editoriale di algol

Si sa.

Quanto più alta è la statura del Villain tanto più epica sarà la dimensione eroica del suo antagonista.

Il cattivo è l'unità di misura del buono, della sua dedizione, sagacia, forza ed astuzia. Il suo corrispettivo speculare, ma in negativo. In definitiva la sua dimensione.

Probabilmente è stata tutta colpa della visione a 10 anni de “L’Impero colpisce ancora”, il cui choccante finale lasciò un segno indelebile nella mia psiche ancora in formazione, coriacea quanto il molle ventre di un calamaro di Humboldt.

Ci volle un po' per realizzare che la pellicola era davvero terminata, Luke con una mano in meno e un padre di troppo, Han Solo cristallizzato, la resistenza spazzata via.

Troppo.

Così oggi capita di abbandonarmi a perfide derive, con sadico accanimento sui più sensibili nei panni di algol, mi dedico ad ascolti dalle tinte poco rassicuranti in pellegrinaggio presso i luoghi della mia psiche meno presentabili (Babadook docet).

Gli utenti più datati già conoscono la mia malvagità, eccovi un esempio di cui vado particolarmente fiero: tempo fa vidi un cieco che avanzava spedito come il Titanic verso i raggi di una bicicletta parcheggiata sul marciapiede … beh, me ne sono stato dall’altra parte a gustarmi la scena, ridendo a crepapelle quando quella cazzo di bacchetta oscillante andò inevitabilmente ad incagliarvisi trascinando il resto del malcapitato. Hehheheh.

Lo rifarei … lo so, sono una brutta persona.

Quindi nel vano tentativo di superare i miei atavici traumi oggi vi tedierò con la mia personale classifica dei cattivi cinematografici / fiction, dall’ottavo al primo posto, “A rebours” come direbbe Huysmans.

8 Tinky Winky, Laa Laa, Dipsy, Po (I Teletubbies)

Lobotomizzanti

Pensate quello che volete, ma sono sicuro che fanno parte di un diabolico programma di devastazione della psiche di generazioni di piccoli umani.

Se li incrociate sterminateli senza pietà.

Anche il sole-bambino è piuttosto inquietante.

Pure il trenino Thomas, ma questo è un altro editoriale. Forse.

7 Darth Vader (Star Wars)

L’archetipo

Iconico, che aggiungere?

La sua scintillante teca, il respiro meccanico, la fusione corporea ad elementi cibernetici a rappresentare l'incubo di assoggettamento dell'uomo alla macchina e la perdita della nostra identità.

Concetto quest’ultimo portato all’estremo dai Borg di Star Trek.

Ma anche il percorso di fascinazione al Male, da umano a inumano, è rimarchevole, ci interroga su quanto la Paura sia un potente motore nei processi di deriva morale.

Anche collettivi.

Peccato per la democristianissima conversione finale, uno spot per il cristianesimo che nemmeno il peggior Innominato uscito dalle pagine manzoniane.

Ovvero, puoi sterminareprevaricaredistruggere fare esplodere pianeti ma se, anche un secondo prima di trapassare ti penti (ma per davvero eh, giurin giuretta e non incrociare le dita che ti vedo) allora puoi andare nel Regno dei Cieli e della Phorza, ballare con gli Ewoks e scurdammoce o passato.

Che poi sarebbe il sacramento della Confessione.

Comunque voglio essere un padre amorevole come Vader.

6 Loki (Mitologia nordica)

L'ambiguità

Multiforme, insinuante, ingannevole, infido, calcolatore, corrotto, dispettoso.

Eppure capace di slanci inaspettati.

Loki offre una variegata panoramica: è una divinità norrena, ma quanto sembra terreno nelle sue grette mire?

Sfaccettato, come l'animo umano, che alberga abissi e vette.

Convincente Tom Hiddleston nella trasposizione cinematografica in Thor.

5 Souther (Ken Shiro)

La disciplina

Vabeh, mi rifiuto di pensare che esista ancora qualcuno ignaro della drammatica vicenda di estremo sacrificio. Molto nippo.

A volte il lato oscuro è un cammino impervio da intraprendere, una pedagogia da abbracciare.

E così l'amato Maestro impartisce l'ultima lezione facendosi uccidere per mano dell'allievo. Non avrai debolezze se non avrai nulla per cui soffrire, per cui temere.

Estirpa l'amore, e non soffrirai. Questa la genesi (vedi Darth Vader), la banale superfilosofia, la tentazione anestetizzante, la promessa di un’eterna aponia.

Ma quante volte ci illudiamo che la distanza emotiva possa metterci al riparo dalle delusioni che il prossimo inevitabilmente ci infliggerà?

Personalmente è un meccanismo di difesa che ho adottato.

E poi ieri soffiandomi il naso mi è partita una sonora scorreggia, segno evidente che pure io tengo i punti di pressione invertiti.

4 Il Colonnello Hans Landa (Bastardi senza gloria)

Geniale

Il bieco utilitarismo nel completo abbandono di qualsiasi principio etico, che non sia la propria affermazione personale.

Ma condito da intuizione, sottigliezza, acume e arguzia, financo classe. In una parola "Intelligenza"

Impossibile non collocare Christoph Waltz nel mio Olimpo personale, per me che anche nella vita reale preferisco mille volte avere a che fare con uno stronzo intelligente piuttosto che con un coglione ricolmo di buoni propositi.

Lo so, è una mia debolezza, ma tutto ciò che percepisco come stolto mi irrita irrimediabilmente.

3 Agent Smith (Matrix)

La freddezza

Infatti è una macchina, il suo monologo al cospetto di un Morpheus agonizzante, che accomuna la razza umana per modalità di adattamento e impatto all'ambiente al virus, è da applausi a scena aperta.

Il disprezzo, sublimato dalla maschera luciferina e asettica di Hugo Weaving, addirittura condivisibile.

2 Joker (Il Cavaliere Oscuro)

Destabilizzante

Nel secondo Batman della trilogia di Nolan inutile girarci attorno, il superbo Joker di Ledger fa paura.

Qua il concetto di Male assurge a vette di apologia eversive.

Talmente radicale da spingersi alla massima volontà e capacità di corruzione. Finalizzata ad imporre la sua anti – moralità a ad estenderla come un morbo disgregante dell’ordine sociale prestabilito, dimostrando che caos e assenza di connotati morali definiti sono costitutivi dell’essere umano.

Sostanzialmente un male altamente ideologico, autoaffermante, per questo spaventoso.

1 Lo Xenomorfo (Alien)

La purezza

Questo inarrestabile membro corazzato è animato da una forma di ostilità assoluta, totalmente priva di qualsiasi sovrastruttura ideologica, spoglia di motivazioni che non siano mera furia brutale e annientatrice diretta a tutto ciò che è "altro da sé".

Odio incondizionato, primordiale, innato. Ontologico in quanto costitutivo della natura di una creatura che all'unidirezionalità intransigente del comportamento teso alla distruzione aggiunge componenti morfologiche unicamente concepite per offendere.

La sua bocca vuole ucciderti.

Le sue diramazioni vogliono ucciderti.

I suoi stadi larvali vogliono ucciderti.

Addirittura i suoi fluidi sono letali.

Ogni suo gesto è finalizzato alla tua distruzione.

Come dice Bishop, ammirevole.

Ma la vera domanda è.

Quale il vostro cattivo preferito?

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editoriale di heartshapedbox

Il mio professore prima della discussione di ogni tesi mi ha sempre consigliato di bere un “grappino”. E inizia a farmi la disamina scientifica degli effetti dell’alcool sul cervello e dei fantomatici “benefici” sui muscoli e sull’emotività. Io in realtà l’alcool non lo reggo proprio, mi basta un cocktail squilibrato e non troppo annacquato per ridere ininterrottamente e straparlare. Ma la cosa peggiore è quella sgradevolissima nausea post sbornia, che mi fa sentire una vera stupida.

Me l’ha consigliato anche adesso che mi preparo a discutere la tesi di specializzazione. Stavolta ho pensato a Karen Dalton. Mi sono chiesta se mai qualcuno le avesse dato lo stesso scellerato consiglio da mettere in pratica prima di esibirsi davanti al pubblico.

Karen Dalton nasce a Enid, una piccola cittadina dell’Oklahoma, il 19 luglio 1937, un giorno e molti anni prima di me. Polistrumentista autodidatta fin da piccola, viene definita “la Billie Holiday del folk”. Non amava per nulla esibirsi dal vivo, sicuramente per le sue proverbiali timidezza e insicurezza, ma anche per una sorta di moto ribelle verso tutto ciò che a suo parere fosse commerciale. Donna testarda, forte ma allo stesso tempo molto insicura, perfezionista maniacale tanto da costringere la sua band a lunghe ed estenuanti sessioni di prove per poi non presentarsi nel momento in cui dovevano esibirsi. Non le piaceva essere messa sotto pressione e si prendeva il tutto suo tempo per fare le cose ”perfette”: si racconta che una volta abbia addirittura perso un ingaggio perché ci mise troppo ad accordare la sua dodici corde. Amatissima da Bob Dylan, Dino Valenti, Fred Neil, i quali hanno avuto il privilegio di suonare con lei ma soprattutto di essergli amici. In vita, pubblica soltanto 2 album che non ebbero alcun successo.

