editoriale di ThorsProvoni

Oggi due parole così, per farsi del male.

Qualcuno, su questa terra debaseriana, ha risposto giorni fa a questa mia osservazione in un mio editoriale: "non ho trovato da nessuna parte come deve essere fatto un editoriale" con questa citazione:

"L'editoriale è l'articolo di apertura di una pubblicazione periodica in cui il direttore o un giornalista molto esperto e conosciuto dal pubblico (una «grande firma») tratta un problema o un fatto di rilevante attualità.".

Dal che ho capito che non potrò mai scrivere (almeno su DeBaser) un editoriale perché:

1. non siamo su una publicazione periodica;

2. non sono il direttore;

3. non sono un giornalista;

4. non sono molto esperto né conosciuto, né come giornalista né come imbianchino;

5. non tratto mai problemi o fatti di rilevante attualità.

Purtuttavia sto a scrivere deeditoriali. E lo stesso fate voi.

Questo fatto, quindi, penso mi esima dal rispettare le regole di cui sopra (essere giornalista... fatti rilevanti... ), così come esime voi.

Ora vengo al punto, prima che passino i 12 minuti in cui, si dice, la mente umana è capace di prestare attenzione a qualcosa.

Quando venni attirato in questa trappola debaseriana da un affiliato innominabile, mia intenzione era quella di manifestare al mondo intero la mia eloquenza, conoscenza e capacità d'esprimermi (non per forza in questo ordine) su alcuni argomenti invisi ai più: teologia, Bibbia, fede, ecc. .

Nello specifico, perciò, colgo l'occasione per dirvi che ogni volta che avrete una notifica che vi dice che ho deeditoralizzato, potreste trovarvi (ma non sempre sarà così) di fronte ad uno degli argomenti sopra enunciati.

Certo il tema potrebbe anche non essere direttamente quello, ma state pur certi (e sicuramente l'avrete già notato) che se parlo di qualcosa lo farò a partire dalle mie convinzioni.

Naturalmente siete liberi di andare a leggere o di tenervi alla larga.

Debaseriano avvisato, mezzo salvato. L'altra metà spetta a voi.

P.S.: non la volevo mettere così tragica e/o drastica, ma ho avuto brutte esperienze su altri social (non parlo di FB o Twitter), fino a doverli abbandonare avendo trovato 'buontemponi', diciamo così, che ad ogni pubblicazione riempivano i commenti di off topic, parole poco decenti, offese et similia.

Io accetto ogni commento che esprima un'opinione (poi posso rispondere o meno... ), ma rifiuto espressioni che poco hanno a che fare con la normale e civile comunicazione. Se scrivo è perché voglio offrire spunti per parlarsi, scambiarsi idee, punti di vista e mi sembra che, finora, in quest'universo debaseriano si possa fare.

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editoriale di Cialtronius

è un raccontino horror, lo scrissi quando avevo 25 anni.

