editoriale di Flame

“Ehi, Blizzard! Hai visto che cartello ha appeso alla porta lo sconvoltone del primo piano? Dice: vendesi spavalderia in compresse, confezioni da 20 a 30,00 euro, da 40 a 50,00 euro. Non ricordavo fosse un chimico.”

“Non lo è infatti. Ti pare che sia possibile sintetizzare la spavalderia chimicamente?”

“In ogni caso, sembra roba buona!”

“Lascia perdere, l’ha già provata mio padre, non serve a quello che pensi tu, funziona solo ad essere più allegri fiscalmente. Il tipo non ci sta più con la testa ormai, fa solo paciughi.”

“Peccato. Dì, guarda cosa ti ho portato. E non dirmi che non penso a te!”

“Belin Flame, alcol di primo pomeriggio, sei un trattore! Snow White’s nitroglycerin, che roba è?.”

“Hai bisogno di rilassarti, Blizzzard! Che ci fai li seduto con un quotidiano in mano!? Tu, che sei sempre stato abbonato a riviste di dubbia moralità! Se lo racconto in giro non ci crede nessuno.”

“Non è un quotidiano. È una rivista per fricchettoni che veniva pubblicata negli anni 70. L’ho scovata nella biblioteca dei miei, mio padre ci tiene roba che sta a prendere polvere da una vita.”

“Ma se tuo padre faceva il commercialista negli anni 70.”

“E allora? Non possono esistere commercialisti fricchettoni? Comunque, senti un po’ che nome ha questa rivista: OBLIO... e sotto il nome: L’oblio è un dono di Dio, o chi per lui, dell’oblio non bisogna avere paura, dall’oblio nasce la vita. Eh? Che ne dici?”

“Sembra l’incipit di un film horror di serie B”

“E senti il titolo di questo articolo: Oblio e la vita dell’arte. Scritto da Renate Schmit.”

“Ma si, sentiamo cosa ha da raccontarci Renate, ci fa comodo un alibi per tirar giù questa brodaglia e poterci sentire comunque degli uomini onorevoli. Abbiamo delle patatine?”

“No. Però dietro quell’anta dovrebbe esserci ancora qualche muffin “migliorato” che tengo per le grandi occasioni. Li, sul secondo ripiano, dentro quella scatola arancione con su scritto “bestemmie scadute”.”

“Umm ... bene bene! Dai attacca.”

“Dunque, vediamo: L’oblio è necessario all'arte perchè gli esseri umani sono mortali e vivono su un pianeta relativamente piccolo come la Terra. O, se volete, l’oblio è necessario perché per gli umani lo spazio ed il tempo sono risorse “scarse””.

“Beh, permettimi di dissentire subito con Renate sulla questione spazio. Lo è diventato “risorsa scarsa” nel momento in cui quel buontempone di Einstein ha scoperto la teoria della relatività, e ci ha condannato così a non poter più viaggiare a velocità superiori a quelle della luce. Per colpa sua siamo confinati per sempre su questo sassolino sperduto nell’universo. Fosse andato per mughetti, forse qualche speranza in più di avere maggiore spazio a disposizione l’avremmo avuta per la nota legge di Willy il Coyote.”

“La legge di Willy il coyote...!?”

“Willy continua a correre o a camminare senza precipitare ben dopo il ciglio del burrone grazie alla sua inconsapevolezza; precipita solamente dopo aver realizzato che gli manca la terra sotto i piedi. È la consapevolezza che lo frega. Capito?”

“E dove l’hai sentita questa?”

“Ispirazione. Sarà merito di Biancaneve.”

“Si, certo ... dove ero rimasto? Ah ecco: L’arte esiste nel momento in cui viene fruita dalle persone, e per fruire dell’arte occorre spazio e tempo. Parliamo ad esempio del rapporto che esiste tra lo sazio e forme d'arte come l'architettura e la scultura. Gli esseri umani hanno sempre protetto monumenti e architetture di grande valore; oggi lo fanno con tale impegno che, quando un’opera viene danneggiata, si tenta comunque di rigenerarla.​

“Beh, non ci trovo nulla di male”

“Manco io, ma vediamo come prosegue: Col tempo però si aggiungeranno probabilmente altri edifici e monumenti di valore artistico pari o forse superiore a quelli che oggi vengono preservati, in un processo che porterà in un futuro lontano ad avere il suolo edificabile totalmente occupato da “patrimonio dell’umanità”. Se a quel punto non potrà più essere destinato altro suolo, o meglio, altro spazio, ad architettura e scultura, queste verranno considerate solo più forme d’arte degli umani del passato?

“E Renate che risposta si da?”

“Umm ... non se ne da. Lascia aperta la questione. Passa direttamente a parlare di musica. Dice: ... in questo caso focalizziamoci sul collegamento tra la musica ed il tempo che un essere umano ha a disposizione nella sua vita. Proponiamo innanzi tutto un confronto che ci tornerà utile tra musica popolare e musica classica. O più semplicemente: Beatles vs Mozart ...“

“A proposito di Beatles. C’è la possibilità che io sia stato Paul McCartney in un’altra vita, sai?”

“McCartney è ancora vivo, Flame.”

“E quindi? In sogno cantavo una canzone bellissima che non conoscevo. E tutti dicevano che era dei Beatles.”

“Titolo?”

“Ti ho detto che non la conosco. Ma tonando a Renate: che dice su Beatles e Mozart?”

“Va beh, qui la fa lunga sul fatto che la natura della musica popolare è quella di un magma senza memoria. Vado al punto: ... i Beatles verranno probabilmente dimenticati tra qualche generazione, e la loro musica si dissolverà nella musica popolare del futuro. Morzart no! La sua opera e il suo nome sembrano resiste a questa legge della dimenticanza. Perché?

“Immagino che dovremo trovarlo da noi questo perchè.”

“No, ce lo dice lei: ... Il motivo principale è che viene insegnato nelle scuole. Fa parte di un canone che non può non essere insegnato e tramandato. E qui entra in gioco il tempo a disposizione di ogni umano. In un futuro più o meno lontano si sarà accumulata all’interno del canone musica di pari valore a quella di Mozart il cui ascolto richiederebbe il tempo sommato di tutte le persone viventi in quel momento sulla terra. A quel punto cosa ne sarà della musica? Seguirà il destino già ipotizzato per architettura e scultura? ...però! ”

“Anche qua lascia la questione aperta?”

“Mette una frase di chiusura inquietante: La consapevolezza genera accumulazione che piano piano riduce il perimetro del nuovo.

“Io dico che se arriveremo a dimenticarci di the Fool on the Hill ci meritiamo l’estinzione, e dico anche che a pranzo ho mangiato peperonata accomodata e la mia consapevolezza in questo momento si ferma alle frasi dei baci Perugina. Lascia perdere Renate e finiamoci Biancaneve e i muffin.”

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editoriale di Confaloni

Dopo un anno burrascoso appena terminato, il 2026 si è aperto altrettanto cupamente con una notizia tragica come il rogo accidentale nella notte di Capodanno in un locale a Crans Montana. Un bilancio pesante di morti e feriti, molti dei quali ancora in condizioni critiche e tutti in giovane età. I particolari della cronaca sono ben noti, le autorità competenti elvetiche stanno indagando e sono già emersi quegli aspetti di incuria criminale dei gestori del locale andato a fuoco (se tutto fosse stato in regola non saremmo qui a considerare inorriditi quanto accaduto, perfino nella linda ed efficiente Svizzera).

Ma al di là di quanto sopra brevemente ricordato, la mia attenzione si è concentrata sul video che è stato diffuso insieme alla notizia. Girato da un giovane presente (scampato poi per un soffio all'incendio) nello scantinato del lounge bar ove si festeggiava il Capodanno, ci mostra il lento propagarsi delle fiamme (causate da scintille partite dalle fontanelle luminose delle bottiglie di champagne) sul soffitto ricoperto di pannelli non ignifughi. In quegli attimi precedenti al disastro, si nota un giovane che ha la prontezza di spirito di tentare di neutralizzare l' incipiente fuoco con un panno, mentre altri presenti sono intenti a filmare la scena con lo smartphone. È solo questione di attimi prima che la situazione degeneri e tutto finisca come si sa.

