Il 30 ottobre del 1985 il "Corriere dello Sport-Stadio" scrive che la Fininvest di Silvio Berlusconi ha comprato il Milan calcio, e precisa anche il prezzo: 24 miliardi di lire, pagamento in quattro rate. Lo stesso giorno, con un comunicato ufficiale, la Fininvest dice che non è vero e afferma la propria <<totale estraneità alle trattative per l'acquisto della squadra milanese>>.
Naturalmente la smentita è una balla. Berlusconi sta effettivamente tentando di mettere le mani sul Milan calcio, ma - nello stile del personaggio fresco di P2 - l'operazione deve restare segreta, dato l'obiettivo è di prendere la società rossonera pagandola a prezzo di saldo. Bisogna prima di tutto togliere di mezzo il presidente milanista Giuseppe Farina detto Giussy, e poi mettere fuori gioco tutti i possibili concorrenti interessati a comprare la società. Perchè la Fininvest non ha nessuna intenzione di partecipare a un'asta, vuole prendersi il Milan per due lire punto e basta.
Il presidente Farina non è uno stinco di santo, anzi è un gran filibustiere, ma in confronto a Berlusconi è un dilettante. Infatti il capo della Fininvest maneggia da anni miliardi su miliardi che non si sa dove arrivano: una parte sono capitali anonimi parcheggiati in Svizzera, un'altra parte di miliardi gli piove dal cielo in contanti. E poi è un tipo molto chiaccherato, al punto che il 30 maggio 1983 la Guardia di finanza ha mandato alla Procura di Milano un appunto con scritto: <<E' stato segnalato che il noto Berlusconi Silvio, interessato all'emittente televisiva privata "Canale 5", finanzierebbe un intenso traffico di sostanze stupefacenti dalla Sicilia con diramazioni sia in Francia che nelle altre regioni italiane (in particolare Lombardia e Lazio)>>.
Anche se non c'è piu la ragnatela della P2, nella operazione-Milan il signor Berlusconi può contare su degli appoggi politici pesantissimi: il presidente del Consiglio in carica Bettino Craxi, mezza Democrazia cristiana, il craxiano Carlo Tagnoli sindaco di Milano, il presidente del Coni Franco Carraro, e il presidente della Federcalcio Sordillo. Più tv e giornali della Fininvest, più la tifoseria milanista. Il povero Farina, invece, anche se ha qualche miliardo è uno sfigato qualsiasi senza nessun santo in paradiso, così il suo piccolo impero, con la gemma del Milan, ha le settimane contate.
LO SCIPPO DELLO SQUALO
Per una simpatica coincidenza, la Federcalcio alla fine di ottobre 1985 manda gli ispettori a controllare la contabilità del Milan calcio. Allora Farina si agita, ma il presidente federale Sordillo cerca di tenerlo tranquillo: <<Nella contabilità del Milan non sono state riscontrate irregolarità sostanziali, ma solo formali>>.
La società rossonera non se la passa molto bene: le casse sono vuote, e i debiti con le banche arrivano a una decina di miliardi. Però il valore complessivo dei giocatori milanisti è quattro volte tanto: in squadra ci sono giovani campioni come Baresi, Costacurta, Maldini, Evani, Tassotti, Stroppa, Hateley; e campioni stagionati come Di Bartolomei, Paolo Rossi e Virdis. Poi ci sono gli immobili del centro sportivo di Milanello, più il patrimonio personale di Farina, che è consistente.
Quindici giorni dopo, cioè a metà dicembre, ecco il colpo di scena: con una decisione che i giornali definiscono <<strana, improvvisa, inattesa>>, Farina si dimette da presidente, lascia il Milan. E dichiara ai giornali: <<Ho preso questa decisione perchè è successo un fatto grave che non posso raccontare. Me ne vado per il bene del Milan... Non chiedetemi di essere più chiaro: non posso>>. Il potere gli ha ordinato di togliersi di mezzo, e lui è costretto a ubbidire.
L'agenzia Ansa, il 17 dicembre, riporta <<una voce secondo la quale il pacchetto azionario della società Milan sarebbe già stato ceduto a un gruppo del quale farebbe parte l'imprenditore milanese Silvio Berlusconi>>. La agenzia riporta la smentita della Fininvest, che nega tutto, perfino l'interesse. L'indomani, il