Voto:
Vedo che la riesumazione del Bindi sortisce unanimità di consensi, e aggiungo il mio apprezzamento per l'evidente coinvolgimento che attraversa le tue righe, ma non riesco a condividerne del tutto il senso o quello che mi pare d'avervi rinvenuto. Pare di poter intendere che il solo fatto d'avere estrazione "colta" e/o classica e di tendere a scrivere canzoni che la nella struttura e nelle orchestrazioni palesino tale bagaglio sia di per sé garanzia di qualità: non credo, credo, anzi, che spesso sia vero l'opposto. La canzone ha canoni specifici destinati, come sottolinei anche tu, a mutare in relazione ai tempi, ai costumi, al linguaggio: l'ibridazione di elementi distanti, a livello temporale e stilistico, va maneggiata con cura e con una certa dose di spregiudicatezza, se si vuole evitare l'effetto "posticcio", di sovrapposizioni sterili, destinate a "elevare" presso alcuni palati quel che si riterrebbe altrimenti "vogare", banale, "popolare", come quella che, negli anni successivi, sarebbe stata ritenuta la genia degli "urlatori". Nel caso specifico penso che ''Al di là'' fosse semplicemente più bella di ''Non mi dire chi sei'', più vicina a quella forma canzone destinata ad imporsi, con una immediata cantabilità e una orchestrazione che ne esaltava l'elementare dinamica senza tentare d'elevare alcunché. "Il Nostro concerto" èun'altra cos: ascolta come funziona già perfettamente l'introduzione orchestrale, sulla quale s'appoggia con naturalezza e efficacia la voce, portandoci dritti dritti in quel mood, e come sia lineare e "cantabile" la linea melodica che si snoda da subito, di come l'arrangiamento e l'orchestrazione, tra la soavità spaziale del coro femminile e il pieno impetuoso e crescente dell'orchestra ne enfatizzino l'efficacia. Ed infatti funziona: "Dieci settimane consecutive primo in classifica". Non credo che sia stata la delicatezza a impedire alla sua musica di sopravvivere, come dici, agli anni '70, temo si trattasse di una sensibilità in bilico, incapace di adeguare il proprio sentire a quello dei tempi, ancorata com'era ad una natura e a strumenti lessicali (intendendo qui anche e soprattutto quelli del linguaggio musicale). - Per quel che riguarda la "questione omosessuale" (buffo, scritto così mi obbliga a pensare alla "questione meridionale") e al fatto che interessasse più il suo essere finocchio che la canzone, credo dica di più sulla canzone di quanto si pensi. Nel senso che un grande canzone, per le proprietà misteriose che ha questa forma tutto sommato semplice, avrebbe comunque avuto il sopravvento sull'anello, l'avrebbe fagocitato, rendendolo magari una bizzarra nota iconografica. Questo non significa che io non conosca o addirittura neghi le condizioni bigotte e omofobe dell''Italia di quegli anni, anzi, ci sono cresciuto: significa che se le sue canzoni avessero vinto la sfida con i tempi, la sua sessualità non sarebbe stata un ostacolo sufficiente a frenare il successo, per il semplice motivo che il successo avrebbe generato denaro e l'industria discografica avrebbe trovato il modo di incassare. L'ha fatto con le sue canzoni cantate da altri, infatti: credo che le stesse interpretate da lui non avrebbero funzionato allo stesso modo e, temo, non a causa del suo orientamento sessuale. - Tra i nomi che citi, delineando il periodo nel quale, dici, la musica "traeva radici nella sofferenza della quotidianità..." sarà forse un caso, ma l'autore che è davvero sopravvissuto al tempo e disegnato un'evoluzione costante e mutamenti significativamente aderenti al mutare dei temi è solo De Andrè, Tenco essendo scomparso nel bel mezzo di un percorso che avrebbe potuto essere negli anni sorprendente, Ciampi essendo vissuto in una cosmo del tutto personale e quasi impermeabile, Paoli avendo campato per secoli di rendita "creativa" sino ai nostri tristissimi giorni. Ed è l'unico, De Andrè, ad aver scandagliato in lungo e in largo il proprio lessico sia musicale che non, spostando il baricentro, cercando di v