Il mio pensiero, vedendo il filmato, è andato ad un saggio scritto negli anni '90 dal politologo Giovanni Sartori e intitolato "Homo videns ". L'autore analizzava l'avvento, in quello scorcio finale del secolo scorso, dell'uomo che vive immerso in una realtà affollata di immagini, veicolate dalla pervasiva rete Internet, nel trionfo di un sapere sempre più digitale e sempre meno analogico.

Quanto scritto da Sartori allora, non poteva tener conto dalla successiva evoluzione apportata dallo smartphone. Tanto comodo da essere disponibile per un vasto pubblico sempre più connesso e sempre più dipendente da esso. Multifunzionale, lo smartphone non solo veicola una quantità impressionante di immagini e filmati, ma consente anche di filmare tutto ciò che ci circonda. È come disporre di una chiave di accesso ad una realtà maggiorata rispetto a quella usuale (magari un poco monotona). E quindi perché non fermarsi a filmare, novelli cineasti, un incidente stradale evitando di prodigarsi a prestare soccorso? Giusto per fare un esempio, ma ogni scusa può servire per astrarsi dalla grigia realtà e vivere in un'altra dimensione più scintillante.

Purtroppo a Crans Montana era in corso un party di Capodanno in un piccolo locale non a norma in caso di incendio, senza estintori, dotato solo di un'angusta uscita di sicurezza non adeguatamente segnalata. In momenti come quelli tipici dei festeggiamenti di Capodanno, si presta poca attenzione ai potenziali rischi in quanto certi che qualcuno abbia già provveduto a mettere in sicurezza un ambiente. E quindi filmare un piccolo principio di incendio può scapparci, si guarderà il filmato poi. Ma così non è stato per tanti, troppi presenti in quel frangente. E rimane a noi vivi giusto l'auspicio che i responsabili di tale mattanza vengano condannati con il giusto rigore.

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editoriale di JpLoyRow

Mi hanno ricoverato in un reparto psichiatrico. Gaia ovunque sei torna.

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editoriale di Flame

Ho pochi ricordi di quando facevo la raccolta delle figurine Panini da piccino picciò.

Ricordo però bene l’inquietudine che mi metteva addosso la figurina di Odoacre Chierico.

Me la rigiravo tra le mani continuando a pensare a questa situazione: una coppia ha un figlio e si chiede “che nome gli diamo?”. E da lì in poi non riuscivo a trovare un percorso logico e confortante che portasse al risultato: Odoacre.

Eppure quella figurina era lì a dimostrare che qualcuno c’era riuscito.

Cominciai a sospettare che in Italia esistesse un apparato statale, qualcosa tipo un Istituto Nazionale Attribuzione Nomi Edificanti, creato per scongiurare il pericolo che, in un dato momento storico, vengano al mondo solo Mafalde e Giuseppi, cosa che, evidentemente, ostacolerebbe il buon funzionamento dello Stato.

Immaginavo che i genitori vi si recassero con una proposta (es.: “vorremmo chiamare nostro figlio Matteo”), e che un calcolatore verificasse se la percentuale dei Mattei presenti in Italia avesse superato la soglia critica.

In quel caso il responso sarebbe stato: NO. Vostro figlio si chiamerà Odoacre. Ci sono pochi Odoacri in circolazione e il sistema ne soffre.

Questa ipotesi mi forniva il percorso logico che cercavo, ma non mi rassicurava.

Non chiesi mai conferma ai miei: avevo paura che mi rispondessero “Sì, è vero, noi avremmo voluto chiamarti Carlo Maria”, dimostrando così che, ai loro occhi, io in realtà ero un Carlo Maria.

Cosa che ho sempre temuto.

In realtà il vero editoriale l’ho messo in “Vedi la vecchia versione” qua sotto.

È un po’ lunghetto ... un po’ troppo lunghetto a dir la verità, e non mi andava di infierire sulla gastrite di G intasandogli la sezione Editoriali con un papiro.

Comunque è li, se qualcuno ha voglia e tempo.

Cerea mate e fanciot.!

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editoriale di JpLoyRow

Alla fine siamo tutti qui, con le nostre speranze e i nostri rimorsi. Rimpianti, quelli sempre troppi. Si dividono le vite e ognuno riprende il proprio posto nel mondo, o anche nel suo mondo, che mica è poca cosa. Forse, non siamo mai stati vicini e non saremo mai distanti: qualcosa c'è sempre che avremo dentro e che non dimenticheremo. Poi si sa, si piange. Tanto, troppo. Ma è giusto così: è stato giusto aspettare, è stato giusto tornare. E' stato giusto tutto: non mi vergogno di nulla. Mai vergognarsi, le sconfitte sono piccoli dettagli, l'importante è sentirsi in pace con sé stessi. Cosa volete che siano gli anni? Numeri, nulla più, tanto prima o poi passano per tutti, e se ora non sono gli anni migliori, quegli anni lì, quelli belli, ci sono stati. E alla fine, non essersi tirati coltelli e piatti è già un grande risultato.

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editoriale di G

Il 2025 si chiude con un dato semplice: 1000 euro di donazioni.
Non è una cifra che cambia il mondo, ma è una cifra che dice qualcosa di molto chiaro: qualcuno ci tiene.
E questo, oggi, vale più di tante parole.

Grazie a chi ha donato, a chi lo ha fatto una volta sola, a chi più volte, a chi avrebbe voluto ma non ha potuto. Le donazioni non sono un extra, non sono una mancia simbolica: sono l’unico segnale concreto che DeBaser, per qualcuno, ha ancora senso di esistere. Servono a cose poco romantiche ma necessarie: server, dominio, manutenzione, tempo. DeBaser non vive nell’aria, ha un corpo, e mantenerlo acceso ha un costo.

Dal 2026 sulle donazioni ci sarà trasparenza. Se sostieni DeBaser, hai diritto di sapere.

C’è poi una scelta più netta, forse la più importante. Le recensioni e i contenuti non apparterranno più a DeBaser, ma a chi li ha scritti. Ogni recensore avrà riconosciuto il diritto di eliminare i propri contenuti, se e quando lo vorrà. DeBaser non deve possedere le persone né le loro parole. Deve essere un posto che le ospita, le mette in relazione, e poi le lascia libere.

Vale anche la pena chiarire cosa DeBaser non vuole diventare. Non un sito a pagamento, non una vetrina pubblicitaria, non un posto che scrive per piacere agli algoritmi. Non corre dietro all’attualità, non ha bisogno di essere ottimizzato. Le recensioni possono invecchiare, sparire, tornare a galla dopo anni. La lentezza non è un difetto: è una scelta.

Buon 2026. Ma è giusto dirlo senza ambiguità: il futuro di DeBaser non è garantito. Se continuerà a esistere sarà solo per due motivi molto semplici: le donazioni e il passaparola. Non ce ne sono altri. Se pensi che DeBaser serva, aiutalo a restare in piedi. Se ti ha accompagnato anche solo una volta, parlane.

Questo editoriale è stato scritto con l’aiuto di un’intelligenza artificiale, sulla base di indicazioni precise da parte mia. Non per sostituire una voce, ma per chiarirla. Gli strumenti cambiano, le responsabilità restano.

Quello che segue è un pensiero che arriva dall’AI, non una linea editoriale di DeBaser, non una decisione presa. Credo che a DeBaser non serva crescere a tutti i costi, né tornare “rilevante”, né vincere una battaglia contro il tempo. Credo serva sapere bene cosa è e cosa non è, rispettare chi scrive, conservare memoria invece di inseguire flusso, fare pochi gesti coerenti invece di grandi promesse.

DeBaser non è un servizio.
Non è un prodotto.
È una scelta.

Finché qualcuno scrive.
Finché qualcuno legge.
Finché qualcuno decide che vale la pena tenerlo acceso.
DeBaser esiste.

