pier_paolo_farina

DeRango : 9,02
DeEtà™ : 7265 giorni • Qui dal 20 luglio 2006
Billy Joel Piano Man
Voto:
Elton e Billy sono due enormi talenti musicali, effettivamente al primo e secondo posto mondiale nel settore del pop pianistico. Chi sia fra di loro il primo o il secondo faccio fatica a dirlo ancor oggi dopo trent'anni che li ascolto.
Per dire, trovo Billy più geniale nelle sequenze di accordi, più naturalmente "rock" (cioè capace di essere anche "hard", quando vuole), più dinamico nel contrasto fra strofe e ritornelli, molti di essi veramente esplosivi.
La voce del giovane Elton d'altro canto è stata imbattibile, alta ed entusiasmante, mille volte meglio di quella dell'americano, peccato che se ne sia andata dopo l'intervento chirurgico di fine anni ottanta, cedendo il posto a una suadente emissione baritonale, grossa e convincente ma tutt'altra cosa in termini di emozione.
Billy è riuscito a mantenere integra la sua voce assai di più, fino agli inizi del nuovo millennio. In lui c'è quella componente molto metropol-americana che può piacere o meno. Anche Elton adora gli USA, però in una maniera più campagnola e rilassata. Billy è il simbolo della urbanissima e frettolosa New York.
Elton ha composto e pubblicato il doppio delle canzoni di Billy, non fermandosi mai e riempiendo il suo repertorio di riempitivi e inutilità didascaliche, Billy è stato più efficiente tenendo una media migliore in quanto a qualità nei suoi album, poi nel 1993 gliel'ha data su smettendo di comporre canzonette ed affidandosi ai concerti dal vivo per allungarsi la carriera.
Elton è un pianista più rotondo e piacevole, ha un tocco delizioso e riconoscibile, la sua mano destra descrive contrappunti deliziosi e musicalissimi, la sua specialità sono le intro/outro, vere canzoni dentro le canzoni che si imprimono in memoria talvolta meglio delle melodie vocali.
Billy è pianista più brillante e potente, ama spostare i bassi della mano sinistra per sorprendersi e sorprenderci, lavora meno di Elton con la destra, tende ad essere più rigido e meno avvolgente (più rock e meno pop, insomma).
Dio ce li conservi ancora per tanti anni, sono due grandissimi ed io godo come un riccio a strimpellare al piano sia "Someone Save My Life Tonight" che "This Is the Time", sia "The King Must Die" che "And So It Goes", sia "Tickin'" che "All for Leyna"...
Cheap Trick Dream Police
Voto:
Il disco in studio da me preferito dei grandissimi Cheap Trick.
La produzione si fa ancor più ruffiana in certi episodi, aspetto però strategicamente bilanciato dall'insolita presenza di due brani estesi, a mezzo di jam session strumentali poderose, condotte non con la scontata tecnica del solismo improvvisato di uno strumento bensì con la reiterazione di frasi e riff e ritmiche ben strutturate ed arrangiate, ad alternarsi e mantenere avvincente la musica.
L'efficacia di questo gruppo corre come al solito sul binario parallelo della freschezza compositiva a'la Beatles abbinata ad una grinta degna dei Deep Purple e una densità sonora degna dei Black Sabbath.
Rifulgono come in ogni album dei Cheap Trick la voce strapotente e spessa di Zander, vero incrocio fra l'animosità di un Lennon e la chiarezza di un McCartney, e poi l'intelligente e colta (di cultura rock) chitarra di Nielsen, un maestro si suoni, riff e super accordi, un nerd finto scemo ma, nei fatti, di clamorosa serietà ed applicazione compositiva e arrangiativa.
E poi il basso multicorde di Petersson, in grado di coprire anche le armoniche di una chitarra e quindi di offrire pause alle chitarre e (dal vivo) ai frizzi e lazzi del buontempone Nielsen, e poi la batteria semplice e detonante dell'altro nerd Carlos, un diavolaccio colla faccia da bancario.
La solidità compositiva è ancora in piena azione ed anzi è massima in questo disco ed è questo che lo rende il mio preferito. Adoro il riff r&r di "The House Is Rocking", gli urli apocalittici spacca laringe di "Gonna Raise Hell", l'incanto "Abbey Road" di "Voices", il refrain allungatissimo e con gigantesco vibrato di "Need Your Love", già ammirata in anteprima nel precedente, incredibile "At Budokan".
Gran disco di una band unica e speciale.
Led Zeppelin Kennedy Center Honors
Voto:
La migliore band rock di sempre, anche per me. Completa, grezza, raffinata, misteriosa.