Perennemente insoddisfatta e inquieta, vagabonda per tutta la sua breve esistenza in cerca del suo “place to be”, non soltanto come luogo fisico ma soprattutto interiore, come cantava in quella che sembra essere a tutti gli effetti la sua canzone manifesto/testamento:

..“If I was where I would be

Then I'd be where I am not

Here I am where I must be

Where I would be, I can not”..

(Katie Cruel, dall’album In My Own Time)

La produzione artistica di Karen può sembrare poco prolifera, ma in realtà nella sua vita ha scritto tanto. Teneva interi taccuini e diari in cui si appuntava meticolosamente informazioni sulla storia del folk, la sua cultura, poesie, testi di canzoni e racconti del suo doloroso vissuto. Parte di questi testi inediti sono poi confluiti in un album tributo pubblicato nel 2015, “Remembering Mountains: Unheard Songs by Karen Dalton”, interpretati dalle ragazze che amo. Per carità loro sono brave, sono le nuove leve del folk americano degli anni 2000 e io le adoro. Ma non hanno niente di Karen purtroppo, e per fortuna loro. Non hanno la sua inquietudine, la sua emotività.

La dipendenza dall’alcool e l’eroina la accompagnò per tutta la vita, fino a quando Karen muore a 56 anni nel 1993. Chi dice sia morta per l’AIDS contratta negli anni ’80 per l'uso dell'eroina, chi per indigenza. Comunque questo non conta, Karen forse non è stata mai viva. Era uno spirito ineffabile, impalpabile. Non era fatta di carne, ma di un’anima immensa e lacerata.

Cara Karen, quello che in realtà ci frega è che spesso confondiamo la perfezione con l’eccellenza. E mentre testarde perfezioniste emotive quali siamo ci logoriamo tentando con determinazione di raggiungere la prima, che poi forse manco esiste, non ci accorgiamo invece che siamo già arrivate alla seconda.

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editoriale di odradek

Sto dalla parte dei vecchi, specie se acidi e rompicoglioni, che si lamentano e imprecano per le scritte sui muri.

Hanno finito da poco di riverniciare e il muro sembra nuovo di zecca, spicca come un segno di speranza tra la rassegnazione smoggata dei palazzi intorno, come una sfida all'inesorabile, o anche come un patetico maquillage su un volto attraversato dai segni implacabili del tempo, fate voi.
La luminosità di quella superficie intonsa non durerà, sarà presto sfregiata da mani rapaci, da giovani col sardonico ghigno di chi deflora un corpo inanimato, per poi vantarsene con i propri simili.

Sto dalla parte dei vecchi, acidi rompicoglioni (che con buona probabilità voi detestate, come tutti, suppongo) per ragioni diverse dalle loro. Non è mio il muro, non mi stupisce il vandalismo, non nutrivo grandi speranza intorno alla riconquistata verginità di quella superficie.
E' la sciatta e arrogante imposizione di sé che mi disturba e mi disgusta. Caratteri più o meno originali, sigle e sgorbi che intendono manifestare la presenza di un "writer", marcare un territorio, sfoggiare uno "stile", testimoniare ad un mondo insensibile l'"urgenza" di "comunicare" sa il cazzo cosa.

E non parliamo di quei gaglioffi che si affannano a rilasciare patenti di artisticità, paraculi nefasti, assessori alla cultura o critici prezzolati senza spina dorsale.
Non è solo questione di gusto (la stragrande maggioranza degli sgorbi ne è assolutamente priva, quel che resta il più delle volte è ripetitivo) anche se un po' di gusto non potrebbe guastare oltre. E' proprio la convinzione che quella superficie sia lì per te, per la tua insopprimibile bramosia di "dire".
Convinzione che ne presume un'altra, cioè che tu abbia qualcosa da dire.
E un'altra ancora, che tutto il mondo non veda l'ora di conoscerla, questa cosa che credi di dire con le tue bombolettine.

Ma non è un problema loro, non è altro che retorica da vecchi, questo affannarsi sul senso delle cose e il rispetto di quelle comuni o altrui. Lo danno per scontato, i writers: sono artisti, sono giovani, liberi e coraggiosi, il mio sguardo infastidito è quello di un annicchilito urbano che dovrebbe essere grato di tanta grazia ricevuta.
Ma vadano affanculo, brufolosi egocentici arroganti.

Epperò...

Qualche volta ne vedo alcune, di scritte, defilate, anonime, inattese e folgoranti e sono grato alla mano sconosciuta che le ha tracciate.
Non stanno sfoggiando un presunto stile, non appartengono al vasto mondo paraistituzionalizzato delle opere d'arte urbana: son solo "le scritte sui muri" roba dell'altro secolo e di quello prima.

Quella della foto è su un muretto non distante dal posto dove lavoro, le passo spesso vicino andandoci, al lavoro.
Non so se l'autore si rivolgesse a qualcuno in particolare, magari residente di fronte, costretto ogni giorno a riflettere sulla propria condizione, o se invece abbia voluto ricordare, a noi, passanti distratti, qualcosa che tediamo a obliare.

Un paio di giorni dopo che l'ho fotografata qualcuno ha tappezzato il muretto con piccole locandine accostate l'una all'altra sino ad occultarla completamente.
Mi ha fatto sorridere osservare la piccola teoria di locandine, e mi ha fatto piacere constatare che la vista della scritta si sia dimostrata insopportabile.

E' insopportabile alla vista perché è insopportabile alla coscienza.
Sprigiona la semplice potenza di un memento mori, ma nel suo rovescio: sinché non sarà il momento ti tocca vivere, è tuo onere e onore, e dovresti farlo al meglio. In fondo di un "memento vivere" si tratta.

Ed è una sintesi che non consente rifugio nella distrazione, nel "far finta di niente".
Poteva chiudersi perfettamente con "...merda", ma quel "... e tu lo sai", implacabile, ti investe di un'autorità, nei tuoi stessi confronti, che non ti consente scampo.
Certo, è drastica e definitiva, un po' troppo assertiva, forse, non tiene conto delle sfumature...

Non so voi, che suppongo per lo più giovani e "in progress", sufficientemente soddisfatti delle vostre esistenze o comunque intenti a indirizzarle verso l'orizzonte dei vostri desideri, che non avete ragione di leggervi quanto vi leggo io.
Ma io lo ringrazio, quello scrittore sui muri (writer ci sarà tua sorella) che, con la sua spietata sintesi, mi obbliga a ricordare lo squisito che è in me, e il dovere di riportarlo alla luce.

Vi amo, tutti voi che siete in questo bar.



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editoriale di Taddi

Canzoni che ti salvano la vita,
che ti fanno dire "no, cazzo, non è ancora finita!"
che ti danno la forza di ricominciare,
che ti tengono in piedi quando senti di crollare

(Brunori sas)

So che esistono canzoni che salvano la vita. Lo so per certo, hanno salvato il mio fratellone e sono stata io che gliele ho fatte ascoltare.

Successe nel 1986 un sabato sera. Sono a casa con i miei genitori ed arriva una telefonata dall'ospedale maggiore, il mio fratellone fresco di patente ha avuto un incidente. E' in coma, ci resterà per diversi giorni. Il dottore disse che tutto dipendeva da lui, dalla sua voglia di vivere e che noi dovevamo aiutarlo. Ma cosa poteva fare una ragazzina per aiutare colui che mi ha insegnato ad ascoltare la musica, a ribellarmi ai bulli a scuola, a capire cosa significa fidarsi ciecamente di qualcuno (del fratellone, ovviamente)? L'unica cosa che mi venne in mente era registrare la mia voce su una TDK C-60 con il suo microfono. Sì la voce va bene, ma cosa dico? Ed il sottofondo? Che canzoni metto?

Ci ho pensato diverse ore, sono entrato in camera sua e ho inventato radiobros, in cui una "presentatrice" (io) intervistava dei cantanti (sempre io) e li invitava a cantare in studio (la cameretta) ed ad eseguire il loro pezzo migliore (lp dalla collezione del fratellone registrato con microfono vicino alla cassa). Poi con un mangianastri in ospedale gli ho fatto ascoltare la cassetta decine di volte, vincendo l'imbarazzo che mi provocavano i dottori e le infermiere.