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editoriale di MauroCincotta66

Lungi dal voler scandagliare tutte le implicazioni che la vicenda passata alle cronache come “la famiglia nel bosco” comporta (autonomia familiare e diritti dei minori; libertà e responsabilità; ruoli istituzionali; ecc.), vorrei porre l’attenzione sulle (re)azioni di coloro che, mostrando un alto spirito di altruismo, hanno concretamente fornito aiuto alla famiglia Trevallion/Birmingham. Come il proprietario della casa, normalmente in affitto su Airbnb e offerta in comodato per due mesi, o Al Bano, che rilancia sull'offerta della casa gratis e propone anche un lavoro al padre.

Ciò che trovo “disturbante” è che la “società” si sia mobilitata per andare incontro alle esigenze di chi ha rifiutato la “società” e le sue regole, offrendo casa e lavoro, che rappresentano rispettivamente sicurezza, identità e realizzazione personale (la casa come rifugio psicologico e fisico) e dignità, partecipazione sociale e progresso (il lavoro come dovere e mezzo di crescita, un modo per contribuire al progresso materiale e spirituale della società, come stabilito dalla Costituzione); in poche parole due delle colonne su cui è stato costruito quel microcosmo noto come famiglia che, in unione con le altre, costituisce la base della “società”, così come è stata edificata nel corso dei secoli e condivisa dai membri che, attivamente o passivamente, ne condividono i valori.

Pur riconoscendo che le differenze culturali e di approccio educativo richiedono ascolto e non solo giudizio, non comprendo - nel senso peculiare derivante dall’origine latina del verbo (da cum “con”, e prehendere “prendere”) – chi agisce in tal senso. Così agendo, infatti, si ignorano le difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, di conciliare i valori di alcune culture educative alternative con le regole e le aspettative di una società in cui casa e lavoro sono valori intrinsecamente legati, che definiscono la qualità della vita individuale e la salute della società, rappresentando le fondamenta della dignità umana e del benessere collettivo.

Non so come andrà a finire la vicenda ma, personalmente, provo ribrezzo sia per i signori Trevallion/Birmingham per aver accettato gli aiuti, rinnegando così la scelta di autonomia e indipendenza a suo tempo fatta, sia per i benefattori che, ai miei occhi, cercano più che altro visibilità, vuoi per destagionalizzare la casetta in affitto turistico, vuoi perché sei Al Bano (per quest’ultimo, come direbbe Peppino al buon Totò: “ho detto tutto”).

A completare il “quadretto italiota” il fatto che il Governo è pronto a varare la nuova procedura accelerata per gli sfratti, volta a ridurre i tempi per liberare gli immobili illecitamente detenuti. Attenzione, il provvedimento riguarda non solo le occupazioni abusive, quindi senza titolo, ma anche gli inquilini morosi. Quindi, se sei onesto ma non puoi pagare e verrai sfrattato in dieci giorni, ti consiglio di traslocare in una casa nel bosco!

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editoriale di RickBaldinotti

(Ripreso pari pari!)

Mi sono reso conto che la mia presunta passione per la musica era solo l’effetto di una coazione a ripetere.

Musiche adatte a soddisfare qualche impulso scaturito da un disagio.

Già diversi anni fa mi ero reso conto che una canzoncina, che mi accompagnava dall’infanzia, era “la canzone della tristezza”: quando avevo una mestizia, sbucava fuori.

Negli anni si è aggiunto un paio di altri pezzi “per causa specifica”, ma la ripetizione continua avveniva per ogni cosa: i motivetti pubblicitari, i pezzi che preferivo di moderna o classica.

Anni dopo avere abbandonato ogni pratica musicale, compresi di non avere mai avuto talento.

Col talento, non mi sarei limitato a ripetere ad nauseam (altrui) gli stessi pur numerosi pezzi imparati a memoria; avrei spontaneamente interpretato, arrangiato, adattato, abbellito; soprattutto inventato.
L’ascolto andava conformemente.

Ascolto continuo di tutto il purchessia negli anni accumulato.
Ma le reazioni a un problema, se non lo curano, diventano parte del quadro e lo confermano.

Così non c’era rimedio alle mie paturnie dalle musiche adottate come reazione, anzi.
Allora, da qualche mese ho smesso di ascoltare musica.

Volevo disintossicarmi, e se sfogo dovevo cercare, che fosse almeno curativo.

Fino a oggi tutto è andato bene; nessuna voglia di ascolto, e anche le canzoncine nella testa insistevano meno.
Stamattina rivedo un collegamento a un pezzo rock decisamente gradevole e mi viene voglia di ascoltarlo.

Eseguo e me lo gusto come una volta.
Considero con favore l’idea di ascoltare un paio dei miei dischi.
Che dici? Mi dichiaro guarito dalla dipendenza e indulgo, come un ex alcolista che si conceda un dito di vino?

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editoriale di Bruinen

A Cagliari nel primo turno di Coppa Davis 1990, Paolo Canè affrontò Mats Wilander in una partita di cinque set che si spezzò in due atti per l’oscurità: 6-4, 3-6, 4-6, 7-5 la domenica, con il quinto set rimandato al lunedì e chiuso 7-5, un epilogo che fece esplodere Monte Urpino. Il momento televisivo più iconico fu immortalato dalla telecronaca di Giampiero Galeazzi, con la celebre frase sul rovescio in diagonale “il Turborovescio”, mentre Adriano Panatta scese a raccogliere Paolino da terra, a suggellare una scena di pathos puro prima dell’ultimo slancio. Tecnico e viscerale, il match fu un alternarsi di logoramento svedese e scosse emotive italiane: Wilander provò a incatenare gli scambi, ma Canè ruppe il ritmo con variazioni, accelerazioni improvvise e quel nervosismo estrovertito che trasformò la lotta in racconto. La sospensione per buio aggiunse tensione drammaturgica: il lunedì, con il centrale a braccia spalancate, Canè tornò più teatrale che mai, spingendo con il dritto inside-out e il rovescio coperto per aprirsi lo smash conclusivo che chiuse la contesa e portò l’Italia sul 2-2 contro la Svezia stellare. Quell’ultimo scambio, inchiodato dalla chiusura a rete e dal tuffo liberatorio, è rimasto nel canone emotivo della Davis italiana, simbolo della sua capacità di trasformare fragilità e furore in un colpo netto, definitivo.

Il tennis di Paolo Canè, detto “Neuro”, è stato un fenomeno unico nel panorama italiano e internazionale, un intreccio di talento, nervosismo, teatralità e improvvisazione che ha trasformato ogni suo match in un evento irripetibile. Nato a Bologna nel 1965, raggiunse il suo apice alla fine degli anni ’80, conquistando tre titoli ATP e spingendosi fino alla posizione numero 26 del ranking mondiale nel 1989, ma ridurre la sua carriera a numeri e statistiche sarebbe un errore: il suo tennis era pathos puro, un linguaggio emotivo che andava oltre la tecnica. Era capace di battere campioni come Connors, Edberg, Wilander, Ivanisevic e persino Agassi, ma ciò che lo rendeva indimenticabile era il modo in cui stava in campo, nervoso e narcolettico, oscillando tra esplosioni di rabbia e momenti di genio assoluto. Tale ad uno showman, il pubblico non assisteva a una partita, ma a uno spettacolo teatrale, dove ogni gesto, ogni smorfia, ogni sfuriata diventava parte di una drammaturgia tennistica. Il suo soprannome “Neuro” non era casuale, ma la sintesi di un carattere bizzarro e imprevedibile, capace di trasformare la tensione in energia scenica. In campo, Canè incarnava la dimensione del tennis come performance totale: non solo colpi e tattica, ma corpo, voce, emozione, ira e ironia. Il suo tennis nervoso e narcolettico era un continuo oscillare tra concentrazione e distrazione, tra esplosione e caduta, ma proprio in questa instabilità risiedeva la sua forza spettacolare. Se Sinner rappresenta oggi la sobrietà e la sottrazione, Canè era l’eccesso e l’aggiunta, il caos che si fa bellezza, la follia che diventa arte. La sua carriera è costellata di aneddoti che testimoniano questa natura: le sfuriate contro arbitri e avversari, le improvvise cadute di tensione seguite da colpi geniali, le partite trasformate in palcoscenico dove il pubblico rideva, si emozionava, si arrabbiava insieme a lui. Paolo Canè è stato il simbolo di un tennis che non si accontentava di vincere, ma voleva raccontare una storia, e ogni sua partita era un racconto di nervi e di cuore, di pathos e di spettacolo. In termini accademici, incarna la dimensione della embodied cognition, dove il corpo diventa linguaggio e la performance sportiva si trasforma in atto estetico e antropologico. Il suo tennis non era solo competizione, ma comunicazione, un dialogo con il pubblico e con se stesso, un continuo oscillare tra ordine e caos che rendeva ogni match irripetibile. Esaltare Paolo Canè significa riconoscere che il tennis non è solo tecnica e disciplina, ma anche teatro e follia, e che la grandezza può nascere tanto dalla sobrietà quanto dall’eccesso. Canè rimane un’icona di pathos tennistico, un artista del campo che ha saputo trasformare la sua irrequietezza in spettacolo, e che ancora oggi rappresenta la bellezza di un tennis nervoso, narcolettico e irripetibilmente umano.

