Voto:
Consideriamo che si trattò, insieme a "Pin Ups", di un esperimento, o meglio (dato il personaggio) di un divertissement che andava a precedere una resurrezione artistica dopo la “morte” di Ziggy; un disco cosiddetto “di transizione”, un po' come "Black Tie White Noise" all'inizio degli anni '90. Con una differenza fondamentale: la goliardia del secondo rispecchiava una ritrovata serenità esistenziale e creativa; al contrario, le atmosfere del primo possono essere viste come una maschera, una reazione se non addirittura una traslitterazione in musica di un profondo smarrimento. Un album che può sì essere rivalutato e difeso, ma alla luce della benevolenza di cui godono gli album meno riusciti di un artista quando, a distanza di anni, appaiono come il momento di transizione necessario verso una più splendente stagione creativa, piuttosto che l’anticamera di una parabola discendente, una crisi artistica irreversibile. In effetti, Young Americans rientra nel secondo caso: è vero, fu l’anticamera - insieme a Station To Station - del glorioso periodo berlinese; ma fu contemporaneamente, se non soprattutto, la fine della parabola artistica di quella che era stata la più celebre delle incarnazioni di David: Ziggy Stardust. Parlavo prima di divertissement, ma forse era più opportuno parlare di un “riso amaro”. David si specchiava, e quello che vedeva riflesso era proprio il cracker actor di un suo celebre brano. David non era riuscito a uccidere Ziggy, non si era riappropriato dei propri panni. Era stato al contrario lo Starman, ormai orfano di ogni poesia, ad essersi impossessato della scena, e stava completando la propria degenerazione; mentre David si chiudeva in se stesso, perso in una dipendenza dalla cocaina che appariva ormai irreversibile. “Young Americans”, apparentemente così easy, così leggero, è in realtà la fotografia… lo scatto d’autore di un dramma. Fu il frutto ingenuo di un impulso, di un bisogno irrefrenabile di continuare la propria parabola, quale essa fosse; il tentativo di creare l’ennesima opera d’arte, costi quello che costi, elevando in una apparente perfezione formale un messaggio terribilmente vuoto. In quale altro modo leggere l’espressione “plastic - soul”, con la quale David definì il sound del disco? un ossimoro, una contraddizione in termini. Un’operazione che agli occhi (e alle orecchie) di chi – nelle trame di questa colossale pantomima - ha il compito di ascoltare può apparire, a seconda del grado di devozione concesso al protagonista, come un atto viscerale e sincero, volendo come l’incarnazione definitiva da parte del proprio idolo; oppure, come l’ennesimo fottuto capriccio di una star che, ormai, non sembrava più in grado di vivere nulla lontano dai riflettori, neppure la propria disfatta personale, la propria irreversibile autodistruzione. Pur amando profondamente la sua musica, è inevitabile propendere verso la seconda ipotesi. Perché questo era Bowie nel 1975: il confuso e allucinato compilatore di una musica falsa, inutile, e irritante, ottusamente pretenziosa nella propria velleità artistica di narrare il niente. Fortunatamente per lui, ne venne fuori. Questo album viene solitamente ricordato poiché coincise con la consacrazione definitiva di Bowie negli States. Ma qualora volessimo assecondare Bowie, e condividere con lui il suo “stato mentale” (ciao Mr.Iko!), potremmo guardare a questo album come al capitolo finale di una saga, cominciata con “Hunky Dory” e un giovane e strafottente Bowie alla corte di Warhol. Lo interpreteremmo come l’ultimo, drammatico atto di Ziggy. Lo Starman morì, e non lo fece in gloria, per lasciare il posto alla nuova, definitiva e gelida incarnazione artistica di David: il Duca.