Si è svegliato, è rimasto a lungo in ospedale, ma è guarito.

La domanda è:

Voi cosa avreste registrato?

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editoriale di Dislocation

Venticinque luglio, che caldo, eh?

La Storia, eh?

C'era una volta, in un venticinque luglio di tanti, non troppi, anni fa, un imbelle, delinquente ed incapace, di mestiere re, che fece arrestare un pluriassassino con velleità da statista, amico ed alleato di un multikiller già suo allievo, che aveva di molto e da molto superato il maestro. L'imbelle in questione, di mestiere re, che in vent'anni mai aveva contrastato, anzi, aveva spianato la strada agli sporchi misfatti dello "statista", lo sostituì con un vecchio ottuso a fine servizio, facendo compiere alla nazione ingannata, stracciata, squassata e bombardata un'elegante inversione ad U, compromettendone per sempre la credibilità internazionale dopo averne minato irrimediabilmente l' unità interna ma schierandola, oplà, quasi fuori tempo massimo, coi vincitori della più sanguinosa guerra fino ad allora mai combattuta ed aprendola a nuove invasioni d'ogni genere, non solo belliche, da molti lati e da diverse provenienze, una dopo l'altra, nel disperato tentativo di ripulire un Paese dalle porcherie compiute in due continenti.
L'allievo teutone corse in aiuto del suo ex maestro, liberandolo dalla comoda prigione montana in cui il vecchio imbelle delinquente di mestiere re l'aveva confinato, anziché farlo passare, più degnamente, per le armi.
Si aprì così una breve, nuova stagione di indegnità pressoché inedite, con nel mezzo poche migliaia di uomini verticali, ancora disposti ad immolarsi per una patria che li aveva prima perculati fin dall' infanzia e poi dispersi su almeno sei fronti di guerra, per poi, in tempi di pace, vedersi accusare d'ogni nefandezza dai nipotini di chi, le nefandezze, le aveva davvero compiute in nome e per mano del sopra descritto sedicente statista e del suo teutone ex allievo.
A due anni scarsi dalla notte del suo arresto il pluriassassino, dopo aver ripreso il potere da servo del teutone, ebbe modo di vedere il mondo rovesciato, appeso per i piedi, insieme ad una piccola schiera di suoi accoliti, pago di aver cosparso di trecentoventimila cadaveri di suoi compaesani l'Unione Sovietica, la Jugoslavia, l'Albania, la Francia, il Nordafrica e l'Africa Orientale, la Grecia ed il mar Mediterraneo e di aver cacciato sottoterra anzitempo poco meno di trentamila civili, periti sotto le bombe in arrivo dal cielo patrio di cui il nemico, eh, era padrone assoluto.

La Storia, eh?

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editoriale di Trofeo

Massimo Cotto non era soltanto uno scrittore, autore, giornalista, conduttore, disc jockey, nonché Cavaliere e Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Era un uomo innamorato della vita, della famiglia, della gente e della musica, del rock in particolare, che ha vissuto e raccontato per quarant’anni. Massimo era saggio e umile, colto e intelligente, premuroso, empatico e attento.

Ha scritto più di settanta libri, collaborato con decine di artisti del panorama musicale e giornalistico, ha condotto spettacoli teatrali, è stato autore a Sanremo e in Rai, ha prodotto centinaia di ore di intrattenimento per la radio e la televisione. Ha impreziosito la carta stampata con il racconto dei suoi incontri con i grandi della musica, da Bruce Springsteen a Bob Dylan, passando per Leonard Cohen, senza dimenticare gli amici del Belpaese, come Paolo Conte, Francesco Guccini, Piero Pelù, Luciano Ligabue, tra gli altri, nonché l’amico inseparabile Giorgio Faletti, che ricordava ogni giorno con affetto.

Massimo è diventato patrimonio di tutti quando nel 1983, dopo aver abbandonato il basket, sua altra grande passione, ha iniziato a prestare la sua voce alla radio, partendo da Radio Rai, fino ad arrivare nel 2012 a vivere la sua ultima importante esperienza negli studi di Virgin Radio. Qui all’inizio era una splendida voce narrante, poi una presenza imprescindibile al risveglio, in compagnia del “Dottor Feelgood”, a.k.a. Maurizio Faulisi. Le risate, le intuizioni brillanti, il “terzo indizio”, la sintonia con il “Cavaliere Nero” Antonello Piroso, a formare un trio epico che spaccava l’etere.

Massimo usava il suo profilo Instagram per celebrare i più grandi, fare loro gli auguri di compleanno, ricordarci quando erano nati, chi fossero e presentarli a chi non li conosceva affatto. Rispondeva ad ogni singolo messaggio sotto ogni post, pubblicato con puntualità certosina ogni mattina all’alba, prima che “Rock&Talk” tirasse su l’ancora.

L’ho incontrato di persona alla presentazione di quello che a sua detta avrebbe dovuto essere l’ultimo libro di una lunga serie dedicata al rock (Il Rock di Padre in Figli*). Un’opera che aveva le esplicite sembianze di un lascito, una sorta di eredità, interamente dedicata al figlio Francesco Danilo, interlocutore principale del racconto.

La notizia della scomparsa di Cotto è arrivata stamattina, dopo la smentita, una settimana fa, di fake news sulla sua morte, che avevano stranito tutti. E' giunta a tutti tramite le struggenti parole della moglie Chiara Buratti:

"Ti ho sempre detto che mi hai salvata. È così. Ci siamo conosciuti che ero una ragazzina timida e astemia (questo ci tenevi sempre a specificarlo) e abbiamo camminato assieme per 21 anni. Non sempre in discesa, ma avevamo ottime gambe. La cosa che mi fa incazzare di più è che tu mi hai salvata, ma io non sono riuscita a salvare te. Continua a soffiare nel vento. Nessuno ti dimenticherà mai, nemmeno per un istante. Te lo prometto"

Un fulmine a ciel sereno per le migliaia di persone che lo seguivano, meno preparate rispetto a chi invece lo viveva da vicino nel quotidiano. Una notizia triste e difficile da accettare, che ha scatenato un’incontenibile ondata di affetto e cordoglio. Perché Massimo Cotto era come quell’amico sempre impegnato che non riesci a vedere spesso ma che è sempre lì, a rispondere alle tue domande e a regalarti un sorriso senza volere nulla in cambio.

Massimo adorava Chester Bennington e ogni anno, a luglio, lo ricordava con parole sempre nuove. Lo stesso luglio che servirà a ricordare entrambi, d’ora in poi.

C’è bisogno di gente in gamba lassù, questa è l’unica spiegazione plausibile per la fine prematura di una vita, seppur incredibile e pienamente vissuta. Quella di Massimo non fa eccezione e ci vorrà tempo per abituarsi alla sua assenza. Stavolta non abbiamo colto il suo terzo indizio e avremo bisogno di riflettere per trovare la soluzione.

Oltre alle sue opere letterarie, lascia al mondo la collezione privata donata a “Le Cattedrali dell’Arte” nel Monferrato. Più di trentamila dischi tra cd e vinili, duemila libri e centosessanta quadri dipinti da artisti come Leonard Cohen, Elvis Costello e Miles Davis, oltre a migliaia di memorabilia autografate. Un tempio da lui creato, dove si raccontano e si respirano cinquant’anni di arte e musica.

“Che la terra ti sia lieve” Mr.Cotto, come hai sempre detto quando salutavi qualcuno per l’ultima volta.

Arrivederci MAX. Fai buon viaggio.

Lacio Drom.

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editoriale di MauroCincotta66

Ehiii Gic!!! Dove vai così di fretta pedalando in bicicletta?!?! E fermati con noi a bere un pirletto … se non ricordo male Campari, giusto?

Si, giusto ma grazie no gnari (devo pur usare le locuzioni locali per senso di appartenenza, dopo 25 anni!), non posso, scusate ma stamattina mi sono svegliato con le note di “How” di John Lennon nelle orecchie e devo, dico DEVO, andare a casa e dare soddisfazione alle trombe di Eustachio con tutto “Imagine”, dall’inizio alla fine. Poi, magari, tiro fuori la Rolls dallo scaffale e ascolto anche “Let It Be”!

Ma dai … ma perché non ascolti la musica andando in bici e così puoi fermarti con noi?

Perché? Perché ho detto che devo ascoltare, non sentire! Ascoltare, chiudere gli occhi e coinvolgere partecipativamente il pensiero stimolato dalle onde sonore. Non fare nient’altro, solo dedicare tutti i miei sensi al piacere dell’ascolto.