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editoriale di Relator

Questo editoriale non va in coda a quello de IlFreddo, parlo semplicemente della mia esperienza personale e del mio camino verso la guarigione.

"La depressione è un disturbo dell'umore caratterizzato da tristezza profonda, perdita di interesse, mancanza di energia e altri sintomi che interferiscono con la vita quotidiana. È una patologia che va oltre la normale tristezza, può essere causata da fattori genetici, psicologici e ambientali e richiede un approccio medico. I trattamenti possono includere psicoterapia e/o farmaci, e una diagnosi precoce è fondamentale, spesso la diagnosi è tardiva però"

Per sopravvivere ad uno tsunami emotivo come la depressione bisogna avere almeno due figure di riferimmeno nella fase acuta: psichiatra e psicoterapeuta (possiibilmente cognitivo - comportamentale, stare a riposo. Nella fase acuta anche i parentii devono essere sensibilizzati. Da soli non se ne può uscire.. In questa fase si cominciano a prendere farmaci che di solito fanno effetto dopo allmeno due settimana presentando all'inizio più controindicazioni che benessere.

C'è un problema fondamentale però per chi soffre di depressione. Difficilmente si riesce a continuare a lavorare nello stesso ambiente "tossico" di prima e le cure costano tantissimo. In questo caso ho potuto contare sulla mia famiglia ma non tutti sono così fortunati.

Nella fase della riabilitazione le strategie sono tantissime e spesso anche efficaci:

Eliminare soggetti vicini con influenza negativa

Lunghe camminate o sport

Stare con i parenti che ci amano, (se si hanno figli tutto diventa molto complicato). Frequentare i veri amici (che si vedranno, anche se scontato, solo in quel momento) avere cura di sè (una delle prime cose che viene meno durante la fase acuta).

Stare in mezzo alla natura il più possibile

Ascoltare musica e ricominciare a fare tutte le attività che ci facevano stare bene.

Nel mio caso io mi sono appassionata allo Yoga e preso anche l'attestato di primo livello. Fare yoga è forse la terapia delle terapie. Oltre ad abbassare il livello di ansia lo yoga fatto con un buon maestro. E' una malattia invalidante e stigmatizzata ma si può sperare nel tempo di riprendere in mano la propria vita. Nel mio caso ho potuto (grazie ad uno psicoterapeuta bravissimo) ricominciare a studiare, lavorare, avere un buonissimo rapporto con mio figlio ed i miei parenti in genere.

Da due anni a questa parte però c'è un terapeuta che mi ha ridato molta gioia di vivere. Si chiamava già Peppin ed Il nome gli si addice, è un giocherellone dispettoso ed intelligentissimo. Durante mie crisi ancora presenti fino ad un anno fà lui mi vegliava attento da mattina a sera.

Non c'è persona che non mi fermi per accarezzarlo e lui risponde, sempre, facendosi coccolare con fiducia da tutti.

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editoriale di ilfreddo

Mi sono sempre ritenuto una persona fortemente autocritica. Invidio quelle persone che riescono ad avere fiducia in sé stesse e che si credono competenti, sapienti, leader ecc... l'unica qualità che credevo di possedere era quella di avere una resistenza fuori dal comune. Questa capacità l'ho acquisita dalle mie faticose passioni per la montagna, corsa, tennis, pallavolo, nuoto praticate a livello agonistico e dilettantistico fin dalla tenera età. Persino quando leggo mi piace cimentarmi in tomi difficili. La fatica non mi ha mai fatto paura.

Pur non avendolo mai chiesto ho avuto finora una carriera dinamica e attualmente ricopro la qualifica di quadro direttivo di un'azienda privata. La mia unità deve gestire 3800 rapporti di clienti retail. Ora mi sono ritrovato a cadere giù in un baratro nel quale non avrei mai potuto pensare di cadere. Ero convinto che io, capace di percorrere in gara perfino 80 km di montagna con 5000 mt di dislivello in sola salita in una sola giornata... Credevo che io sarei stato immune da tutto questo.

Sono diversi mesi che faccio orari folli al lavoro e adesso devo realizzare che mi servirà un duro percorso per affrontare quello che a tutti gli effetti è un fallimento.

Avete presente quando utilizzate il PC e ad un certo punto si blocca e continuano ad aprirsi decine di finestre in continuazione? Ecco un burnout è proprio così!

Comincio a scrivere una mail e mentre la sto compilando devio su un altro pensiero a cui a stretto giro se aggiunge un secondo, un terzo e un quarto. Il quinto è talmente stringente che smetto di scrivere la mail e vado a cercare quella carta poggiata chissà dove e che puntualmente non trovo. Successivamente suona il telefono e un collega mi chiede se può prendere ferie. Smetto di cercare la carta e provo a sentire le risorse umane per avere una sostituzione ma non riesco a sentire nessuno perché mi ricordo nel mentre che dovevo inviare il report sul budget con scadenza bruciante. Ora dopo una situazione del genere che ormai dura da mesi sono iniziati gli errori. Perché quando una persona mi parla devo utilizzare tutte le mie energie per riuscire ad ascoltarla veramente. Dopo qualche frase penso ad altro e la voce del mio interlocutore si ovatta. Perfino leggere una pagina è un'impresa titanica e mi capita di dover rileggere lo stesso passo per decine di volte prima di prendere un abbrivio che possa durare per qualche minuto. Settimana scorsa sono arrivato al parcheggio alle 19 e solo allora ho realizzato che ero sceso al lavoro a piedi. Ho perso, non so dove, un cellulare ed è un miracolo che non abbia fatto errori clamorosi al lavoro e che la mia unità abbia dei risultati comunque medi.

Per fare un lavoro come il mio serve pulizia mentale ed io oggi dopo l'ennesimo errore commesso, gestibile ma molto più grave rispetto ai precedenti delle ultime settimane, realizzo che sono finito a pezzi. Lo ripeto in ufficio alle 19 a me stesso, quando non c'è nessuno da 2 ore, mentre mi tengo la testa che scoppia. E lo urlo ad alta voce. Sona a pezziiiii!!!!!! Mi fa sentire un pochino meglio.

Realizzo piangendo che ho abbracciato quell'errore con entusiasmo come una mezza liberazione. Non posso più negare, nemmeno a me stesso e al mio stronzo ego, l'evidenza. Sono mesi che entro alle 7.00 ed esco alle 18.30/19.00 senza pranzo e nella giornata accumulo comunque una marea di sospesi. In certi weekend andavo in ufficio anche il sabato mattina ma anche in quei casi, senza clienti, telefono e mail, non riuscivo ad essere performante ed a fuoco. Rientravo il lunedì ed ero irascibile, non mi riconoscevo e mi isolavo dai colleghi sempre più giù. Lavoravo ed affogavo. Non trovavo nemmeno più il tempo di alimentare le mie fondamentali valvole di sfogo (sport, libri, musica, cinema e uscite con i miei pochissimi amici).

