Voto:
@zaireeca: beh, come risponderti. 1) Da un punto di vista prettamente artistico, non ci vedo alcun tipo di messaggio negativo in questa musica. E' semplicemente un tipo di estetica che si confà con un determinato tipo di sensibilità personale. Come dire, sono gusti. E come un film horror non spinge all'omicidio, parimenti questa musica non mi pare conduca al suicidio. Si ascolta e basta, se questo ci dà piacere. 2) Da un punto di vista esistenziale (anch'io sono un appassionato lettore di Camus) ragionare sul senso della vita rimane una speculazione fine a se stessa: se ne può ragionare per il gusto di farlo, ma senza implicare certi automatismi (non comprensione della vita/disprezzo per la vita = suicidio). Si vive, il più delle volte, di contraddizioni e non di logiche ferree. Certo, è utile chiedersi che senso abbia la vita in sè, e il contributo di una certa filosofia può aiutarci a vedere e valutare la vita spogliata da una "sacralità" di matrice culturale che la rende intoccabile (e di conseguenza rende un tabù la morte). Biologicamente, per esempio, la vita è un riprodursi di cellule senza alcuna finalità. Se si decide di accogliere una visione materialistica (e quindi si postula che la vita può avere un senso solo culturalmente), ci si può guardare finalmente allo specchio: la vita è un lasso di tempo: mi costa una fatica eccessiva percorrerla? Se sì, per cosa vivo allora?, le sofferenze sono più degli aspetti positivi? Dato che nessuno ci obbliga a vivere, beh, ragionare sul suicidio è il passo successivo. Uno può, nei limiti della razionalità umana, fare così un bilanciamento degli aspetti negativi e positivi, e giudicare quindi la vita come ogni altra cosa viene valutata quotidianamente, ed eventualmente decidere di farla finita (se una storia d'amore logora, finisce; se un lavoro non piace, possibilmente si cambia: perchè, estremizzando il tutto, non dovrebbe valere un discorso analogo anche per la vita?). 3) Da un punto di vista personale, penso che sia legittimo suicidarsi se non si è contenti della propria esistenza. Ma uccidersi, per quanto possiamo essere determinati, non è poi così facile. La volontà non basta, ci voglione le palle, la forza (fisica ed intellettuale) di varcare quella che Battiato chiama la porta dello spavento supremo. Non solo per il dolore fisico che tale atto comporta, ma anche per l'idea stessa, per l'assunzione di una responsabilità troppo grande: quella di commettere un atto irreversibile, impossibile da correggere a posteriori. Io, per esempio, le palle non ce l'ho, proprio non jela faccio, e anche nei momenti più bui, trovo sempre una ragione per cui la vita vale la pena d'essere vissuta. O almeno scopro che è più desiderabile che buttarsi sui binari ed essere tritato da un treno in corsa. Fra una vita che piace e la morte, fra il tutto e il niente, quindi, ci sono tante sfumature. Io mi colloco in una di esse, in definitiva contento di vivere, fra gli alti e bassi, fra indignazioni, frustrazioni e gioie inaspettate, un po' come tutti del resto. Ciò non toglie che io possa dilettarmi ad assecondare, almeno da un punto di vista intellettuale ed artistico, una mia propensione ed interesse per certe tematiche. C'è chi ama il calcio e non fa il giocatore. E c'è chi si interessa di morte e non fa il morto... andate, quindi, dove vi porta il cuore...