E poi c’è la liturgia dell’ascolto in vinile, con i gesti che si ripetono, sempre gli stessi: accendo il giradischi e l’amplificatore; estraggo il vinile dalla sua custodia invecchiata dal tempo e lo appoggio delicatamente sul piatto; prendo la spazzola antistatica e, mentre il disco gira, tolgo la polvere dall’interno verso i bordi; stacco il braccio dal suo supporto; lascio dolcemente cadere la puntina sul bordo del disco e, finalmente, dopo tanto operare l’agognata gratificazione: il suono. Una marea infinita di frequenze che solo il vinile riesce a rendere.

Mi siedo nello stesso punto del divano, sapientemente posizionato rispetto alle casse, e so già che non mi alzerò fino alla fine del lato A. Quando la puntina smette di suonare musica e restituisce il vuoto della superficie non incisa, esco dallo stato d’estasi e mi alzo per girare il disco e iniziare l’ascolto del lato B. Senza interruzioni, senza skip, senza shuffle, senza remote control. Senza limiti all’immaginazione.

Ho già accumulato circa 250 vinili cercando di scegliere con cura cosa acquistare. Prima i grandi classici, poi quelli che mi hanno accompagnato in momenti indimenticabili della mia vita, fortuna che i due insiemi sono decisamente intersecati! Agli estremi della valutazione secondo questo parametro, ci sono i vinili/swiffer e i vinili/porco. I primi, dopo un paio di ascolti se ne staranno sullo scaffale per tanto tanto tempo a catturare polvere. I secondi si fanno ascoltare dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità. Non si butta niente e ringrazi per i solchi vuoti tra una traccia e l’altra che ti fanno riprendere per un attimo il contatto con la realtà. In questo caso, ogni tanto devi resistere alla tentazione, perché l’ascolto usura il vinile. (E “Imagine” è decisamente un Gran Suino Padano, con due quarti posteriori – la title track e la citata How – buoni per il Culatello di Zibello!).

Non compero mai compilation (solo rare eccezioni) o versioni successive, rifacimenti, extra vari o canzoni escluse. Mi interessa il disco originale, (anche se ristampa, ma rigorosamente riprodotta prima dell’era digitale), e mi interessa capire come è nato e perché l’artista è arrivato in quel momento a fare quell’album. Oggi è possibile conoscere l’intera produzione di un artista attraverso l’utilizzo di piattaforme di streaming musicale e magari approfondendo con la visione di interviste e live su YouTube. Ma tutto ciò non ti servirà a capire. Tutto troppo facile. Le cose bisogna conquistarsele con pazienza e dedizione. Un po’ come quando si andava in biblioteca per trovare materiale e scrivere la mitica ricerca assegnataci dal prof.

E poi, Il piacere di possedere oggetti è un qualcosa che accompagna l’essere umano da sempre, basti pensare ai corredi funerari risalenti già all’età del rame. È in questo solco che nasce il desiderio di avere un elemento concreto che attui la passione verso un artista. La passione: la spinta propulsiva senza la quale questa pratica sarebbe una meccanica raccolta di oggetti. “Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.” (Cit. da “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello)

Collezionare vinili è un’arte che si impara sul campo. Scoprire che le stampe migliori sono quelle giapponesi, sapere che I Pink Floyd etichetta Capital sono decisamente meglio di quelli EMI, che un vinile rimasterizzato è come una bambola gonfiabile, che il concetto di “Near Mint” di un greco non è uguale a quello di un tedesco! Vuol dire passione, pazienza e attenzione, con la consapevolezza che è tutto soggettivo.

Se, come me, ami la buona, vecchia musica (fino a metà anni 80), sei fortunato perché i dischi in vinile ti daranno il meglio dato che gli album erano nati per i vinili. E poi un disco in vinile non è soltanto un oggetto che consente di ascoltare musica trattata solo in modo analogico (e non è paglia …), è anche un oggetto visivo da consultare e mettere in bella mostra, come un’estensione culturale della nostra identità. Lo scaffale dei dischi parla di noi e non solo del nostro gusto musicale.

Qualcuno dirà: una boomerata. Certo che lo è. Per noi cresciuti a sbavare dietro le vetrine dei negozi di dischi, tutto ciò è un modo (stupendo) di tornare bambini e non c’è niente di meglio, per ricordarsi di amare la vita, che coltivare e proteggere l’immaturo che custodiamo gelosamente nel nostro profondo.

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editoriale di vibration

PARTE II

Continuai a chiedere cos'erano le perle nere, da dove venivano.

"Le perle nere" finalmente mi rispose ," non sono altro che ricordi dimenticati ,vagano finche non riescono a vedere la luce uscendo dagli occhi come lacrime,trasformandosi in Perle Nere, ma queste sono solo leggende".

"Ma perchè le lacrime diventano simili a Perle nere ?'" chiedo

"Forse perchè i ricordi soffrono a essere lasciati soli e diminticati a vagare per tempo. Chissa magari in una di queste perle nere è racchiuso un momento di felicità dimenticato, forse l'amore. La felicità che tanto cerchi forse era gia tua emica e tu l'hai dimenticata,lasciata sola in una solitudine infinita."

"Senti cane nero perchè ora che sono riuscito a eliminare i Ricordi trasformati in perle nere,perchè continuo a stare assai male ?"

"Perchè nel tuo esistere ore c'è un vuoto che ti spaventa perchè non sai come affrontarlo"

Mio Cane nero aiutami ,tu che sei il solo mio amico, ascolta "Credo di non aver conosciuto la Felicià. L'amore , La tranquillià , Le Vere gioie che la vita può donare. Ho conosciuto solo i dolori che la mancanza di esse mi provoca. Allora perchè non diventare amico della morte e godere dell'oblio che regala. Dovrò lasciare te mio solo amico.

"Caro mio tu non hai capito niente, Io non sono tuo amico. Mi nutro dei tuoi dolori, delle tue pene, delle Tue perle Nere se spaccandole contegono lacrime amare.. Potrei calpestarti e probabilmente domani sarò per te una nuova Perla Nera"

Mi sveglai con il mio Cane Nero che mi guardava sorridente, avevo la cerniera che divide l'esistenza dal non essere, avevo sul viso una lacrima che proprio non riuscivo a spiegarmi.

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editoriale di De...Marga...

Vivo in mezzo alle montagne e la mia è una zona di caccia; ho sempre avuto un rapporto neutrale con l'attività venatoria (senza per favore tirare in ballo la parola "sport"). Diciamo che non sono mai stato favorevole, ma nemmeno contrario; fino a ieri perchè ho dovuto schierarmi da una parte. Credo sia facile intuire quale sia stata la mia scelta; ma procediamo con ordine.

Approfittando di una tregua delle pessime condizioni meteo decido di fare una bella camminata; mi basta uscire di casa ed incontro subito il sentiero che sale verso il Lusentino (vi ho già parlato di questo luogo in una mia recensione di un disco dei Fishbone). Procedo ancora con la salita, visto la temperatura accettabile, ed in circa due ore raggiungo l'Alpe Torcelli, quota 1440 metri, dove pesto la prima neve di stagione. Solite visioni paradisiache, nel frastornante silenzio di questi luoghi che hanno un potere speciale su di me da sempre.

Nel ridiscendere verso casa avviene il fattaccio; giunto dei presi della borgata di Vallesone, più o meno nel luogo indicato nella foto che allego, sento il latrato di alcuni cani che mi annunciano la presenza in zona di qualche cacciatore. Prendo la decisione di abbandonare il bosco ed il sentiero per la comoda strada asfaltata dove mi reputo più al sicuro e molto più visibile all'occhio umano. Nemmeno il tempo di compiere dieci passi ed è il finimondo: appena sopra di me, nascosti dalla boscaglia, i latrati dei cani si fanno ancora più "bavosi" mentre rozze urla, oscene e primitive, incitano l'amico dell'uomo a cercare, a stanare la presunta preda. Uno, due, tre, quattro spari riecheggiano poche decine di metri sopra di me; poi di colpo un silenzio mortale...

Non so come sia andata la battuta, non so che animale hanno messo sotto tiro; posso solo dirvi che mi è venuta voglia di correre cercando al più presto di allontanarmi da quel luogo barbaro, che odora di morte. Con la paura da un momento all'altro di imbattermi nella disperata fuga di qualche animale ferito; e visto che le mie montagne abbondano di cinghiali vi assicuro che tale esperienza non è raccomandabile. Quando mi reputo fuori tiro rallento la corsa, rifiato pensando a quanto accaduto: non mi era mai capitato di essere così vicino, presente, quasi partecipe alla fine di un animale selvatico. E non è stata una bella esperienza.

Tutto questo a poche centinaia di metri da case e dalla umana civiltà.

O forse le parole adatte per chiudere qui potrebbero essere umana inciviltà.

Ad Maiora.

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editoriale di perfect element

E’ tardi.