IL VIAGGIO
Marco e Gregorio si misero in viaggio con calma, dopo pranzo, con l’automobile di Marco, una Y10 del ‘92.
Gli altri 4 invece avevano preso il treno alle 6 del mattino così sarebbero arrivati in albergo verso l’ora di pranzo e nel pomeriggio avrebbero potuto già lanciarsi sulle piste innevate.
La settimana bianca.
Marco e Gregorio non erano mai stati in settimana bianca, non sapevano neanche sciare.
Quei 4 invece, non solo erano sciatori provetti, ma erano anche organizzati molto bene con le loro tute da sci fiammanti, sembravano tute spaziali, gli sci, il casco, super accessoriati.
Marco e Gregorio li avevano accompagnati al negozio sportivo giorni addietro e i 4 avevano speso un occhio della testa per acquistare tute, sci e altri accessori.
Fighetti del cazzo, stronzetti radical-chic; questo pensava Marco di loro.
Li aveva conosciuti tramite Gregorio, erano amici di Gregorio dell’università.
Marco invece non studiava, faceva il barista e non sapeva bene cosa volesse dalla vita.
Nonostante avesse quasi 30 anni, viveva alla giornata.
Il viaggio fu molto lungo; Marco si fermava spesso agli autogrill, caffè e sigaretta, la pipì, un panino.
Dopo 11 ore di viaggio, erano quasi arrivati in albergo.
Stavano percorrendo l’ultimo tratto di strada, una strada di montagna, stretta e piena di curve, ancora pochi chilometri e sarebbero giunti a destinazione.
Ad un tratto la macchina iniziò a sobbalzare, ad arrancare sulla strada, perse colpi e si spense.
Il motore borbottò come un vecchio animale ferito, l’eco si propagò nella valle e dopo alcuni secondi, si spense.
La benzina!
Gregorio sbottò: “Te l’avevo detto che era meglio metterne un po’ all’ultima sosta ma tu no no ce la facciamo la conosco la mia macchina, la riserva dura tanto eeee… ma vaffanculo va!”
“Ok ok non ti agitare …adesso li chiamiamo e diciamo loro di portare una tanica di benzina” disse Marco, ma in quel tratto di strada i cellulari non prendevano, non c’era la copertura.
Senza benzina a 10km dall’albergo alle due del mattino, a Febbraio, in Trentino Alto Adige.
La temperatura esterna era -11°, faceva freddo, molto freddo.
“Porca troia!” urlò Marco.
Cosa fare?
Era quasi impensabile tentare di arrivare a piedi, 10km a piedi con quel freddo e con quel tempo da lupi ma lupi non ce n’erano, anzi, sembrava proprio che non ci fosse anima viva intorno.
Uscirono dall’automobile infagottati e infreddoliti per guardarsi intorno ma non scorsero anima viva, non passava nessuno.
La situazione era drammatica: se avessero passato la notte in macchina e si fossero addormentati sarebbero passati dal sonno alla morte per assideramento.

