Boh, anche a me risulta, avendolo letto anni fa in più d'una intervista, che i due assistettero ai corsi di Stockhausen, il che non significa fossero suoi "allievi". D'altra parte il testo questo dice, e non che ne fossero allievi, quindi non vedo inesattezze. - Per quel che concerne a la questione annosa (e noiosa) della "storia della musica", dell'importanza di questo e quell'altro in raffronto a quest'altro ancora, vale a dire l'equiparazione di mondi diversi in un unico calderone onnicomprensivo, se da un lato è bene procedere con distinguo che non generino da gusti o definizioni personali (destinati solo ad accrescere la confusione, affastellando argomenti senza soluzione di continuità) ma si basino su dati storici e tecnici, dall'altro bene sarebbe tenere conto della indiscutibile trasformazione determinatasi con l'avvento della reificazione della musica. Prendendo in considerazione questo elemento dirimente, da un lato si osserva sotto altra luce un termine come "musica di consumo" (altrimenti interpretato, come fa noveccentrico, in esclusiva accezione negativa, come termine spregiativo in uso ad una cerchia elitaria di soloni), dall'altro si stabilisce un metodo, a mio avviso, più corretto di analizzare il fenomeno. La reificazione della musica consente la sua perpetuazione in una forma definitiva, dal che derivano modifiche sostanziali sia nell'atto dell'ascolto, sia nella produzione della materia sonora stessa, sin dalla sua scrittura. E' palese che anche soltanto questo fatto (il fatto cioè che per la maggior parte del tempo trascorso dall'apparire della musica questa fosse pensata, eseguita, ascoltata in condizioni uniche ed irripetibili e solo per un pubblico contestualmente presente, e che solo recentemente, sul finire dell'800, le tecniche di incisione e riproduzione di suoni hanno consentito di ampliarne e differirne, ripetere, registrazione, diffusione, ascolto) determina una impossibilità di raffronto, se o si vuole corretto a partire dalle sue premesse. -
@[nes] : qualunque cosa si intenda per "musica d'arte", non capisco perché ti vengano in mente prorpio quei due nomi, o il povero Eno, tirato sempre in ballo. Si può prendere atto del fatto che esiste un "mondo musicale" che non collima con i propri ascolti, che ha intenti, strumenti, orizzonti diversi e che non gode di alcuna "visibilità" e ciò nonostante esiste. Credo che ci sia un sacco di musica interessante, che non abbiamo modo di conoscere e ascoltare (ascoltare, non sentire in vorticosa rotazione skippata e da download) e che semplicemente sta altrove. Non so se sia d'arte (un termine che non uso mai, che mi procura orticaria per il frequente e palesemente indebito utilizzo), so che alcuni musicisti provano a indagare soluzioni e visioni meno ovvie o frequentate. A volte con buoni risultati, in altri casi per me incomprensibili.