Da un'intervista a Panella apparsa su "La Repubblica" all'indomani dell'uscita di C.S.A.R.:
"Già, la famosa storia del comunicare, tanto più si comunica, meno si è chiari. Si può essere didattici, sicuramente, si può essere didascalici, esemplificativi, semplici, ma in assoluta malafede, ed io parlo di quella semplicità ridicola di cui parlano molti, dai politici in giù, persino in letteratura.
Stanno lì che difendono questa semplicità espositiva, tirando fuori la solita storia che chi parla oscuro lo fa per casta; ma oscuro che, oscuro cosa, visto che in me si potrebbe dire che non c'è nemmeno un parlare, non c'è nemmeno il parlare, io sono precedente al chiaro, altro che oscuro, non mi pongo il problema della chiarezza, sono pre-claro".
o ancora, dalle parti de "L'apparenza":
"Le parole si presentano già come doppie, sono loro ad essere già doppie di senso, solo che quando le uso io evidentemente vivono un risveglio, entrano in un candore, e qualcuno dice: - Ho sentito quella parola, vorrà dire almeno sei cose-, e magari è una delle prime ed ultime volte che la sentono. Io tolgo ogni possibilità alla parola di essere letterariamente univoca, non la voglio univoca, perché generalemente è l'abitudine che determina il senso letterario della parola. Nel parlare si può scherzare con le parole, ma nello scrivere molto meno."