IL VECCHIO
Decisero di provare ad incamminarsi nonostante il freddo e subito dopo la curva, la videro.
Un’area di servizio con la pompa di benzina!
Un colpo di fortuna!
Raggianti, tornarono verso la macchina e la spinsero per un centinaio di metri raggiungendo la piazzola di sosta; sì, era proprio un’area di servizio.
C’era la pompa per la benzina, c’era un piccolo chiosco.
L’area di servizio era illuminata a giorno e pulitissima.
Non una cicca in terra, né una foglia o una cartaccia, niente di niente.
Tutto a norma di legge; illuminata a giorno, l’estintore con l’etichetta, il secchio di sabbia, i segnali di divieto di fumo, il rotolo di carta per pulirsi le mani, il secchio dei rifiuti, c’era tutto.
Le cromature della pompa di benzina brillavano sotto la luce artificiale; tutto era nuovo di zecca, forse l’avevano aperta da poco, forse non c’era nessuno e non era un self-service, forse non erano stati poi così fortunati.
Si guardarono intorno e, nell’oscurità, appena dietro il chiosco, lo videro.
C’era un uomo, un vecchio, e stava pisciando.
Finito che ebbe di pisciare, il vecchio rimise dentro il pisello senza neanche sgrullarlo e senza chiudersi la patta dei pantaloni e con un piglio deciso ed un passo rapido a dispetto della sua età, poteva avere 80 anni, appena li vide si avviò verso di loro entrando nella zona illuminata a giorno dell’area di servizio.
Che tipo!
Indossava una camicia di flanella rossa e blu, la classica camicia del taglialegna canadese, una camicia sporca, macchiata, logora.
Indossava soltanto una camicia nonostante il freddo glaciale!
Pantaloni di velluto marroni, la patta aperta, ancor più sudici della camicia se possibile.
I capelli unti, lunghi fino alle spalle, tirati all’indietro, bianchi - anzi no giallini - sporchi.
La barba di 3 giorni, rughe irregolari e profonde solcavano il suo viso da vecchio, 3 o 4 denti in bocca storti e giallognoli e sorrideva mentre veniva incontro ai due ragazzi.
Due occhietti grigiastri, piccoli, vispi, incassati nelle orbite, grandi orecchie, un grande naso bitorzoluto, una bocca larga e semi-aperta, ma non era il lupo cattivo, forse.
“Ehilà, ragazzi! Finita la benzina?” disse il vecchio.
“Entrate il caffè è sul fuoco” e senza attendere la risposta dei due ragazzi, il vecchio era già dentro e in pochi secondi aveva disposto le tazzine per il caffè su di un piccolo tavolino che si trovava all’interno del chiosco, una sorta di piccolo ufficio, anche questo pulitissimo, tirato a lucido, ordinato.
Marco e Gregorio erano incerti sul da farsi ma sembrava non avessero alternativa, inoltre il profumo del caffè caldo e la prospettiva di scaldarsi un po’ dissiparono in pochi secondi eventuali riserve.
“State andando all’hotel ‘La Baita’ vero? Dovete fare ancora una decina di chilometri”
Il caffè era buonissimo, servito in raffinate tazzine di porcellana col piattino sotto, roba di classe.
“Sì” disse Marco “….stiamo andando all’hotel ‘La Baita’ per la settimana bianca, noi siamo partiti dopo pranzo da Roma, i nostri amici invece son partiti stamattina presto e sono già su, ci aspettano”
“Quei 4 fighetti del cazzo! stronzetti radical-chic!” esclamò il vecchio e nel dire ciò il suo volto da bizzarro ma bonario si trasformò in una maschera ghignante e parossistica; fu un attimo, ma fu terrificante.
Gregorio divenne bianco dalla paura, avrebbe voluto dire qualcosa ma era come paralizzato e, in realtà, aveva avvertito la netta sensazione di un grande disagio non appena il vecchiò sbucò dall’ombra dopo aver pisciato.
L’atteggiamento di Marco invece era del tutto diverso, era come divertito, non si rese neanche conto che il vecchio aveva utilizzato, per i 4 ragazzi, le stesse parole che aveva pensato lui.
“Massì” proseguì il vecchio “sono i classici figli di papà, che vanno all’università, che han quasi 30 anni ma che sono ancora a metà con gli studi, che fanno tanto i sapientoni ma non hanno mai lavorato un giorno in vita loro, meritano di morire …che cazzo campano a fare?”
“Mi scusi, ma cosa sta dicendo? Co-come si permett…” era Gregorio; balbettava, tremava, un filo di voce ma il vecchio lo incalzò come un fiume in piena; Marco sorrideva.
“Perché non li ammazzate? 2 a testa… tu ne fai fuori 2 e tu gli altri due… ammazzateli quei 4 stronzi! …facciamo un patto …se li ammazzate io vi faccio il pieno gratis ok? …qua la mano” e tese la mano verso i due, una mano grande, forte, tesa, immobile.
Il vecchio è completamente pazzo, pensò Gregorio col cuore in tumulto, Marco continuava a ghignare divertito, rilassato.
“Ok, ci sto, qua la mano vecchio mio!” disse Marco.
E fu così che il vecchio e Marco stipularono il patto.
“E ora tu!” disse il vecchio a Gregorio “su dammi la mano che aspetti? Due a testa! Un patto è un patto e va rispettato!”
Il vecchio sembrava eccitato, il tono della sua voce era potente, sembrava davvero convinto di quel che diceva.
Gregorio era paralizzato e fu Marco a rompere gli indugi.
Prese da sotto il tavolo il braccio di Gregorio e lo portò vicino alla mano del vecchio che era di nuovo tesa.
Il vecchio afferrò la mano di Gregorio e gli scosse il braccio in una stretta di mano vigorosa, serrata, implacabile.
Gregorio al contrario era come spossato, senza forze, non riusciva a parlare, voleva solo uscire da quel posto.
“E’ andata! Abbiamo stipulato il patto! 2 a testa 2 a testa!” urlò il vecchio trionfante.
In un attimo si alzò, ripose le tazzine ed uscì fuori iniziando a fischiettare il motivetto del film ‘Il ponte sul fiume Kwai’.
Con gesti rapidi e aggraziati era già fuori, pronto a fare il pieno alla macchina; aveva estratto la pistola e programmato il pieno.
Dopo pochi secondi la lancetta della benzina era già tutta a destra, nel serbatoio, erano stati erogati circa 30lt di benzina.
“Fatto!” esclamò il vecchio.
Gregorio, ancora visibilmente scosso nonostante fosse entrato in macchina, fece per prendere il portafogli ma il vecchio se ne accorse subito e gli disse: “ragazzo? Che fai? Il pieno è gratis, abbiamo stipulato un patto! Un patto è un patto e va rispettato! 2 a testa! 2 a testa! Ammazzateli come cani, quei luridi topi di fogna! Ah ah! … Ah Ah!” …e iniziò a battere le mani ritmicamente Ah Ah! CLAP! Ah Ah! CLAP! producendo un rumore secco, uno schiocco di frusta che squarciò il silenzio della valle circostante.
Marco salutò il vecchio per l’ultima volta e mise in moto, continuava ad avere quel ghigno curioso, come di chi la sa lunga ed iniziò a fischiettare il motivetto del film ‘Il ponte sul fiume Kwai’.

