quando si è giunti in una malefica rassegnazione, intrappolati una landa deserta e desolata nella quale non c'è via di fuga, ma paradossalmente si raggiunge in essa un piacere perverso, cullante e pieno dalla quale non si vorrebbe mai fuggire. Il poeta maledetto che canta queste litanie sofferte è Aaron appunto, che abbandona il growl dei lavori Death/ Doom precedenti per utilizzare vibrazioni pulite e sofferte anche se la marcia in più a mio parere è il violino di Powel, che farà capolino per un' altro lavoro per poi sparire per 13 anni, straziante ed inarrestabile nel suo incidere, che tesse melodie indimenticabili che poi faranno la Storia. I ritmi in tutti i brani si mantengono lenti, e tutti sono memorabili anche se ci limiteremo a citare solo alcuni:"The Cry Of Mankind" è ormai inpresindibile per i fans, per mille sue caratteristiche, nel la sua lunga durata, come quel paranoico spezzone chitarristico che ronzando si ripete all' infinito, quel finale con un effettistica così sacrale. Ma se il primo brano è angoscinate e senza speranza, " Black Voyage", con quel violino così passionale e romantico segna a chiare lettere il lato meno crepuscolare, nella quale la tediosa rassegnazione lascia posto alla speranza. Concludendo un album consigliatissimo di un'ensamble che ha resistito alle mode per più di due decadi, che con le sue parole magiche continua ad emozionare ancora.
My Dying Bride The Angel And The Dark River
Voto:
É inutile dire come "The Angel And The Dark River", nel suo mondo di Spleen et Ideal, sia non solo il platter Omnio di Aaron & Friends ma anche l' opera definitiva a mio parere del Doom Metal degni anni 90, vincendo la sfida con tutti i nomi di spicco che brulicavano in quegli anni. Così come gli altri acts Doom contemporanei a quest'uscita devono molto ai grandi mestri del Romanticismo, anche i Bride hanno un occhio di riguardo a Milton e al suo Paradiso Perduto. E facile perdersi nei meandri di una piccola chiesetta avvolta di nero, dogliendosi tragicamente per mille domande senza risposta, traslate in una sensazione universale di oblio, con mille osservazioni che non ci danno pace: La nosta anima vive un' esistenza che è un assordante vocio, che mortifica il nostro io, di paure, dubbi, afflizioni, oscurità, privazione e romanticismo, germoglianti nella catastrofe ma nella quale la Sposa vuole analizzare l'aspetto posteriore ad essa, ovvero quando si è giunti in una malefica rassegnazione, intrappolati una landa deserta e desolata nella quale non c'è via di fuga, ma paradossalmente si raggiunge in essa un piacere perverso, cullante e pieno dalla quale non si vorrebbe mai fuggire. Il poeta maledetto che canta queste litanie sofferte è Aaron appunto, che abbandona il growl dei lavori Death/ Doom precedenti per utilizzare vibrazioni pulite e sofferte anche se la marcia in più a mio parere è il violino di Powel, che farà capolino per un' altro lavoro per poi sparire per 13 anni, straziante ed inarrestabile nel suo incidere, che tesse melodie indimenticabili che poi faranno la Storia. I ritmi in tutti i brani si mantengono lenti, e tutti sono memorabili anche se ci limiteremo a citare solo alcuni:"The Cry Of Mankind" è ormai inpresindibile per i fans, per mille sue caratteristiche, nel la sua lunga durata, come quel paranoico spezzone chitarristico che ronzando si ripete all' infinito, quel finale con un effettistica così sacrale. Ma se il primo brano è angoscinate e senza speranza, " Black Voyage", con quel violino così passionale e romantico segna a chiare lettere il lato meno crepuscolare, nella quale la tediosa rassegnazione lascia posto alla speranza. Concludendo un album consigliatissimo di un'ensamble che ha resistito alle mode per più di due decadi, che con le sue parole magiche continua ad emozionare ancora.
Death Symbolic
Death Symbolic
2 set 10
Voto:
Death Symbolic
Death Symbolic
2 set 10
Voto:
Death Symbolic
Death Symbolic
2 set 10
Voto:
Io ho iniziato a conoscerli tramite "Symbolic": Esso fa parte appunto della seconda parte della carriera, e quindi la sua matrice principale è quella techno-Death , anche se non mancano tanti altri elementi: tecnicissimi, tensioni progressive, reminiscenze heavy, drumming preciso e compatto dalla precisione chirurgica, e riffs velenosi, anche se il tutto eseguito come se si trattasse di pentagrammi jazz. Senza dimenticare che i brani sono molto ragionati, geniali ed intricati, impressionanti per strutture create ma senza essere cervellotici e, forse cominciando a sentire il peso dell'età, presentasno un numero ingente di mid-tempo, con una lentezza insolta per la band della Florida. I testi sono sublimi perchè nei Death del 1995 sarcasmo e provocazione hanno sostituito il gore di un tempo e spicca soprattutto l' accoppiata "Empty Words", che sottolinea la falsità di alcune promesse, appunto vuote, e la condanna al fanatismo religioso di "Crystal Mountains". Le scintille di "Symbolic" sono quasi perfette, le quali sono uno degli ultimi retaggli di una band a cui è sempre piaciuto crescere insieme al proprio pubblico. Mi accodo con chi dice che è dispiaciuto per averli conosciuti tardi.