Il manto stradale in questo punto non deve essere stato rifatto di recente, perché sulla pelle del viso riesco a sentire i sassolini con cui preparano l’amalgama bituminoso; li distinguo uno dall’altro. Un manto nuovo sarebbe più uniforme. Anche ad Ale piacciono gli oggetti lisci, regolari. E’ sempre stato un po’ maniacale, in queste cose. Come suo padre, del resto.

Cristo! E’ tardissimo!

La pioggia battente non mi dà fastidio, ma dovrò ricordarmi di portare in lavanderia i vestiti. Tutte le macchie che ci troverò sopra non sarebbero di sicuro alla mia portata. Ho fatto danni col bucato in situazioni molto meno estreme. L’odore di gasolio, invece, è insopportabile. Ti resta appiccicato alle mani quando fai il pieno e non ti si leva dal naso per ore. Almeno, a me succede così. E’ per questo che non sopporto i distributori fai-da-te. Se posso, piuttosto aspetto di trovarne uno con il servizio vecchia maniera, col gestore che, magari dà pure una ripulita al parabrezza – mi avrebbe dato, visto che è ridotto in centinaia di minuscoli frammenti. Qualcuno lo intravedo anche da qui. Piccolissimi diamanti investiti da gocce di pioggia. Diamanti liquidi su diamanti solidi.

E’ tardi.

Anche i diamanti mi sono sempre piaciuti. Non tanto per il loro valore commerciale, ma per la loro natura: limpidi, duri e puri. Preziosi come gli istanti. Spesso, il simbolo di qualcosa che alla natura umana forse non apparterrà mai. Di sicuro, non alla mia; anche se, da sempre mi piace pensare di sì.

Tossisco.

Ecco, così imparo a pensare alle cazzate. Ti vanno di traverso anche quando le rimugini soltanto. Sapore di ferro in bocca. Devo fumare meno o diventerò uno di quei vecchi tisici, con i denti gialli e la pelle rugosa. Altro che fascino di un volto vissuto. Incartapecorito piuttosto.

Cazzo, è veramente tardi!

Eppure, ce la metto sempre tutta per farmi bastare le stramaledette ventiquattro ore. Mendicanti di Spagna, così si chiamava. Da quando l’ho letto, mi torna in mente almeno una volta al giorno, o forse, ce l’ho costantemente nella testa. Chissà se un giorno davvero esisteranno gli insonni, e se davvero, con tutto quel tempo in più a disposizione, la loro esistenza sarà migliore? A me eliminerebbe più di un problema. Non che dedichi al sonno molte ore, cinque, quando va bene sei; ma, vuoi mettere?

Tardi, tardi, tardi….

Ha smesso di piovere. Mi sembra. Non sento più i diamantini liquidi abbattersi sulla guancia per frantumarsi in altre piccolissime gemme. Come in alcune foto che ho scattato ai bambini mentre si divertivano a saltare nelle pozzanghere con i loro stivaletti di gomma gialli. Non sono mai stato un gran fotografo, come la loro mamma; ma con quelle meraviglie di macchine digitali, anche uno negato come me, riesce, certe volte, a intrappolare qualche istante unico.

È tardi.

Comincio anche a sentire un po’ il freddo. Il caldo lo sopporto, il freddo non lo reggo; per questo preferisco il mare alla montagna. Come se al mare non facesse mai freddo. Comunque, le ferie estive al mare e poche balle! Mi accontento di vederla in inverno la montagna, per andare a ciaspolare. Il mare è meglio, anche d’inverno. Mi piacerebbe andare a viverci. Non in un posto troppo turistico.

È tardissimo.

Ora fa davvero freddo. Quest’anno il caldo torrido non è ancora arrivato. Quando ero bambino nevicava ogni anno, in inverno. Dell’arrivo della Primavera te ne accorgevi. Dalle giornate sempre più miti, dai profumi. Dalle gonne corte delle ragazze sui motorini. L’estate durava i mesi che si supponeva dovesse durare. Adesso nevica a luglio, anche se solo in montagna. Io la Primavera non la sento più da un pezzo. Sarà che non posso più usare la moto. Dover usare soltanto l’auto ti costringe a dimenticare queste sensazioni. Chiuso nell’abitacolo tecnologico, clima, navigatore e sistema dolby-surround. Addio vento in faccia e sentore di erba tagliata.

E’ sempre più tardi.

Ero sicuro di sentirla, fino a un attimo fa. Il cd era la colonna sonora di Vanilla Sky. O forse era Fino alla fine del mondo? Ho sempre associato Musica e Cinema a un qualche evento, a qualche periodo preciso della mia vita. Forse lo fanno tutti. Ascolti un brano e ti si materializza nella mente un volto, un profumo, una situazione, un luogo. Meglio ancora quando è solo una sensazione. Talmente vivida e reale che ti si accappona la pelle. Peccato duri un attimo, svanisca e non vale mettersi d’impegno per farla tornare. Non funziona. Speri solo che ti ricapiti.

Cazzo se è tardi!

Non è servito partire prestissimo. Il traffico era già intenso alla sette e mezza della mattina. C'è poco da correre se in corsia di sorpasso ti si piazza davanti uno a centotrenta e non si schioda nemmeno se ti avvicini tanto da baciargli il paraurti posteriore. Abbaglianti, clacson e freccia sinistra in funzione. Niente. Sono già al limite della velocità, quindi, fottiti, sembra dirti. Non gliene frega un cazzo che tu stia correndo un po’ troppo per raggiungere i tuoi bambini, insieme ai quali trascorri troppo poco tempo. Non pensa minimamente di rientrare nella corsia centrale il tempo necessario per lasciarti passare. Gli interessa unicamente far valere il proprio fottuto diritto di viaggiare al limite della velocità consentita e farti perdere altro preziosissimo tempo. Si vede che lui ne ha da buttare. Perché se lo avesse impiegato meglio, probabilmente guiderebbe un’auto in migliori condizioni. Invece, all’improvviso gli pneumatici hanno cominciato a emettere fumo. Non ha frenato. Almeno, le luci degli stop non si sono accese. L’auto si è inchiodata in corsia di sorpasso, semplicemente.

E’ tardi, tardi, tardi.

Una volta a uno dei ragazzi della compagnia è successa la stessa cosa in moto. Aveva grippato. La ruota posteriore si è bloccata e lui è volato nella risaia. Grande spavento, pochi danni. Gli avevo detto un mucchio di volte che troppi spinelli avrebbero finito per rincoglionirlo. Non che fosse completamente rincoglionito, solo quel tanto che basta per dimenticarsi di rabboccare l’olio motore. Olio bruciato. Ecco che odore è. Insieme a quello di gasolio e gomma bruciata. Mi verrà il mal di testa. Ennesimo Aulin. Ormai ne ingerisco una scatola al mese. Quante bustine sono? Troppe. Di sicuro troppe. Mi sfasceranno lo stomaco e il fegato.

Quanto è tardi?

Non fa più freddo. Che cazzo di tempo! Poco fa si gelava. Non sento più neanche quello schifoso mix di olio-gasolio-gomma bruciata. Ad essere sinceri, non sento più niente. So solo che è tardi. Davvero troppo tardi.

Ormai.

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editoriale di zaireeka

Mi capita spesso, in questi ultimi anni, di mettermi in testa di fare un esercizio che potrei definire di immaginazione retro-futurista.

Consiste in questo. Chiudere gli occhi e pensare intensamento al mio presente come immaginato dal ragazzo che sono stato, nell'atto di pensare ad uno dei suoi possibili tanti futuri.

Sono convinto che, se mi concentro abbastanza, dopo un po' potrei avere seri dubbi se mi trovo nel 1981 ed immaginare il 2014 o viceversa. Potrei forse recuperare a quel punto del tutto i ricordi e le sensazioni di un istante vissuto di uno di quei giorni lontani. Praticamente potrei tornare ad avere sedici anni, anche se per un tempo molto limitato. Il presente del resto, come affermano famosi scienziati, non e' altro che il passato che riusciamo a ricordare (o immaginare?) con piu' facilita'.

Fra qualche mese compiro' cinquantanni.

A pensarci gli ultimi venticinque anni della mia vita mi sembra siano davvero vola ti.

La percezione soggettiva del tempo trascorso, ne sono sempre piu' convinto, e' soggetta nella nostra mente ad una forma di compressione simile a quella che si fa sui file. Blocchi di vita piu' o meno sempre uguali vengono trascritti solo una volta con un numerino affianco a dire quante volte e' successo, cosi' da occupare meno spazio. E cosi' il tempo trascorso sembra molto meno di quello effettivo, sembra davvero volato.

E' dai sei ai diciotto anni che il tempo sembra davvero incomprimibile, almeno algoritmicamente parlando, almeno quando ci troviamo da quelle parti.