LA TELEFONATA
Raggiunsero l’albergo e si sistemarono nella stanza.
Era una stanza confortevole con due posti letto, il bagno in camera, la tv ed il telefono.
Il cellulare di Marco squillò, Marco rispose.
“Sì… certo, sarà fatto, un patto è un patto…” disse Marco. 2 a testa! 2 a testa! La voce inconfondibile del vecchio, Gregorio la sentiva benissimo nonostante Marco avesse l’apparecchio attaccato all’orecchio, era la sua voce, acuta e potente.
Come aveva fatto ad avere il numero del telefonino di Marco?
Gregorio, seduto sul bordo del letto, non fece in tempo a finire di formulare questo pensiero che squillò il telefono fisso della stanza.
Gregorio come in trance alzò la cornetta.
“ehi! Ragazzo! Dico anche a te sai? Un patto è un patto, ne dovete ammazzare 2 a testa, 2 a testa! …e poi tu non mi piaci per niente, finirai male!”
Il vecchio era contemporaneamente su due linee telefoniche!
Gregorio riagganciò e disse a Marco che era necessario andare subito alla polizia a denunciare l’accaduto.
Marco lo tranquillizzò “Gregorio ma che cazzo stai dicendo? Ma ti rendi conto che il vecchio scherza? È un burlone, ci ha offerto il caffè e ci ha fatto il pieno gratis che vuoi di più?”
Gregorio non si calmò affatto e cercò di fargli notare come fosse possibile che il vecchio avesse il suo numero di telefono che avesse chiamato la stanza d’albergo parlando contemporaneamente con entrambi eee…
Niente da fare, Marco non lo ascoltava proprio… ormai aveva sempre quel sorrisetto beffardo dipinto sul volto e lo sguardo era come assente, forse era stanco per il viaggio, ad ogni modo mentre Gregorio continuava a parlare cercando di far valere le sue ragioni, Marco già si era diretto verso la doccia continuando a fischiettare la canzoncina di quel celeberrimo film di guerra.
Gregorio, in preda al panico, decise allora innanzitutto di raccontare l’accaduto agli altri 4 ma avevano i telefonini spenti.
Chiese di loro alla reception e gli fu riferito che due di loro stavano dormendo da almeno due ore e che gli altri due erano fuori, in giro.
Gregorio, senza avvisare Marco, gli prese le chiavi della macchina ed uscì fuori a cercarli, non potevano essere lontani, probabilmente li avrebbe trovati giù in paese al pub, l’unico posto aperto a quell’ora.