Pearl Jam Yield
Voto:
Yeld è anche per me l'album preferito dei Pearl Jam. Questo gruppo mi suscita attrazione consistente ma non vero amore. L'avranno pure chiamato grunge, ma Pearl Jam è sostanzialmente un gruppo di hard rock americano della terza generazione (la prima essendo quella del bluesrock e del primo heavy settantiano, la seconda quella della NWOBHM e dell'AOR/class/street ottantiano), in grado di assorbire come una spugna la roba del decennio d'oro 1967/77 dal punk agli Zeppelin, da Dylan a Neil Young, dai Sabbath agli Who e ributtarlo fuori in una qualche maniera derivativa ma dignitosa, resa interessante soprattutto da una solida sezione ritmica (specie Cameron, quando è arrivato) e dall'emotiva e scavante voce del loro frontman.
In quanto ai Pearl Jam come cronologicamente ultima grande band rock del pianeta, non concordo affato e ti invito ad ascoltare questa gente venuta fuori insieme o dopo di loro, che a me personalmente ha fatto e fa tremendamente più effetto dei PJ: King's X, Widespread Panic, Joe Bonamassa, Blackberry Smoke, Black Crowes, Kingdom Come, Porcupine Tree, Thunder.
Yes 90125
Yes 90125
6 giu 17
Voto:
Non lo riascolto quasi mai: gli anni che passano, e l'indebolimento del ricordo di mode e condizioni a contesto, deformano l'approccio culturale e il fascino di una creazione musicale, allontanandola dal grosso effette che aveva fatto inizialmente.
Di quest'opera qui, sopravvive sostanzialmente il capolavoro senza tempo "Owner of a Lonely Heart", perfetta canzone pop rock contenente diversi e geniali "hooks": il riffo di introduzione attufato e poi invece dinamicissimo, lo spregiudicato (a livello di mix) uso di poderosi stacchi in levare di Synclavier (idea del chitarrista e tuttofare Rabin, non certo di Tony Kaye che è sostanzialmente un bravo specialista di Hammond), il peculiare e seminale assolo centrale di chitarra "industriale", sdoppiata dal pluriottave settato a generare la quinta di ogni nota suonata, l'arpeggio ancora di chitarra magistralmente bagnato di chorus e di eco subito a seguire, la linea vocale elementarissima, quasi a mantra, tanto minimalista da riuscire irresistibile.
Proprio la dimostrazione lampante di come fare una grande canzone coi suoni, gli arrangiamenti, le idee, la dinamica, più che attraverso la qualità melodica e/o armonica.
La copertina del disco è comunque grigia metallizzata, non nera. Almeno nella versione primigenea.
Renaissance Novella
Voto:
Questo è l'ultimo discone del gruppo prima della fase di stanca. Da avere insiem a tutti gli altri sei o sette che lo precedono, anche a mio parere. Veramente particolare e a sé stante il progressive dei Renaissance. Partivano da idee di folk chitarristico acustico di discreta consistenza motivica, che però sarebbero rimaste lì, a livello Fairport Convention e Pentangle (e quindi di nicchia, almeno internazionalmente). Invece il tutto era reso sublime da due caratteristiche tutte loro: innanzi tutto la voce della Haslam, tremendamente compatta e melodiosa, ad inerpicarsi spesso e volentieri verso altezze stranianti, con una purezza di emissione da soprano leggero semplicemente entusiasmante. E poi le porzioni pianofortistiche classicheggianti, ad intro, outro o intermezzo strumentale, spesso rubacchiate ai grandi compositori romantici del sette/ottocento, in ogni caso efficaci nel "gonfiare" il folk di base e farlo diventare magniloquente, erudito progressive, perfetto per i freak americani che infatti al tempo si spellavano le mani ai concerti dei nostri e comperavano a man bassa questo e i precedenti loro tre/quattro dischi.
Le celebrate quattro ottave di estensione dell'usignolo Haslam sono in prima fila nel patrimonio sonoro ed emozionale che il progressive ci ha lasciato, al pari delle fughe di Emerson, dei tapping di Hackett, degli arpeggi acidi di Fripp, del vocione di Lake, del basso secco e melodico di Squire, dei singhiozzi di flauto di Anderson, dei quieti tappeti d'organo di Wright.
The Beatles Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
Voto:
Bel disco, decisamente sovrastimato a causa del valore aggiunto portatogli dal momento artisticamente e culturalmente magico nel quale uscì, dalla confezione lussureggiante, dallo "spin" provocato dai meriti acquisiti dagli album immediatamente precedenti (e migliori qualitativamente, nonché più simpatici grazie alla loro asciuttezza, e ben minore autoindulgenza). La seconda facciata è deboluccia, se non fosse per l'eccellentissimo numero finale. Amo profondamente i Beatles, ma conservo ugualmente lucidità critica per dire che questi quaranta minuti d'arte popolare non sono affatto perfetti. I prodromi del Lennon svogliato e del McCartney melenso sono qui ben forti, mischiati ovviamente alle solite intuizioni sublimi.