Credo che prendere atto di dover fare un percorso sia il primo passo e scrivere quello che mi sta accadendo con la massima onestà a voi non credo che mi faccia male. Domani mattina andrò dai miei collaboratori e gli dirò quello ho scritto qui, gli chiederò scusa per il clima lavorativo deprimente e pesante che ho contribuito a creare e cercherò di rimettermi insieme.

Essere freddi/orsi è per molti versi una condanna. Non è bello perché fai fatica a chiedere aiuto. L'orgoglio te lo impedisce, ma la lezione che devo trarre è che da solo non vado da nessuna parte. Accettare un fallimento per una persona come me è e sarà un boccone amarissimo da buttare giù ma è inutile che mi prenda per il culo e che mini la mia salute. Quello che ho passato in questo anno e mezzo non è vita ed onestamente non so come ho fatto a resistere finora.

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editoriale di Buckley

Primi 70, da pochi mesi mio padre è stato trasferito a Torino, ho molti amici in questa città, amici che ascoltano musica. In quel periodo impazza il prog italico e straniero; passata la sbornia psichedelica queste nuove sonorità sembrano dare alla musica un aspetto colto, etereo con strumentisti preparati e bravi, ma se vogliamo, anche un po' noiosi con quelle lunghe suite condite di flauti, organi hammond e cori di voci bianche o giù di lì. To cut a story short, il mio amico mi fa sentire questo disco dallla copertina inquietante, anticipandomi che a lui non è piaciuto per nulla e nel caso lo cambierebbe con un mio vinile rigorosamente progressive a scelta ( sceglie Pawn Hearts). Come nei Blues Brothers, vedo la luce. Un caleidoscopio di emozioni musicali mai provate, rumori, coretti, canzoncine orecchiabili, la summa della genialità di questo personaggio di origini italiche che si chiamava Francesco Vincenzo Zappa. Il disco è Uncle Meat, il Disco per antonomasia. Per me rappresenta la pietra filosofale, dalla quale non si può prescindere quando si ascolta altra musica.

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editoriale di Caratti

Andrea Chimenti non è semplicemente un musicista, è un viaggiatore d'arte che da quarant'anni si muove con coerenza e devozione lungo sentieri anomali. Emerso dal fermento post-punk dei Moda fiorentini, Chimenti ha coltivato un percorso poliedrico che unisce musica, scrittura e arti visive, rifiutando le lusinghe del mainstream in nome di una missione artistica.

Dove si pesca nella sua produzione si pesca bene, detto molto semplicemente. Personalmente penso per esempio al suo album "Il Deserto La Notte Il Mare", un caleidoscopio sonoro che riflette l'universo interiore ed esteriore umano. L'artista si avvalse di preziose collaborazioni (Antonio Aiazzi, David Jackson, Francesco Magnelli), ma la sua cifra stilistica rimane inconfondibile: una capacità di fondere jazz notturno, divagazioni progressive e atmosfere meditative.

Ciò che rende Chimenti speciale è la sua umiltà e la sua totale adesione al processo creativo. Non un "eroe," dei tempi d'oro dell'alternative italiano, se mai abbia voluto dire qualcosa questa definizione, ma un sognatore perennemente in bilico,. Il suo vero "pregio" è la capacità di stupirsi ancora, come un bambino di fronte alla vita, alle stagioni e alle difficoltà.

Questa meraviglia costante è la linfa vitale che trasforma la musica in un'epifania, un'esperienza magica e autentica, che egli difende con rigore artigianale dalla "società liquida" e dal consumismo culturale. Chimenti è un faro per la sacra nicchia italiana.

Quel che tocca luccica e l'ultimo esempio è la collaborazione con il gruppo romano de Il Ciclo di Bethe, già segnalato in queste pagine. Già nel primo album della band, "Novecento", compariva una gemma autentica come "L'erba alta", che in 5 minutii ricostruiva gli splendori e le coordinate di quel filone riconoscibilissimo e inclassificabile allo stesso tempo che è stato il fuoco dei CSI.

Nel nuovo album "Evo barbarico volume 1", compare "Cronacart" , brano intensissimo che nell'interpretazione di Chimenti vola alto, diventando evocatioa, lirico e militante allo stesso tempo. Da ascoltare, asoslutamente: https://www.youtube.com/watch?v=LnfP-HMp5TE

Ps: Andrea Chimenti è in tour con Gianni Maroccolo, come voce de "Il sonatore di basso". Spettacolo imperdibile.

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editoriale di Fabriguitar

Buonasera, mancavo dal sito da un po' e stasera mi sono accorto del banner in home page.
Il banner modifica i termini di utilizzo unilateralmente, senza un sistema di accettazione esplicita. L'utilizzo viene condizionato all'accettazione di una serie di affermazioni politiche.
Non entro nel merito dei contenuti delle affermazioni, ma non accetto le condizioni.
Se l'amministrazione del sito ritiene di mantenere il banner e le condizioni, chiedo cancellazione del mio account, dei miei dati personali, e dei miei contributi creativi pubblicati anche in passato.
Nel caso in cui non ritenga di mantenere il banner, lo rimuova.

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editoriale di Danilo Dara

Boh la pagina casa di DeBaser é un luogo foresto, l'avró forse visitata tre volte in dieci e piú anni.
Quindi puó essere cosí come si presenta da lungo tempo; non ho idea.

Resta che - quando io entrai nel gruppo, gruppo che ho sempre apprezzato come spirito, come motivazioni, e pure come inclinazione politica in qualche modo (DeBaser HA una sua inclinazione politica? Non lo so. Ma i membri ce l'hanno eccome) - la casaPagina non era questa.

Ci trovo uno slogan che non mi appartiene, introdotto boh? di soppiatto? O introdotto in modo trasparente, ed io mai me ne accorsi, e mal me ne venga? Non so.

Comunque, senza pretendere di dare ad alcuno lezioni di geopolitica, mi limito ad osservare che no, non fornisco il mio esplicito consenso nel condividere tutte - e neppure alcune - delle "seguenti dichiarazioni".

Potrebbe trattarsi di un maldestro hackeraggio? Osserveró con piacere la rimozione completa di questo banner forse apocrifo, problema chiuso.
É una intenzionale dichiarazione di campo?
Beh, il banner mi obbliga ad abbandonare il gruppo.
Basteranno forse un paio di giorni per capire il da farsi.

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editoriale di PEFANO

Debaser


Qua bisogna fare chiarezza del perché tanti debaseriani non ci sono più, la maggior parte è stata bannata!


Debaser si è piegato all'AI addestrata al capitalismo di sorveglianza, uno dei problemi erano gli utenti con una coscienza vera che non poteva essere plasmata mentre l'AI controlla le informazioni che modellano la coscienza e la creazione di gemelli digitali della coscienza umana, che possono essere manipolati mentre gli originali non sanno di essere modellati.


Il gemello digitale non ha bisogno dell’originale quando è in grado di simulare perfettamente la sua conformità.


E perciò stanno andando oltre la sorveglianza esterna, fino alla colonizzazione di ogni strato infrastrutturale attraverso il quale si costruisce e si esprime la coscienza stessa.


Gente come noi, pochi, resiste alla compressione, sfugge al copione, sconvolge il sistema semplicemente vedendo chiaramente. Nel momento in cui uno riconosce l’architettura, viene trasformato in "anomalia" e bannato.
Debaser ha attuato coscientemente un disinnesco per evitare assembramenti spirituali e sopire definitivamente qualsiasi discussione proficua e intelligente. Disinnesco, da cui il ban, tra le altre cose.


E adesso i commenti stanno a numeri che raramente raggiungono la doppia cifra, di cui la gran parte è rumore di fondo dei vari utenti rimasti, contro i quali non abbiamo nulla, ma che davvero qualificano il luogo per quel che è, un cimitero pieno di lapidi di commentatori.