LA MATTANZA
Marco, sotto la doccia, si sentiva bene come non mai, ormai sapeva benissimo cosa doveva fare: doveva rispettare il patto.
Li voglio scannare come maiali quei 4 balordi… anzi no due, ne ammazzerò solo due… 2 a testa 2 a testa!
Questo pensava Marco sotto la doccia in preda ad un’euforia incontrollabile.
Una volta fuori si asciugò alla svelta, scese al primo piano e passando dall’uscita di emergenza si introdusse furtivamente nelle cucine dell’albergo dove trafugò un grosso coltellaccio e due guanti scamosciati, di quelli che si utilizzano per gettare i sacchi dei rifiuti.
Tornò su e telefonò alla stanza 213 dove c’erano 2 dei 4 che stavano dormendo.
“Aprite! Sto venendo da voi… fate presto Gregorio è stato arrestato!” disse Marco.
Non diede loro neanche il tempo di replicare, si precipitò fuori immediatamente impugnando il grosso coltello da cucina.
Il ghigno sul suo volto era ora un sorriso largo, sardonico, gli occhi di fuori, Marco era pronto a portare a termine la sua mattanza.
Il ragazzo aprì la porta che era accanto a quella di Marco e Gregorio e ricevette immediatamente una coltellata in pieno petto.
La lama affondò per almeno 20 cm, tanta era la forza impressa.
Il ragazzo si accasciò al suolo gorgogliando inconsulte cacofonie mentre, blando ed esterrefatto, si dimenava tra la pozza di sangue che immediatamente si era formata ai suoi piedi.
Marco gli aveva spaccato il cuore con un solo colpo, il sangue era ovunque.
Marco estrasse la lama dal cuore e si diresse verso l’altro ragazzo con una furia disumana.
L’altro era riuscito a scendere dal letto, d’istinto rovesciò la lampada e la frappose tra sé e Marco ma Marco la scansò via con rapidità fulminea.
Il ragazzo balzò sul letto dell’altro e cercò di guadagnare la porta del bagno per chiudersi dentro ma non fece in tempo perché Marco entrò nel bagno con lui.
Ci fu una colluttazione ma Marco era come un cane idrofobo, aveva una forza ed una rapidità tale che il povero ragazzo non ebbe scampo.
Venne centrato dal coltellaccio proprio in mezzo alle scapole e Marco si accanì, il ragazzo aveva tentato una reazione.
Si accanì come una bestia e diede tante, ma tante coltellate al ragazzo, lo colpì ripetutamente sulla schiena, sulle braccia, sul volto, sulle gambe, ovunque.
La scena era raccapricciante; il primo ragazzo era rannicchiato in una pozza di sangue in posizione fetale e con le mani sul cuore o meglio, su quel che ne restava.
Il secondo era semi seduto sul bordo della vasca con intorno il telo per coprire gli schizzi d’acqua pieno di tagli e di sangue e di frattaglie sparpagliate sul linoleum.
Sangue ovunque; sulle pareti del bagno, sul soffitto, sulla vasca, sullo specchio, sul pavimento.
Non era più bagno, era una macelleria ma non era mobile e non era mezzanotte, erano le 4 del mattino.
Marco uscì dal bagno si sedette sul letto di uno dei due e si tagliò la gola e morì.
Il coltello cadde per terra.
Marco si accasciò da un lato: il ghigno c’era ancora.

L’INCIDENTE
Gregorio uscì dal parcheggio dell’hotel ed imboccò la stradina che portava giù in paese.
Dopo la curva c’era un rettilineo e Gregorio accostò per provare a richiamare i due sul telefonino, magari erano nel pub e non avevano campo, magari erano usciti e poteva finalmente comunicare con loro.
Non poteva sapere, Gregorio, che i due fossero più vicini di quanto immaginasse.
I due erano ubriachi fradici; provenivano dal pub ed insieme con gli altri turisti e gli abitanti del luogo si erano scolati tanta di quella grappa da non reggersi in piedi.
Erano a piedi e si trovavano appena sopra la strada, avevano imboccato una scorciatoia, un sentiero che passava per il bosco e che era sì meno agevole da percorrere ma molto più breve della strada asfaltata che avevano percorso all’andata.
I due, ancora in preda all’euforia e caracollanti, decisero di fare una gara, una corsa lungo il sentiero.
Il sentiero sbucava sulla strada principale e si trovava ad un metro circa dal livello dell’asfalto.
I due erano appaiati nella corsa e ridevano e si spintonavano e stavano giungendo alla meta praticamente insieme.
Gregorio, in preda allo sconforto e ad una rabbia incontrollabile, innestò la marcia e partì a razzo lungo il rettilineo per scendere in paese.
Stirò la prima marcia, poi la seconda.
I due erano giunti sul traguardo, la fine del sentiero di montagna, la fine delle loro vite, 2 a testa.
I due saltarono insieme; davvero non sarebbe stato facile stabilire chi avesse vinto la gara.
Saltarono sulla strada asfaltata nel preciso istante in cui sopravveniva, a tutta velocità, la Y10 del ’92.
L’impatto fu terrificante.
I loro colpi rimbalzarono sul parabrezza e volarono in alto investiti dalla macchina in velocità.
Sembravano due manichini, due pupazzi di pezza gettati dalla finestra a capodanno.
Morti sul colpo, il cranio sfasciato, la spina dorsale spezzata, due a testa.