Intanto, senza neanche tanto accorgermene, sono diventato mio padre. E nel mio vecchio ruolo di campione della incontentabilita' ci ho messo mia figlia.

Ora mi limito ad apprezzare le cose che ho, a tentare di non essere troppo pesante in casa (raramente ci riesco) e sul lavoro, ed ogni tanto penso spesso (cit.) al futuro che ci aspetta, con un po' di angoscia possibilmente, vista l'aria che tira.

E qualche volta mi capita di misurare me stesso, noto insensibile, con la commozione che provo pensando a quelli che ho conosciuto e non conosciuto e che sono scesi dal treno, volontariamente o no, prima di arrivare alla fermata dei cinquantanni: artisti, amori, amici di infanzia, quel cantautore americano che in questi giorni non faccio altro che ascoltare su YouTube e riprodurre sulla mia chitarra, cani, tute da ginnastica, retine (quelle nell'occhio) ancora attaccate, cotte, sogni.

Un Aleph degno del racconto di Borges, che spero (quando saro' prossimo ai centanni, vabbe', ai novanta...), di essere cosi' stanco e svogliato da non riuscire a ricordarne la faccia.

Ed allora saro' di nuovo un bimbo appena nato, con gli occhi chiusi, e con un pannolone attaccato al sedere. E una badante ucraina di nome Maria (e' una fortuna che si chiamino tutte cosi', cosi' non c'e' modo di sbagliarsi se ne hai in casa piu' di una) a farmi da mamma.

Kurt Vonnegut nel suo "La colazione dei campioni", alla vigilia dei suoi cinquantanni, libera tutti i personaggi dei suoi romanzi. Io molto piu' modestamente mi sono limitato a liberare i miei pensieri.

Non dimenticatevi di me quando sarete lontani.

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editoriale di iside

sul deb c'è solo una regola:

Non prendetevi mai sul serio.

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editoriale di De...Marga...

Venerdì con la compilazione dell'atto notarile ho chiuso la vendita della casa dei miei genitori a Pieve Vergonte.

Perchè da diciotto anni risiedo sulle alture di Domodossola, ma in cuor mio resterò un Pievese per sempre.

Quella casa popolare che mio padre aveva comprato a prezzo irrisorio nei primi anni ottanta e che mi ha visto crescere.

Un capitolo importante della mia vita che si conclude; tristezza e felicità si sono per settimane rincorse.

E' stata dura, durissima vendere quel piccolo appartemento; ma troppe le spese da sostenere, troppi oneri, troppe incombenze.

E visto i miei ancora purtroppo persistenti problemi con il lavoro sono stato in qualche modo costretto a vendere, anzi a svendere alla fine.

Mercoledì ho portato via le ultime cose e per l'ultima volta sono salito, da solo, in casa. Sedendomi per l'ultima volta nel letto dei miei cari genitori; ed ho pianto a lungo.

Poi sono sceso in cantina, svuotandola dal numero incredibile di "cianfrusaglie" che mia madre ha conservato nell'arco di una vita.

Ed ho ritrovato una vecchia scatola in legno che odorava di vecchio, di antico. Conteneva centinaia di foto della mia gioventù; i miei parenti, le mie nonne, i cugini dell'Abruzzo. Gli amici, i compleanni, i pranzi per la Comunione e la Cresima. Quanti brividi, quante risate, quante emozioni mi sono passate davanti.

Poi mi è capitata la foto più bella...ed è stato devastante emotivamente parlando. Mamma e papà ritratti nei primi anni settanta; abbracciati, sorridenti, bellissimi ed ancora lontani dai dolori, dalle tribulazioni degli ultimi anni.

Ho portato la foto con me dal notaio, tenendola nel taschino della camicia vicino al cuore, mentre firmavo la cessione della casa di Pieve Vergonte. Mi ha dato forza.

Ed infine, rientrato a casa nella mia borgata, ho mostrato la foto a mia figlia Elisa che più o meno ha detto così: "Caspita papà assomigli tantissimo al nonno". Ed è verissimo caro il mio Diamante Grezzo.

Ho scritto queste poche righe con sottofondo musicale "Making Movies" dei Dire Straits; il mio primo amore musicale che così tante volte avevo ascoltato in quella piccola casa popolare.

La mia vita, la mia Musica.

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editoriale di nes

Kloo suona la chitarra.
E' bravo.
Una chitarra una voce e un cellulare linkati a una pagina splendida di debaser, e novanta secondi di Lo Fi esplodono nella stanza allungandone i confini.

La pagina non ve la linko perchè mi vergogno: ho spompinato kloo dal primo all'ultimo commento.

Avevo aperto la pagina delle interviste audio di artsceipdbox e Pinhead tempo fa e l'avevo trovata un'idea divertente.Al secondo appuntamento era già malattia: voi siete caratteri sullo schermo, in quest'universo sentire le vostre voci è pornografia.

Poco tempo a disposizione e lavoro massacrante e non riesco neppure a sentire cinque minuti di gente che parla.
Basta, fanculo: cerco altro.
Ciao ciao stipendio; ridatemiuna vita, riscaldamento a 17 gradi, e la NASpI.

Riesco a sentire, in ritardo.
Sono in ritardo di diciotto mesi su tutto.
Black Mirror lo riprendo domani (cristo se avevate ragione!) oggi apro l'intervista a Kloo.
Bella, bello, bravi, puntatona.
Sento leggo, leggo sento, finisce tutto.
Kloo suona, bomba.
Suona Raf.

Apro Raf su youtube e, perchè internet è droga e dipendenza con meccanismi specifici studiati e ragionati e se ci finisci dentro chiedi di finire "a merda" su tutto,
vedo il "Battito animale". La ascolto e dico "Minchia, ma questo è outing?" E penso a scrivere una recensione in cui spiego verso per verso il senso metaforico della cosa.
Ma forse sono inconsciamente omofobo, e ho paura che la mia lettura del brano potrebbe risultare offensiva per qualcuno. Oppure potrei dire una cosa che si sa da trent'anni e che io ignoravo perchè a me, di Raf, che ci crediate o meno, non me ne è mai fregato niente. Non lo conosco, quando ho scoperto che il brano suonato da kloo non era di Laura Branigan - non so chi sia neppure lei - ma di Raf, mi son subito chiesto: "ma qual'è Raf?" E quindi: boh, non è che partendo da queste basi potevo sperare di scrivere qualche cosa sull'argomento che non rischiasse di farmi fare la figura dell'ignorante e dello stupido che credo comunque di star facendo ora (sono stanco, abbiate pirtà). Addirittura potrebbe esser Raf che coverizza Laura Branigan; rendiamocene conto: non era il caso.

Allora apro il foglio di testo e decido che se non sarà Raf sarà Kloo. Saranno Kloo artsceipdbox e Pinhead. E non sarà una recensione: sarà un editoriale. Un editoriale così:

Kloo souna la chitarra.
E' bravo.
Chitarra voce e cellulare linkati a una pagina splendida di debaser, e novanta secondi di Lo Fi esplodono nella stanza allungandone i confini.

E la pagina, così, a sorpresa, questa volta ve la linko.
Ma solo perche Debaser sta morendo da Dio.

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editoriale di macaco

Una questione risolta e irrisolta mi accompagna in questi ultimi tempi (spero non tempi ultimi), in certi momenti aleatori nell´arco della giornata con una predilezione del dormiveglia.

É apparsa cosí, non ricordo come, e tutt`ora fluttua fra le onde del mio campo mentale.

Oddio... é una cosa che puó sembrar semplice e banale, non sto di certo parlando dell´equazione di Schrödinger, o dell´universo olografico, eppure la sua (o mia) semplicitá da spazio a certe elucubrazioni che andró brevemente ad esporre.

La domanda é: Zerovirgolanoveperiodico é uguale a uno?

La risposta a una domanda binaria é inutile senza la sua giustificazione.

Io rispondo si, con una certa sicurezza, o vorremmo veramente considerare rilevante una parte infinitesimale dell´infinito? Questo lo si puó affermare senza avvalersi della libertá che la matematica spesso si prende nell´approssimare.

Osservando la formula si nota come da un lato ci sia la ripetizione di un numero all´infinito, e dall´altro il simbolo piú semplice, una linea verticale, l´unitá. Vorrebbe forse dire che infinito e unitá coincidono? Avremmo cosí bisogno di rivedere la nostra idea di unitá, mentre la nostra idea di infinito resterá l´unica che puó essere, un´idea invissuta. Chissá invece cosa si potrebbe sentire percependo il tutto dentro l´uno.

Un modo di dimostrare la formula é secondo la geometria; il cilindro é un cono col vertice all´infinito.

Per concludere un accenno al numero 9 che appare con caparbitá ipnotica.

