ma qui c'è un concilio di filosofi. Quant'è cambiato debaser, altro che sono solo ocanzonette...bravi Stanlio hetzer confaloni lector, tutti. Siete stati illuminanti. La storia si ripete? boh . Mi affido all'oracolo:
Arturo Onofri Vincere il drago
La melodia degli angeli non oso
travestir di sensibili parole,
ma dal petto in travaglio il luminoso
inno, che tu mi numeri dal sole
del cuor tuo, si traduce
nell' implorarti luce.
Nella terra ch'io pèsto, e nell'ingorgo della mia vita, ove in materie uccisi le tue celesti immagini, ora scorgo l'unione degli uomini indivisi,
che al tuo raggio sonoro rifà, dei mondi, un coro.
Nel cigolio d'un olmo arido, scosso dallo scirocco, suona il legamento stesso che in me congiunge osso con osso, ma nel ritmo d'un corpo in movimento.
La volontà che scuote il nimbo rosso del sångue, in un alterno e sonnolento polso, onde muove il moto in cui son mosso, è la stessa che vuole alberi al vento.
Quel cigolio d'antico albero parla
il resistere in sè della materia
pur nella nostra idea di dominarla.
Ma se una luce d'armonia sovrana redima il sangue dalla sua miseria, l'alta potenza vive: anima umana.
Concordanze di numeri superni con la luce dell'anima terrestre creano, in ritmi del verbo, esseri-orchestre che risvegliano in noi misteri eterni.
Parole congelate in mille inverni di corporali vite, orbe o maldestre, sfanno di sè la fissità rupestre (dall'ossa morte) in fuoco d'estri interni.
O musica di limpidi pianeti,
che nel sangue dell'io sdemoniato
articoli i tuoi cosmici segreti:
nella tua chiarità, che ci riscatta dalla tenebra morta del passato, la densità ritorna rarefatta.
Un'afa su contrade arse strapiomba
e ammutolisce, in alberi e in fontane,
voci che fanno groppo. Urla di cane
strozza il silenzio in questa gialla tomba
di metallici prati
e d'alberi assordati.
Cane che chiama luna, non abbaia
sotto il ventre dei nuvoli cocenti,
ma trapassa coi suoi crudi e veggenti
occhi un inferno fossile di Maia,
cui pesa la materia
in narcosi cimmeria.
Chi mai può pronunciarti, o rincrudita
resipiscenza inanime e illusoria
d'una decrepitezza tutta scoria?
La tua stòlida fisima di vita
è parvenza e relitto
morto d'un dio sconfitto.
Ma il mio riprender lena di contatto
con l'afa tua, che azzitta vita e suono,
senza che tu lo voglia, è il tuo perdono,
è la prima caparra del riscatto,
onde sarà redenta
questa natura spenta.