Theatre of Tragedy ['mju:zik]
Voto:
Io sinceramente non ho apprezzato alcune svolte stilistiche, ( dai Within Temptation agli ultimissimi Tristania) ma alcune le ho gradite davvero tanto, ed esempio il bistratto Musique dei Tot mi è piaciuto tantissimo, molto più dei blasonati ritorni agli origni scialbi e deludenti Storm e Forever Is The World. Loro, che hanno dato credibilità ed hanno portato ai massimi livelli il Gothic Metal avevano preannunciato grossi mutamenti dopo la pubblicazione di Aegis. Ma nessuno poteva immaginare un cambiamento così viscerale nelle sonorità, nella forma, nelle intenzioni e nell'immaginie le da creare schieramenti degni di guelfi e ghibellini, portando una ventata fresca di nuove idee, anche se paraodossalmente i semi di cò erano già contenuti in "Aegis", già avanti e ballabile. Ai TOT non piace giocare semplice, su chitarre spesso e volentieri rock ,e
comunque presenti, mischiano elementi industrial, elettronici e molto sperimentali su c una base melodica molto pop, vicini a certe cose realizzate dai Kraftwerk e della loro vecchia astronave.Le aspettattive iniziali sono completamente rovesciate :All'avvento del 2000, consci dei mille cambiamenti che stanno avvenendo nella nostra società abbandonano le tematiche arcane e romantiche focalizzando l'attenzione sull'iterazione uomo- macchina, come amori cibernetici, e tematiche futuristiche che esaltano la velocità ma anche spavento nei confronti di cambiamenti così radicali. Cambio anche dal punto di vista vocale, con un Raynard che assume tonalità robotiche mentre Liv, mostrando una personalità molto sfacciata, esprime una performance dolce e sensuale che non ha nulla da invidiare ad una Kylie Minogue! É incredibile come il cambio di sonorità non abbia intaccato il valore della band, tra campionamenti e basi ritmate le classe è sempre quella: Brani come la trascinate title- track, le tenui escursioni di Retrospect, la dilaniante "Space Age" e l'inefrenabile motorizzazione di "Crash- Concrete" sono i momenti di tipici di un lavoro,che ponendosi in opposizione al trasparente "Aegis" mantiene gli stessi elevati standard qualitativi e lo stesso fascino. E ciò è ammirevole. E con album successivi più canonici l'atmosferà si spezzerà
Kells Gaïa
Kells Gaïa
1 set 10
Voto:
In ritardissimo, ma una delle cose più penose che abbia mai ascoltato.
Imperia Queen Of Light
Voto:
Finalmente ho ascoltato ""Queen Of Light" e sinceramente, soprattutto dopo un debut tutto fuorchè interessante, per il quale non avevo chissà quali aspetrtative,e, se devo essere sincera, mi è piaciuto tanto, infatti è da più di due anni che non ascolvo un nuova band con nun voto vicino al 7, 5 di Symphonic Metal a voce femminile ed ancora non capisco i voti bassi assegnati da alcune webzines, ma del resto esse mettono voti scintillanti ai Delain ( e non me ne vogliate ma sono la band più sopravalutata dal genere) quindi continuo a avere qualche dubbio a riguardo. Il cd è di buon valore anche se non è esente da qualche piccola pecca, come ad esempio in futuro gradirei la presenza di chitarre più pesanti e heavy e, ogni tanto, i gorgheggi di Helena risultano esagerati. Per il resto il Symphonic Power degli Imperia, che mantiene un coinvolgimento costante per tutta la sua lunga durata, dote rara oggigiorno, non si allontana tanto da Nightwish e After ma queste influenze vengono arrichite con elementi arabeggianti, folk, medievali, etnici e barocchi. Un convinto applauso va ad Helena, il cardine, dall' interpretazione versatile ed intensa, vicina in certi momenti a quella di Floor anche se l'ex voce dei Trails Of Tears non è certo l'ultima arrivata, anzi. "Queen Of Light", che celebra la vita e la natura, manca di cupezza e tristezza ma si mosta scintillante e caldo, epico e teatrale e soprattutto ha la virtù rara di crescere con gli ascolti. Per concludere un disco maturo e riuscito quasi del tutto, che consiglio a tutti i fans del genere e che vede in brani come la fantastica "Abyssum", l'intimità di "Braveheart" e il verde sporco di " Fata Morgana" i picchi più alti.