Di solito a lui piace nascondersi negli angoli piú reconditi. Per scovarlo peró, basta dividere l´angolo del cerchio sempre a metá e sommare gli algoritmi dei gradi cosí ottenuti. Il risultato sará sempre nove. Esso si mostrerá solo ai 90 gradi, senza malizia. Molte altre son le curiositá su questo numero, con le quale potrete divertivi scoprendole. Per ora chiudo qua e vi lascio alla vostra gioia.

Quindi se volete anche voi irrorrare i vostri neuroni com una dose di sana pazzia, sostituite le pecorelle con questa formuletta.

Buona notte!

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editoriale di sfascia carrozze

"Bei tempi, sospira Gesuino, quando solo i galeotti si tatuavano e l'Asinara era un'isola serena.”

E oggi?

Oggi la beatitudine dell'Asinara è tutta da dimostrare (se lo dice Gesuino Cuccureddu possiamo fidarci, che lì dentro c'ha passato mezza vita), ma in compenso si tatuano tutti, tranne qualche vecchio ergastolano in segno di civile protesta.

Poco importa se non si ha esattamente il fisico da adoni, più si è sgraziati e peggio ci si tatua, ovunque: dai maniglioni dell’ammmore ai popliti.

E sarebbe bellissimo se ci si accontentasse di un’ancora sul braccio, alla stregua del mitopoietico Braccio di Ferro.

Se le soubrettes d'alto borgo hanno le farfalline proprio lì, noi moderni cavernicoli replichiamo con le nostre aquile della Kamchatka, le nostre dee Kali dalle cento braccia: ogni millimetro quadrato a disposizione è pronto a competere con gli affreschi cinquecenteschi della Cappella Sistina.

Perché andare in estatico pellegrinaggio fino ad un lontano stato straniero, quando per sfidare un qualsiasi Leonardo basta semplicemente denudarsi e riflettersi allo specchio?
E chi se ne importa di come ci si sarà ridotti tra qualche anno, con la pelle che si sciupa teoricamente molto prima del cervello.

Mi TATTOO, Ergo Sum.

L'infestazione dei tatuaggi ormai è divenuta peggio dell'invasione biblica delle locuste: e questa autentica ossessione per l'immagine del corpo non riguarda solo le giovani generazioni.

Un’ossessione trasversale che vanamente spera nel miracolo della bellezza eterna, ma che spesso è l'esatto contrario dello stile, dove le muse ispiratrici sono le nuove e uniche Divinità scese in terra, i depositari unici dell'eleganza dei nostri tempi: i calciatori.

Dagli ormai desueti tribali maori si è giunti alla raffigurazione del giudizio universale, alla intera guerra delle galassie, passando per Thor, Heidi e Tiramolla.
Siamo al corpo-bacheca ingolfato di messaggi, scritte e ammennicoli grafici illeggibili assortiti.

Effigi rupestri in corsivo, in latino, in carattere Morse senza tralasciare il sempreverde cuneiforme.

Di tutto di più: dai nomi della prole, a quello del cane, a quello degli amici degli amici per arrivare al protagonista del film che ti ha fatto ridere: magari solo perchè ti eri scolato un paio di gin-tonic più del solito.

Il limite al peggio è sempre lì da dover essere oltrepassato, si sà.

Le mortifere “frasi motivazionali” che in teoria dovrebbero dire agli altri chi siamo veramente: ma non sarebbe molto meglio dirlo con parole tue?
Sui corpi martoriati a colpi di macchinette e aghi ogni estate in spiaggia ci si può fare una autentica cultura: forse è per questo che l'editoria è in crisi.

Chi si tatua Platone o Epitteto sul gomito probabilmente non ha mai letto una singola riga nè dell'uno tantomeno dell'altro: ma chi se ne importa.
Ciò che conta è quello splendido, incomprensibile, ghirigoro che fa bella mostra di sé e che ti è costato lo stipendio di intere settimane, mesi, anni di lavoro.
Intere generazioni in lotta per l'ottenimento di una paga non troppo miserabile e qualche diritto sacrosanto, buttate nel cesso. O sull'altare del prossimo scarabocchio.

Comunque se questo inutile DeEditroiale Vi è piaciuto leggerlo come a mè è garbato (tra)scriverlo, mi permetto un suggerimento: tatuatevelo sul corpicino inerme, un paragrafo alla volta, dove meglio ritenete opportuno.

UH!

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editoriale di editors

Car_ DeUtent_ del DeBaser.

Scusa se ti scassiamo la uallera, ma ti si voleva solo chiedere: per caso l'hai già accattato il Secondo (imperdibile) Volume de ILLIBRO?

Affermativo?

Brav_ Ragazz_!
Non hai fatto altro che il tuo dovere di buon DeBaseriano medio (o anulare, volendo).

E' quindi del tutto inutile che ti dica che ora annoveri all'interno della tua ricca libreria casalinga una tra le pubblicazioni più elitarie e sciccose che la carta stampata tutta abbia mai generato dai tempi del codice di Amurabi in avanti.

Ah!
Ma non è che mi stavi per dire che non l'hai (ancora) comprato?

Se è così, non vorrei sembrarti scortese e scusami se te lo chiedo, ma che cosa stracazzo stai aspettando?

Vedi di muoverti prima che finiscano le ultimissime 42.523 copie giacenti in magazzino!

Per farla breve:
chi si è già accattato ILLIBRO è severamente invitato a farsi avanti ergo chiedere di essere incluso nel DeGruppo nuovo fiammante dei DeVoluminosi.
Una volta aggiunti si potrà addirittura inviare la propria conturbante foto del o con ILLIBRO: a testimoniare l'effettivo possedimento a tutta la amena compagnia circense.

Oltre ciò i DeVoluminosi avranno (in futuro) a disposizione una magica etichetta, provvisoriamente chiamata "Volume III", che consentirà loro di selezionare e candidare le DeRecensioni che a loro avviso meriterebbero l'inserimento all'interno del Terzo Volume de ILLIBRO.

Quindi, tu lissù, che hai improvvidamente risposto "NO", vedi di muoverti o iniziamo a divertirci senza di te.

Achh... ogni tanto, lasciatecelo dire, ci stupiamo della nostra luminosa opalescenza.
Per fortuna poi c'opacizziamo.

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editoriale di Confaloni

Dal 1° agosto scorso qui a Milano ha chiuso il cinema multisala Odeon, dopo tanti decenni di onorata carriera iniziata nel lontano 1929 in qualità di cinema ampio e spazioso con un grande schermo (e infissi e arredi in sontuoso stile liberty) per passare al rango di multisala nel 1986 (dietro cospicuo investimento del gruppo Mediaset). Pare che l' intero stabile, dopo opportuni lavori, riaprirà l'anno prossimo in veste di ampio centro commerciale. La notizia in realtà non giunge inaspettata, se ne parlava già da tempo e comunque è solo l' ultimo capitolo di un inesorabile mutamento nelle modalità di fruizione dell'arte cinematografica, inutile nasconderlo.

Intanto i numeri relativi alle sale cinematografiche presenti sul territorio urbano milanese sono impietosi. Se nel periodo aureo si era arrivati al numero di 168 cinema, oggi se ne contano solo una ventina e perlopiù multisala. Si sa bene che questa costante diminuzione è frutto di vari fattori , economici in primis, che hanno creato un contesto di variegate alternative alla visione di un film in una sala. Prima ci fu il boom del cosiddetto home video che, fossero Vhs e Dvd, ha reso più agevole per tutti noi guardare una pellicola,. E oggi si è arrivati a disporre di piattaforme come Netflix e tante altre da cui scaricare film visibili anche sul proprio smartphone.

Insomma, se così stanno le cose , non ci si sente invogliati ad uscire di casa, come fu spesso in passato, per vedere un film proiettato in una qualsiasi sala. E io stesso, cresciuto a pane e anche cinema, ammetto che continuare a mantenere certe buone vecchie abitudini decisamente vintage, in odore di ventesimo secolo, mi è sempre più difficile.

In compenso, di quei tempi vissuti restano tanti ricordi. Le sale erano gremite quando si proiettavano i western classici (il primo film che vidi fu " Mezzogiorno di fuoco" accompagnato da mio nonno paterno), cosi come fu poi con i western spaghetti di Sergio Leone e company, mentre eguale concorso di pubblico si registrava per le pellicole della saga di James Bond.

Per non tralasciare certe file chilometriche di persone in attesa di andare alla cassa cinematografica per vedere "Ultimo tango a Parigi", prima che qualche illuminato magistrato italiano disponesse il sequestro e la messa al rogo di suddetto film in quanto contrario al comune senso del pudore. E egualmente indimenticabile fu il successo riscosso da " Manhattan" di Woody Allen al punto che, alla proiezione del sabato sera, fui testimone di un alterco molto animato fra due persone per disputarsi l' ultimo biglietto per l' ultima poltrona disponibile in fondo sala.

