Voto:
Beh, Vortex, provo a risponderti io. La sentenza esatta è secondo me "mission is changed"...io non mi ritengo un magno conoscitore della scena neo-folk/industrial, perchè alla fine il mio amore si limita a 4 e 5 gruppi che adoro (e quindi la mia imparzialità va palesemente a puttane). Che dirti, molti gruppi che citi non li conosco nemmeno, per quelli che conosco mi sembra che tu ti riferisca più che altro alla prima ondata di industrial britannico, ma la situazione, per molti gruppi, mi pare che sia cambiata già nella seconda metà degli anni ottanta. Certo, i C93 mi farebbero ridere se tutt'oggi continuassero a fare album come Blood Dogs Rising, ma così non è stato: da Imperium in poi la loro evoluzione è stata clamorosa, hanno sfornato dischi memorabili, uno più bello e coraggioso dell'altro...lo stesso Cristopherson, che secondo te avrebbe messo il sigillo finale alla scena nell'81, ha continuato con i Coil, con i quali ha dimostrato di poter dare un seguito credibile alla rivoluzione dei TG...Se una missione è terminata, un'altra altrettanto ardua è iniziata: non essere più dei pionieri ma dei "semplici" musicisti che hanno qualcosa da dire. Ad esser cambiato è il paradigma: non più quello della musica industriale/sperimentale, ma quella del cantautorato (nel senso ampio del termine): esprimere e dare emozioni, e non mi pare una cosa da poco. Che si prendano sul serio o meno, questo riguarda solo loro (e posso capire che P-Orridge, personaggio particolare, conoscendoli abbia qualcosa da ridire, ma questo riguarda la sfera personale dell'artista, non quella più propriamente artistica). In verità, io ho una visione diversa delle cose: ho visto dal vivo Death in June, Sol Invictus e C93, per esempio, e sembrano le persone meno sicure, più fragili e timide del mondo (mentre, pur non conoscendolo, è proprio P-Orridge quello che più di tutti si atteggia da divo...). Più in generale, non penso esista artista non convinto della propria arte, anzi, sarebbe preoccupante...e poi, il ruolo dell'artistoide piace, questo però va perdonato. Non solo: a guardar bene mi pare che ci sia più ironia di quanto si pensi (basti vedere certe foto scattate a Tibet e a Douglas P.), nè si può dire che il coraggio di osare manchi: solo i Death in June sembrano aver marciato su una formula ben precisa, gli altri hanno cambiato continuamente stile, e se hanno perso la carica pioneristica degli esordi, c'è da dire che hanno trasformato la loro arte in qualcosa di personale, che trascende stili ed attitudini: se Tibet mi recita una poesia, io godo e basta, non vado a vedere la carica realmente innovativa della sua musica (mi sembra un modo limitato di vedere la questione), ma lo apprezzo come artista che sa dare emozioni, alla stregua di un Drake o di un Cave, tutt'altro che degli innovatori...la fine del mondo? certo, è un concetto abusato e per certi aspetti banale, ma è bello vedere come ciascuna entità lo interpreti a modo proprio (chi in chiave psicoanalitica, chi in chiave religiosa, escatologica, politica, filosofica, estetica, romantica ecc. ...), e ancora più bello è constatare come un'etichetta generica come neo-folk vada in realtà a ricoprire i più disparati impeti artistici. Insomma, Vortex, per risponderti: cosa significhi noiso o monotono, questo lo decide l'utente a seconda dei propri gusti; se poi mi dici che la scena è ricca di incompetenti, posso essere d'accordo, ma anche qui bisogna vedere i gusti (ci sono ballate dei Death in June o dei Sol Invictus che mi fanno impazzire nonostante possa eseguirle un bimbo di terza elementare). Comunque la mia non è una crociata, Vortex, ben vengano gli interventi argomentati come il tuo...mi pare solo che si parta da presupposti diversi...tu, correggimi se sbaglio, mi sembri avere un background avanguardistico, mentre io emergo dal rock e dal dark, ed è ovvio che sia più attratto dall'impatto emotivo rispetto che dal lato più strettamente cerebrale (che, beninteso, anche quello è importante). ciao.