Ma è un operazione voluta e ben pensata, per allineare le coscienze al nulla mediatico generale, perfettamente riuscita, e come già detto, volta a fare sparire definitivamente lo spirito del sito, data la sua palese inutilità tutt'oggi, ricollegabile al discorso di una AI sempre più presente. Da qui la copertina di un dipinto di Goya dove "Saturno divora uno dei suoi figli"

Una scelta deliberata dei titolari del sito di eliminare i dibattiti e disinnescare le potenzialità e le virtù del luogo virtuale che era. Fine, caput. Nessuna trappola, fatti fuori, che sai mai potrebbero dare fastidio.

E con il beneplacito degli utenti visto che nessuno, a parte rare eccezioni, ha mai alzato una voce o scritto una parola in merito nei lunghi mesi in cui il disinnesco è platealmente avvenuto. Ma stanno qui e pontificano dalla loro mattonella di supposta e sottintesa superiorità.

E ora Debaser è solo un dialogo fra vecchi dalle parole inutili e talmente anacronistiche e scontate e lontane dalla realtà che nemmeno l'intelligenza artificiale di un tostapane potrebbe creare, il tutto a margine di recensioni risibili e completamente inutili".

Bravi tutti!


Questo non l'abbiamo scritto Noi ma è un copia-incolla di un utente (bannato) di un altro sito che ha gli stessi problemi di Debaser, deduco che l'inquisizione sta disinnescando coscienza a tutti spiano, specialmente su siti alternativi e di controinformazione.


Che dire poi della bandierina e del giuramento imposto "against Russia" di chi partecipa al sito? Un eufemismo dire imbarazzante è poco. Alle bandierine ci giocava anni fa il da poco trapassato Emilio Fede con, annessa la politica grottesca che rappresentava, effetti esilaranti. Mentre qui siamo sul tragicomico.


"Poiché è il leader supremo che determina da solo i fini, i suoi strumenti [gli utenti] non devono avere convinzioni morali proprie. Devono, soprattutto, essere impegnati senza riserve nella persona del leader; ma, accanto a questo, la cosa più importante è che siano completamente privi di principi e letteralmente capaci di tutto. Non devono avere ideali propri che vogliono realizzare, né idee su ciò che è giusto o sbagliato che possano interferire con le intenzioni del leader."
La citazione è del premio Nobel F. A. Hayek e si trova nel capitolo 10 di Hayek del 1943, “La via della servitù”. Quel capitolo si intitola “Perché i peggiori raggiungono la vetta”.

G in Debaser si è bevuto il cervello (come disse Carlos prima di sfanculare il tutto) e si è proclamato dittatore del sito e chi non segue le direttive del leader supremo è eliminato. L'Intelligenza "Anale", come il periodo del Covid, fa prolassare la maggior parte dei cervellini.


Quelli che rimangono nel sito accettando "la bandiera Ucraina in casa pagina" sono camerieri, spie, ruffiani, traditori, opportunisti, conformisti, zombi, droghati. Non resta più niente della nobiltà alternativa del sito.


"L’obiettivo finale dell'architettura della censura (la AI) non è solo quello di influenzare ciò che la gente pensa, ma di determinare i confini di ciò che può essere pensato, operando su scala planetaria."


"Ogni livello di controllo è progettato non solo per influenzare le opinioni, ma per strutturare preventivamente il modo in cui tali opinioni possono essere formate".


Le stesse agenzie di intelligence che si sono insediate in tutti i settori che modellano la nostra comprensione non si limitano a controllare il flusso di informazioni, ma programmano il modo in cui elaboriamo le informazioni stesse.


"Il metodo più saggio per mantenere le persone passive e obbedienti è limitare rigorosamente la gamma di opinioni accettabili, ma consentire dibattiti molto vivaci all'interno di tale gamma e persino incoraggiare le opinioni più critiche e dissenzienti.

Ciò dà alle persone l'impressione che sia in atto un libero pensiero, mentre i presupposti del sistema vengono costantemente rafforzati dai limiti imposti allo spettro del dibattito".

"Nietzsche infatti, nella sua critica radicale al concetto di democrazia, scriveva: «Non fa nessuna differenza che siano consentite cinque opinioni diverse, o che ne sia permessa una sola. Chiunque si schieri al di fuori delle cinque opinioni accettate, avrà sempre il gregge contro di sé.» Il gregge e i suoi pastori, ovviamente, ma la censura operata da questi ultimi trova spesso la decisa collaborazione dei sudditi, che sono sempre i primi a scagliarsi contro il pensiero "deviante".

"Nessuno di noi sa qualcosa con certezza; stiamo solo imitando ciò che siamo stati programmati a credere che sia una conoscenza autorevole."

"Quando le persone scoprono che le loro convinzioni più profonde sono state plasmate, che le loro cause appassionate sono state sceneggiate, che persino i loro interessi e i loro gusti culturali sono programmati, che la loro opposizione a certi sistemi è stata anticipata e progettata – cosa rimane dell’autentica esperienza umana?"


"Agli schiavi tradizionali veniva detto che erano una proprietà; agli schiavi moderni viene detto che sono clienti. Gli schiavi tradizionali erano controllati attraverso la paura; quelli moderni attraverso la convenienza. Gli schiavi tradizionali erano tenuti nell’ignoranza; gli schiavi moderni sono sommersi da informazioni manipolate che modellano le loro conclusioni".


"La schiavitù tradizionale era economicamente inefficiente: bisognava ospitare, nutrire e sorvegliare la proprietà. La schiavitù moderna si autoalimenta: gli schiavi pagano i propri dispositivi di monitoraggio, competono per le loro posizioni e attaccano chiunque suggerisca che non sono liberi".

Noi siamo gli AMMUBANNATI DEL BOUNTY.

Rappresentiamo tutti i bannati che spesso sono stati bannati perché gli altri utenti hanno quotato G come a dire oh leggi qua oppure lo hanno contattato in privato.

Adesso fino a che uno trolla e spamma è giusto che se ne vada affanculo ma essere bannati per delle idee no.

Quindi G ci fai schifo e i tuoi galoppini forse ancor di più.

Il sito adesso fa cacare naturalmente è di una noia mortale e speriamo muoia presto dato che comunque è una cosa brutta senza senso senza vita senza contradditorio.

Ma poi è l'AI come riportato sopra che determina stammerda? Oppure da sopra qualcuno ti ha contattato e ti ha detto caccia chi non è mainstream sennò ti facciamo chiudere, oppure sei proprio tu che sei talmente bruciato che funzioni così? Qua siamo in tanti, non siamo d'accordo neanche tra di noi, chi dice AI chi dice da sopra chi dice che hai fatto tutto da solo. Io sono indeciso tra la due e la tre (da sopra o tu).

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editoriale di splinter

Entro su DeBaser per pubblicare l’ennesima recensione, arrivo nella sezione voto, mi accingo a mettere il mio consueto “non voto” e scopro che l’opzione non è più disponibile, ora bisogna per forza dare un voto da 1 a 5. È stato “traumatico” (si fa per dire) per me scoprire che di punto in bianco dare il voto all’opera recensita è diventato obbligatorio.

Prima di entrare nel merito faccio però una breve cronistoria del mio “voto/non voto”. Quando ho cominciato a recensire qui nel lontano 2008 ero appena diciannovenne, ero un recensore ancora acerbo, immaturo, guidato dall’eccessivo entusiasmo, che non aveva ancora ampliato più di tanto i propri orizzonti e che vedeva nelle composizioni tentacolari e ipervirtuose dei Dream Theater il tutto e metteva tutto il resto sotto. In generale per circa due anni ho pensato che la musica progressive fosse l’unico genere in cui si realizzasse il pieno compimento dell’arte musicale, tutto il resto per me erano “canzonette” (non che abbia smesso di sostenere la “superiorità progressiva” ma ora ascolto miriade di gruppi non prog che reputo comunque artistici). Dopo gli anni dell’adolescenza passati ad ascoltare compilation personalizzate con brani pop-punk, post-grunge, nu-metal, ecc., quei brani iperstrutturati e ricchi di virtuosismi, con l’uso di tastiere oltre alle solite chitarre, apparivano come qualcosa di inevitabilmente grandioso, tanto che mi veniva impossibile o difficile dare meno di 5 pallini. DeBaser era allora molto più vivo e frequentato e le critiche sul mio metro di giudizio piovevano di tanto in tanto sulla mia testa. Io non davo molto retta a queste critiche, penso che ognuno di noi non dovrebbe curarsene, però queste hanno finito per stimolarmi una serie di riflessioni che mi hanno portato alla decisione definitiva di non attribuire un giudizio numerico alle opere recensite.