Così come valeva la pena entrare nei cine d'essai ove, sotto una coltre di fumo di sigaretta, un pubblico colto e attento si sorbiva opere d'avanguardia, seguite poi da animati dibattiti su temi ponderosi quali " è più innovativo lo stile registico di Godard o Truffaut?" oppure " il regista Bergman crede realmente in Dio?" E" Bunuel si dimostra, nelle sue opere, propriamente ateo?".

Insomma, erano proprio altri tempi e i fatti sopra citati possono apparire, agli occhi di un attuale ventenne, eventi semplicemente lunari risalenti ai tempi delle guerre puniche. Semmai mi sento di pensare, senza lamentarmi su come va il mondo, che "il cinema è morto, lunga vita all'arte cinematografica!". E questo proprio per il semplice motivo che, se tutto passa, nulla ci impedisce di vedere un film nelle modalità più variegate possibili. E chissà, nel frattempo, ancora quanto resteranno funzionanti i cinema multisala a Milano e non solo...

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editoriale di IlConte


Qualche riga, solo qualche riga di getto…

Non prendetemi per freddo o distaccato perché sarebbe il colmo. L’eccessiva emotività e sensibilità mi hanno devastato la vita nel bene e, soprattutto, nel male. Un caso da studiare, in pratica.

Premesso ciò, faccio da sempre fatica a capire le reazioni drammatiche dopo la morte di qualcuno. Intendiamoci, ognuno reagisce come cavolo vuole e desidera anche perché il modo non è certo programmato.

Probabilmente la reazione che abbiamo è in relazione al rapporto che “viviamo” con la Nobil Morte.

Essendo, Ella, l’unico evento certo della nostra vita, non mi sorprende mai oltremodo neppure quando avviene in giovane età o per situazioni oggettivamente sfortunate.

Ho sempre pensato che ognuno abbia un suggestivo destino segnato sia per l’esistenza che conduce come per la morte che avrà. Considerando, inoltre, che se si “decide” di condurre un certo tipo di vita terrena è molto più facile non morire centenario in uno ospizio ma molto prima e, spesso, in modo comunemente definito “tragico”.

La morte, spesso non sempre, è proporzionale all’esistenza che abbiamo condotto … e mi sembra anche giusto.

Passare una vita in cui il massimo della trasgressione sono due medie con la pizza settimanale dopo il calcetto oppure devastandosi quotidianamente con una vita intensa e al limite può, anzi dovrebbe, fare la differenza. Ho vissuto per parecchi anni al limite e una esistenza nel suo complesso abbastanza eccessiva e sai benissimo che quel tipo di vita non è certo salutare per vivere a lungo. Anzi penso che chi conduce questo tipo di vita denoti proprio un rapporto molto difficile col diventare anziano, con il saper "vivere" la vecchiaia. Questo ad esempio a me fa paura.

Il mio dramma personale non è verso la morte ma verso la sofferenza. Il mio cuore si riempie di tristezza e dolore quando apprendo che una persona da mesi o anni soffre tantissimo e continua questa “esistenza” in modo straziante e tormentato.

Il mio saluto quindi va a chiunque abbia intrapreso un nuovo viaggio, dopo una vita terrena intensa e complicata, e che questo possa essere gioioso e sereno.

Nel caso del Mark e di tutti gli altri poi è ancora più “facile” perché hanno lasciato la loro musica.

Tutto ciò che ho scritto non vale per i figli, savansadir.

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editoriale di andisceppard

Questo - mi dicono - è un sito di recensioni. Di gente che sa di musica. Molto più di me. E allora questa è una recensione. La recensione di un EP (qualcuno, magari, se li ricorda gli EP). Però io credo che questa qui, questa cantante, non la sapete. Si chiama Arianne Caoili. Non sentitevi inadeguati. Non la so nemmeno io. Non come cantante, almeno. Però un EP l'ha fatto. Informazioni le trovate qui. Ma mica è per questo che scrivo un editoriale. Solo che per questo faccio finta che sia una recensione.

Ora - siccome di tempo ne abbiamo - (avrete mica da andare a lavorare domani?) mettiamoci un altro personaggio. Lui si chiama Levon. Aronian. Nato 1982. In Armenia (dove cazzo è l'Armenia? Più sopra o più sotto dell'Uzbekistan? A risiko c'era? Io mi ricordo solo la Kamchatka!). Lui è davvero strano. E simpatico. E difficile da definire. Di mestiere fa il Grande Maestro. Gioca a scacchi, non l'aveste capito. E' uno forte. Molto forte. Di lui dicono che è il miglior giocatore armeno dopo Tigran Petrosian. Eh... Non mi fate aprire parentesi...

Siccome questo è un editoriale, non una recensione, non qualcosa d'altro, evito di aprire una parentesi su Petrosjan (lo scrivo ogni volta diverso così i vari puristi sono felici). Vi dico solo di Levon. Levon è uno strano. A me - ogni volta che lo vedo - mi ricorda Gustav Mahler. Che non è che fosse il mio compagno di banco alle elementari (vi ricordate le scuole? Quella roba che c'era, una volta? I banchi? No, dai, ormai, se qualcosa c'è è online. Non funziona ed è online). Però io vedo Levon e penso a Mahler. A uno che nemmeno sa dove cazzo sia la terra dove è nato. Che si veste in un modo che definire particolare è dire poco. E poi gioca. Ora, io so che molti di voi pensano che gli scacchi sia una roba da cervelloni. Come dire, una roba scientifica, gioco questa mossa vedo che tra 23 mosse ti do matto. E allora cosa cavolo vuol dire che gioca a modo suo? Scacchi non è una roba che o giochi quella giusta oppure no?

No.

Proprio no. Levon gioca a scacchi come uno che nemmeno sa dove cazzo è nato. Ma non se ne fa un problema. Gioca che mica si sa dire se è tattico o strategico (come dire, traducendo, non riesci a dire se è di destra o di sinistra, se gli piace la birra o il vino, i bitli o i rolling stones). Se glielo chiedi non sa rispondere. Gioca, coi suoi pantaloni colorati, le camicie che difficilmente metteresti domani, e gioca come cazzo gli viene.

Levon è uno dei più forti giocatori al mondo, attualmente. Uno dei primi quattro o cinque. Poi - si sa - è tutto un po' a modo suo. Un po' strano. Meno quadrato di Magnus. Meno secchione di Caruana. Meno cattivo di Nakamura. Però - sai - siediti qua davanti, e vediamo cosa ci inventiamo.

Due anni fa Levon (e vi assicuro che c'era qualcuno a fare il tifo) vince un importante torneo. Uno dei più importanti. Davanti a Magnus, a Caruana, a Nakamura, a tanti altri. Vince e lo intervistano (in streaming, si vede tutto ormai). E dice dedico la mia vittoria ad Arianne. Che tra poco ci sposiamo. E io sono felice. Chiusa parentesi.

Arianne è una ragazza australiana. Di origine filippina. Nata nel 1986. Nel 2001 viene in Italia. A Bratto. Provincia di Bergamo. Uno di quei posti che oggi c'è da chiedersi quanti ne sono morti. Lei ha quindici anni. Gioca a scacchi. Viene lì, in quello che allora era il Festival di Sanremo degli scacchi in Italia. E lei - ha quindici anni - ha una cosa. E' bella. Proprio bella. Per cui fa innamorare tutti. Quella cosa lì puoi averne novanta di anni. Ma se ce l'hai ce l'hai per sempre. E lei ce l'ha. Mi dicono abbia pure fatto un EP. Così ho deciso che ne scrivo qui. Che mi dicono sia un sito di gente che sa di musica. Che si scrivono le recensioni. L'EP, se ne avete voglia, ve lo cercate, lo ascoltate, lo recensite.

Arianna e Levon si sposano. Lui ha un vestito che è meglio dimenticarselo. Però mica gli sta male. Lei è bella. E basta. Vivono in Armenia. Ci sarà - in Armenia - il corona virus? Credo di no. Dove cazzo sta l'Armenia? Vicina alla Kamchatka?

Boh, sta di fatto che lei, Arianne, che ha fatto un EP, che WIM (è un titolo, a scacchi), che ha fatto innamorare ogni persona che l'ha conosciuta, e più di tutti uno strano che si chiama Levon e che l'ha sposata, lei ieri decide di prendere una macchina. E si schianta. Su quella macchina. Da sola. In Armenia. Senza pensare al coronavirus.

Fate finta che sia una recensione, questa. Sarà per quel suo EP, il link lo trovate in alto. Ma io, per questi due - anche in questi giorni - faccio il tifo.

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