Voto:
Eddie è il più importante chitarrista rock di tutti i tempi, dopo Jimi Hendrix.
Ambedue sono della razza purissima dei visionari, baciati dall'estro del genio, dall'unicità irripetibile e inimitabile dei capiscuola, delle pietre miliari, dei profeti, dei pionieri.
Eddie non era solo veloce (e nemmeno il primo a viaggiare così rapido sulla tastiera... Allan Holdsworth, Ollie Halsall già da tempo avevano mostrato gragnuole di note irreali come le sue), era MOLTO di più.
Innanzitutto un grandioso chitarrista ritmico, con un timing perfetto e un groove sia trascinante che espressivo, detonante ma allusivo, discorsivo.
E poi ha creato un suono di chitarra poderoso, profondo e squassante come non si era mai sentito, ad onta del fatto che montava sui suoi strumenti mute di corde assai sottili, quindi non molto sonore, e le pizzicava poi con un tocco invidiabilmente rilassato, oserei dire sereno, necessario per mantenere l'agilità necessaria al suo stile.
Pur tuttavia i suoi amplificatori (sovralimentati, colle valvole accese come lampadine e da buttare via dopo qualche ora di utilizzo) e i coni (stressati al limite dal volume tenuto a 10) restituivano un pandemonio sonoro sul quale lui mostrava assoluto controllo, sfruttando la continua, inevitabile tendenza all'innesco dell'effetto Larsen e cavalcandola alla grande per prolungare e riempire di armoniche superiori a piacimento qualsiasi passaggio che avesse voluto.
La creatività quando pigliava gli assoli gli esplodeva dentro, in un pot pourrì di anticipi, sospensioni, salti d'ottava, legati, vibrati, rincorse e frenate. Al di là della tecnica, la sua musicalità irrefrenabile e orgiastica riempiva quelle uscite al proscenio di fraseggi sorprendenti, inafferrabili, guizzanti e poi qui e là a piantarsi e far respirare il tutto, con un senso del tempo e della misura e del mantenimento dell'interesse da vero pittore musicale, o scrittore, o scultore.
Il Tapping non l'ha certo inventato lui, lo eseguiva anche Segovia, e poi Steve Hackett coi Genesis già ne aveva scritto anni prima pagine indelebili ("The Return of the Giant Hogweed", "Dancing with the Moonlight Night"), ma lui ha elevato questa tecnica ad un nuovo Stato dell'Arte, e per inserirla efficacemente in mezzo agli intricati e rapidissimi suoi fraseggi, aveva adattato la sua mano destra a stringere il plettro fra il pollice e il medio, lasciando l'indice libero di tappeggiare a piacimento alla prima occasione.
Anche nell'uso della leva del tremolo non è stato certo il primo, Blackmore ad esempio aveva mostrato già da tempo le sue possibilità espressive, ma anche qui Eddie ha alzato, e di molto, l'asticella
Il destino ha voluto che la strada di Eddie Van Halen si incrociasse con un narcisone estroverso e carismatico come David Lee Roth, tutt'altro che un virtuoso, anzi un cantante con precisi limiti tecnici. Però a modo suo fantastico, insostituibile. Pieno di sé fino a scoppiare ma con un salvifico fondo di ironia (tongue in cheek, dicono gli anglosassoni) e quindi di consapevolezza, è responsabile di aver diretto l'arte pura, senza se e senza ma, del suo chitarrista verso un genere se si vuole frivolo e soprassedibile, un pop metal paraculo e occhieggiante epperò giustificato in pieno, anzi proprio nobilitato e reso senza tempo, dalla qualità somma delle partitura di chitarra, dalla loro gioia, dalla loro comunicativa.