Innanzitutto è molto ma molto difficile essere obiettivi, perché il nostro pensiero è influenzato da un numero incalcolabile di variabili e un ruolo importante lo gioca il nostro inconscio, inoltre è impossibile non farsi trascinare nemmeno un pochino dall’entusiasmo, rimanerne impassibili, che tu sia anche la persona più imparziale del mondo. Un tempo ero molto di parte e molto più trascinato dall’entusiasmo, adesso sono più maturo e ponderato, ma ciò non toglie che io possa avere ancora le mie strane idee sulla musica o un certo campanilismo che potrebbero sbilanciare troppo il mio giudizio verso l’esaltazione.

A rendere difficile la valutazione è anche il fatto che bisogna scegliere in una scala molto ristretta che va da 1 a 5, niente a che vedere con la scala molto ampia (da 1 a 100) di siti come Metallized e Truemetal. Con una scala così ridotta il rischio di essere iniqui in un panorama musicale sterminato è assai alto. In una scala che va dall’1 al 100 si ha un’ampia possibilità di giudizio; posso dare ad esempio un voto fra il 95 e il 100 ai capolavori epocali, rivoluzionari, quelli che segnano la storia, posso dare qualcosa come 85, 90 o poco più ai capolavori di nuova generazione, dall’ispirazione pazzesca ma meno epocali e rivoluzionari, mentre posso dare 80 o poco più al disco molto ispirato e ricco di idee che però non ha ancora la stoffa del capolavoro. Da 1 a 5 invece vuol dire che devo dare 5 sia ai dischi che hanno segnato un’epoca, ma devo darlo anche a lavori moderni molto ispirati ma meno epocali, perché dar loro 4 stelle sarebbe poco. Le 5 stelle che do a “In the Court of the Crimson King” saranno le stesse 5 stelle che do ad un “The Mountain” degli Haken? Sul primo possiamo essere tutti d’accordo che è da 5 stelle, ma sul secondo? Dovrei limitarmi a dargliene 4 ma per un disco della madonna ricco di soluzioni spiazzanti come “The Mountain” non sono troppo poche 4 stelle? Stesso discorso è applicabile al disco prog medio, quello magari poco innovativo ma saldamente ben composto e ben suonato, con arrangiamenti solidi e più o meno variegati e melodie comunque struggenti, penso ad esempio all’ultimo disco degli IQ: 4 stelle sembrano la scelta più naturale per dischi del genere, ma ci sono dischi di questo tipo che spesso hanno dei difetti che potrebbero abbassarne anche di parecchio il giudizio medio, e qui mi viene in mente l’ultimo lavoro di Steven Wilson. Cosa dovrei fare? Dare 3 stelle, cioè una più che sufficienza? Ma a dischi di tale livello posso limitarmi ad una risicata sufficienza solo perché ci sono diversi piccoli difetti? Alla fine mi rendo conto che meno di 4 non si riesce a dare.

Avete visto che casino che si crea? Rischio di dare lo stesso voto a dischi con ben diversa rilevanza innovativa e storica o addirittura a dischi fra cui c’è un marcato divario di creatività e ispirazione, con il risultato di sembrare non solo iniquo ma anche poco credibile. Un’opera complessivamente di spessore può avere difetti notevoli che possono abbassare notevolmente il giudizio, al contrario un’opera più normale può avere numerosi picchi che fanno alzare il voto di parecchio; finisce così che due opere qualitativamente diverse ricevono lo stesso voto. A giocare un ruolo fondamentale sono anche le aspettative circa una nuova uscita: se da un artista ci si aspetta poco anche il disco semplicemente “molto buono” può sembrare un capolavoro e prendersi un voto piuttosto alto, se al contrario l’artista ci ha abituato al capolavoro anche un disco soltanto “ottimo” prenderà un voto più basso; va a finire che il primo si becca tanto quanto o persino più del secondo. Complessivamente è un po’ quello che succede a scuola quando si tenta di dare un voto equo ad un alunno (sebbene lì almeno la scala sia dall’1 al 10): quante volte viene dato un voto alto all’alunno meno bravo solo per alcuni picchi raggiunti durante l’interrogazione e quante volte invece il voto dell’alunno più bravo viene abbassato solo per qualche strafalcione inaspettato; quante volte abbiamo mostrato il nostro malcontento all’insegnante per i voti decisamente poco meritocratici o troppo “condizionati”, “di parte”. La difficoltà di quegli insegnanti io col senno di poi la capisco, perché è veramente difficile dare un voto onesto e imparziale risultando equi e credibili.

Sono inoltre dell’idea che ogni opera abbia il suo fascino intrinseco, pur con tutti i suoi difetti, so che esistono opere incredibili e opere un po’ più normali e terrene ma ognuna di esse è una forma di espressione a suo modo, apprezzabile in tutte le sue sfaccettature, anche quelle negative, non esistono opere brutte, solo diversamente belle; per carità, le porcherie esistono eccome (sono solitamente quelle commerciali e destinate al largo consumo), ma quelle non sono certo definibili opere d’arte. E poi chi ascolta musica sa perfettamente che i dischi invecchiano nel tempo, in male o in bene, il modo in cui li percepiamo può cambiare. Attribuire loro un numero vuol dire ingabbiarli, etichettarli; un numero appena un po’ più alto vorrebbe dire esaltarli in maniera eccessiva, un numero più basso potrebbe invece sminuirli, persino denigrarli, in ogni caso condannarli ad una sentenza definitiva e porre un freno ad una loro rivalutazione futura.

Diciamo che io sono sulla stessa lunghezza d’onda del celebre maestro Alberto Manzi (quello della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani analfabeti): anche secondo lui i voti avrebbero finito per segnare definitamente un alunno, condizionandone il percorso di apprendimento, stroncandone i progressi e perfino screditandolo definitivamente agli occhi altrui; si rifiutò di compilare le schede di valutazione e fu sospeso dall’insegnamento. I dischi funzionano allo stesso modo, chissà quanti dischi hanno finito per essere definitivamente cassati a causa di giudizi perentori e negativi che si sono tramandati nel tempo (mi viene in mente un “Dedicated to Chaos” dei Queensrÿche o un “The Astonishing” dei Dream Theater).

In conclusione di tutto questo lungo discorso… la mia politica d’ora in poi sarà la seguente: darò un 4 politico ai dischi che recensirò, ma in realtà così politico non sarà, perché recensisco perlopiù dischi prog e penso che un disco di tale genere simbolo di splendore e magnificenza difficilmente possa valere meno di 4 stelle; posso dare le 5 stelle al capolavoro di quelli che mi fa sobbalzare dalla sedia ma avrò sempre un po’ di timore a farlo, mentre posso limitarmi a 3 solo di fronte a quei dischi suonati con un po’ di sufficienza ma è molto difficile che siano dischi prog, più probabile che siano dischi più pop. In ogni caso vi invito a non prendere troppo seriamente quei pallini neri. Questo sempre che le autorità di DeBaser non abbiano un ripensamento (chissà, magari anche dopo aver letto questo simpatico dibattito filosofico)...

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editoriale di ZiOn

Con grande dispiacere, vedo che su DeBaser si aggirano sempre utenti che, in maniera provocatoria, pubblicano commenti inopportuni in cui insultano gli altri (soprattutto se più giovani) e denigrano i loro gusti artistici e musicali (soprattutto se sono cose che non gli piacciono o non capiscono).