Elton John Someone Saved My Life Tonight
Voto:
Anche per me questo brano è fra i preferiti di Elton John. Se la gioca, a mio gusto, con Tiny Dancer, Bad Side of the Moon, Tickin' e Rocket Man.
Trovo però che il suo missaggio avrebbe potuto essere migliore. Avrei tolto diversi decibel alla batteria di Ollie Olson, che è veramente preponderante e nasconde il piano di Elton John (a proposito, arriva a metà della seconda strofa, non subito con l'entrata della voce come scrive il recensore). Avrei dato un decibel o due in più anche al pianoforte... sono molti i casi, e gli album, in cui Elton è rimasto molto in sottofondo col suo strumento. Personalmente amo in particolare le sue cose fatte con piano acustico e al massimo basso e batteria, volendo con l'orchestra di Buckmaster in sottofondo. In molti casi le chitarre e soprattutto i sintetizzatori mi scocciano nelle sue canzoni.
Suonare al piano questa ballata è una libidine. E' facile, ma bisogna ben memorizzarla perché utilizza un nutrito gruppo di accordi, girando continuamente fra di essi e spesso spostandone il basso.
Peccato che Elton abbia compromesso la voce negli anni ottanta. Ancor oggi il suo canto è notevole, ma da tenorile è passato al baritono. La sua voce è ora calda ed esperta, un piacere ascoltarla ma niente a paragone di quella giovanile esibita per tutti i settanta, alta e penetrante, grintosa e trascinante.
Infatti da tanti anni a questa parte Elton esegue questo pezzo dal vivo un tono e mezzo sotto la tonalità d'origine (Mi bemolle). Un tono è mezzo è tantissimo... si perde molto in drammaticità e comunicativa, acquistando invece in confidenzialità e malinconia, due sentimenti che non collimano con l'iniziale messaggio che Elton e Taupin avevano affidato a questo illustrissimo capolavoro della loro carriera.
Alter Bridge The Last Hero
Voto:
Conosco bene (li posseggo) i quattro lavori precedenti a questo, da "One Day Remains" a "Fortress", e pure il "Live at Wembley" in 2cd+dvd.
Sono un poco deluso dagli Alter Bridge: ai tempi di "Blackbird" ero gasato e ben speranzoso che a quell'eccellente album seguissero dei capolavori, proseguendo l'escalation qualitativa della loro carriera.
Invece "ABIII" l'ho percepito come un passo indietro, di nuovo ai livelli tematici e melodici del disco d'esordio. L'arrivo di "Fortress", da me vissuto come un'ulteriore ridimensionamento ed il primo lavoro senza alcun brano epocale in scaletta, ha segnato il mio personale raffreddamento dei rapporti con i quattro floridiani.
Prima o poi metterò le mani anche su questo "The Last Hero", ma non ne sento una particolare spinta... Restano il miglior gruppo heavy metal in circolazione comunque, Tremonti è un musicista molto interessante e Kennedy un grand'uomo, umile e simpatico.
Queensrÿche Operation: Mindcrime
Voto:
La tua disamina di gruppo e disco è grosso modo giusta, chiara e concisa (contesto solo la definizione di ballata per "I Don't Believe in Love": è un mid tempo heavy melodico). Col passare degli anni i cantanti "operistici" come Tate mi sono sostanzialmente venuti a noia.
Dotatissimi, ma sempre sopra le righe (proprio come il Roger Waters da "Animals" in poi, per citare uno dei gruppi ispiratori dei nostri), senza la minima ironia, così "seri". Gusti miei naturalmente... non mi piace l'opera classica, non mi piace la musica popolare (qual è il pop metal) quando viene presa così sul serio.
Ho avuto il piacere di vedere i QUeensriche a Firenze, credo fosse il 1990, con tanto di bionda Sister Mary che a metà concerto sbucava a un lato del palco a duettare con Tate. Ho la precisa sensazione di come il gruppo sul palco fosse una vera macchina da guerra: precisissimo (batteria e basso affiatatissimi), potente, coeso, creativo (De Garmo, in particolare). La precisa sensazione ricordo che mi venne a metà dell'esecuzione di "I Dream in Infrared" (sta sul disco "Rage for Order" precedente a questo): ero entusiasta, decisamente fuori di testa per i miei standard. Voglio bene ai Queensriche e posseggo parecchi loro dischi. Il mio preferito è "Hear in the Now Frontiers" mentre ho regalato a un parente il paraculissimo "Empire", che mi dava sensazioni di scollamento artistico e falsità.