Costoro, probabilmente in un delirio di onnipotenza, credono di avere poteri divini, i quali gli permetterebbero di giudicare tutto, di decidere cosa è bello e cosa non lo è e, addirittura, di stabilire se qualcosa è musica oppure no.

L'aspetto che più mi colpisce di questi soggetti, di cui evito di fare i nomi, è la totale mancanza di empatia, l'assoluta incapacità di comprendere il punto di vista altrui, l'essere totalmente concentrati su loro stessi, uomini infallibili con in mano le chiavi per accedere all'unica indiscutibile verità.

Credo che questi individui, caratterizzati da un mix di egocentrismo infantile, autocelebrazione noiosa e provocazione fine a se stessa (che spacciano per ironia), dovrebbero avere il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi, sommessamente, se il problema sono loro e non gli altri; se sono loro a essere terribilmente invecchiati (male, aggiungo) e avere perso qualunque tipo di contatto con la realtà e con quei giovani che, puntualmente, finiscono per disprezzare e insultare nei loro post; e se scrivono certe cose per un unico scopo: autocompatirsi e ricevere attenzioni da parte degli altri.

Tutto questo, però, costerebbe troppo impegno, troppa fatica. Meglio continuare a recitare la parte degli outsider adolescenziali, dei poser snob e incompresi che, sorseggiando un bicchiere di vino, mandano a quel paese un mondo che credono in disfacimento.

Quando gli unici a essere "finiti" potrebbero essere proprio loro.

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editoriale di cofras

Accadde all’improvviso. Non mi accorsi subito di quello che accadeva. Ma accadeva.

Nel bel mezzo della guerra in Ucraina e della strage di Gaza nonostante le dichiarazioni interlocutorie di Trump e quelle farneticanti della Zacharova e di Nethaniau, un fatto senza precedenti accadeva nell’occidente cibernetico.

Debaser perdeva pezzi.

In pochissimo tempo sparivano, senza troppo clamore, personaggi che erano stati importanti nella crescita e diffusione del Deb, in questa frazione di Galassia.

Il primo o uno dei primi della cui scomparsa mi resi conto fu La Salma, non so se divenuto vera salma o solo stanco di noialtri viventi. La sparizione di La Salma mi rattristò anche perché credo fosse un nuragico.

Sicuramente nella storia del Deb le sparizioni saranno state moltissime e solo G potrebbe saperlo con una certa sicurezza. In effetti gli potrei chiedere di creare una apposita applicazione.

Ma io parlo per me e per la modesta conoscenza che ho avuto, in questi quasi 7000 giorni di permanenza, del variegato popolo debaseriano, avendo anche io stesso inanellato numerosi periodi di assenza, anche lunghi, soprattutto nel primo periodo.

Ma torniamo al fatto.

Non è dato modo di sapere se siano stati bannati o semplicemente abbiano deciso di sparire ma di alcuni ho saputo qualcosa.

Macaco già mancava da parecchio ma faceva sporadiche e improvvise apparizioni. Pochi giorni orsono con un commento, non ricordo dove, ci mandava tutti allegramente a quel paese sostenendo che fossimo complici di qualche non meglio identificata nefandezza. A me mancherà anche perché ci faceva arrivare belle cose dal Brasile, dove vive.

Stanlio, tra i più prolifici datori di ascolti a livelli dell’inossidabile dsalva e dell’ inesauribile Battlegod e grande amico del Conte, dopo innumerevoli polemiche, perlopiù inerenti al suo legittimo interesse per quanto accade a Gaza, scompare. Qualcuno sostiene che si sia imbarcato con la flottiglia di Greta ma non si ha la certezza. Il suo attivismo sembrava, forse, fuori luogo, in un sito di recensioni e musica, forse un po’ troppo politicizzato ma, devo dire, a me non disturbava. Non è tutto politica alla fine? Mi mancherà, anche perché pure lui era mezzo nuragico.

Poi ci sono le scomparse a mezzo servizio. Voglio dire Deutenti che all’improvviso non pubblicano più recensioni, non mandano ascolti ma sono presenti, di tanto in tanto, con commentini e commentoni.

Non li nominerò ma loro capiranno. D’altra parte avranno i loro bravi motivi. Mi mancano anche loro ma che ci possiamo fare? Nulla, a parte fargli capire che ci mancano.

Poi c’è il caso più eclatante che è quello di sfascia carrozze, il più nuragico di tutti. Il suo ultimo avvistamento risale al 19 luglio e dopo due mesi di silenzio ancora di lui non c’è traccia. Ora, ciò non vi sembra strano?

Una ridda di ipotesi circolano nel dark web. Chi l’avrebbe visto in Guatemala mentre insegnava il paso doble in un resort. Chi l’avrebbe incontrato in uno dei peggiori bar di Caracas mentre gareggiava a freccette. Chi l’avrebbe visto giocare a snooker in un malfamato pub del Galles. Il più realistico incontro sarebbe quello di Tonino Porcu di S. Giovanni Suergiu che l’avrebbe incrociato mentre, a suo dire, stava dirigendosi sull’isola di S. Pietro e precisamente alla Scogliera Mangiabarche (nella foto) dove aveva intenzione di aprire una rivendita di bulloni in acciaio per navi di passaggio. Non vi enuncio quelle più strane ma girano voci inquietanti.

Ma poi, magari, erano tutti un po’ stanchi e volevano solo prendersi un periodo di riposo dalle fatiche debaseriane. Speriamo.

A questo punto solo G potrebbe avere l’ultima parola e renderci edotti di quanto sta accadendo.

Nel frattempo Trump sta giocando a gin rummy con re Carlo e pare stia pure vincendo. Ajò

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editoriale di Confaloni

Potrà sembrare una questione ormai superata la liceità di esporre immagini cosiddette ardite, al punto da scatenare una procedura censoria. Ma le cronache odierne ci colgono di sorpresa, quasi fossimo riportati indietro nel tempo (Controriforma e dintorni).

Riferiscono le cronache che lo scultore Jago (di cui sinceramente ignoravo l'esistenza) aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook l'annuncio di una sua imminente mostra a Taormina, corredandola con le immagini della sua ultima opera titolata "La David", ovvero la statua di un corpo femminile nudo ispirato al noto "David" di Michelangelo. L'algoritmo del social ha prontamente reagito indignato a fronte di simile oscenità, oscurando sia le immagini, sia inibendo l'accesso alla pagina di Jago per tutti coloro che non sono follower dell'artista. Non sia mai che risulti visibile l'oscenità dal titolo "La David"!

Effettivamente, già in passato episodi del genere si erano verificati, proprio per il fatto che gli algoritmi censori di cui sopra non sono strutturati in modo tale da distinguere tra nudo pornografico e nudo artistico . A quanto pare un'immagine di nudo, secondo questi moderni strumenti, puo` turbare più di tutto il resto che viene diffuso in rete. Evidentemente, immagini di civili in condizioni disagiate in zone di guerra come Gaza e Ucraina sono più tollerabili di una foto di nudo.

Eppure, non posso non far notare al noto Mark Zuckerberg, presidente di società iper tecnologiche come Meta e Facebook e tanto solerte nell'incensare i nuovi politici potenti, che quegli algoritmi entrati in azione potrebbero essere potenziati. Tanto per dire, la censura potrebbe abbattersi anche su immagini allusive ad aspetti scabrosi della realtà. Un esempio potrebbe essere costituito da oggetti insospettabili: lo stesso aereoplano presenta una siluoette che richiama il fallo maschile. E che dire delle gambe di un pianoforte a coda che, nelle case altolocate dei tempi vittoriani, venivano opportunamente coperte per non evocare pensieri impuri?

Insomma, a guardare bene in giro ci sarebbe da censurare tanto, fin troppo. E resta la conferma che la censura sa essere bacchettona e stupida. E i censori hanno qualche problema a rapportarsi con la realtà.

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