EPILOGO
Da un quotidiano locale:
La nostra comunità è stata profondamente turbata dagli abominevoli omicidi della notte scorsa.
Mai, a memoria d’uomo, il nostro paesino era stato teatro di un fatto di sangue così feroce e malsano.
Gregorio Ravelli, 29 anni, di Roma, incensurato, ha barbaramente ucciso i suoi 5 amici coi quali era in vacanza per la settimana bianca.
Tre di loro sono stati trucidati e sgozzati, con un grosso coltello da macellaio, trafugato nella cucina dell’albergo e rinvenuto sul pavimento della stanza 213; gli altri due sono stati investiti dal Ravelli con l’automobile in velocità e senza alcuna traccia di frenata.
Il Ravelli è in stato di choc, rinchiuso in una cella, guardato a vista.
Non ha parlato, non ha spiegato i motivi della carneficina, si è chiuso in un totale mutismo, è praticamente catatonico.
L’unica frase che ripete sporadicamente è: 2 a testa 2 a testa, il patto va rispettato.
Una curiosità: nel serbatoio della Y10 non c’era neanche una goccia di benzina.

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editoriale di sotomayor

Quando ero bambino, mio padre lavorava in fabbrica a una macchina a controllo numerico. Ricordo che qualche volta succedeva, in occasione dei periodi natalizi, che i genitori potevano portare la propria famiglia e i propri figli in fabbrica: questa organizzava degli eventi attraverso il cral aziendale in cui era data la possibilità di accedere a degli sconti per chi volesse comprare determinati regali per i figli in occasione delle festività. Organizzavano allora una specie di festa e un allestimento. Ricordo questi grandi capannoni addobbati per l'occasione: nel complesso, ripensandoci, mi sembra tutto molto 'povero'. Era sicuramente tutto molto grigio e ricordo sempre che faceva freddo, però allora bastava la magia dei giocattoli a dare quel colore che significava qualche cosa di speciale.

Devo dire che mio padre non amava particolarmente quelle iniziative. Ricordo che organizzavano, sempre secondo le stesse modalità, ad esempio anche la colonia estiva e mio padre non volle mai mandare me e mio fratello più piccolo, il terzo invece non era ancora nato in quegli anni, perché diceva che non avrebbe mai e poi mai lasciato i suoi figli in ostaggio nelle mani del padrone.

Comunque io queste visite me le ricordo bene ancora oggi, ma ricordo che quello che mi interessava veramente era vedere dove lavorava papà.

Io volevo essere come mio padre, il mio unico grande sogno, l'unica cosa che ho sempre voluto essere è stata diventare un operaio come mio padre prima di me. Magari potere un giorno lavorare alla macchina accanto alla sua.

Era la fine degli anni ottanta. Vedevo poco mio padre durante gli anni dell'infanzia. Un po' perché faceva i turni in fabbrica; un po' perché il sindacato, era nel comitato centrale, la politica... tutte queste cose lo tenevano spesso lontano da casa.

Praticamente posso dire che io e mio fratello siamo stati cresciuti solo da mia madre e per questa ragione, come io volevo essere come lui, ricordo che dormivo con martello, pinze, cacciavite... sotto il cuscino, allo stesso modo mio fratello (due anni più piccolo di me) aveva per lui una specie di venerazione. Tanto che mia madre a lungo si domandava se per caso sbagliasse qualcosa nel comportamento nei suoi confronti. Ma la verità era semplicemente che, poiché lui non c'era mai, quando c'era, la cosa acquistava un significato speciale per noi e per mio fratello, più piccolo di me, la cosa lo era ancora di più. Del resto sul piano affettivo (come sotto ogni altro aspetto) non ci ha mai fatto mancare nulla.

Poi a un certo punto tutte le cose sono cambiate.

Mio padre ha chiuso con la fabbrica. Mio padre ha chiuso per sua decisione con il sindacato e con la politica, del resto non era più un operaio metalmeccanico e democrazia proletaria (cui era stato tra i fondatori, dopo l'esperienza in avanguardia operaia) concludeva la sua esperienza politica confluendo in buona parte in rifondazione comunista. Cui non volle mai aderire. Del resto aveva già avuto Bertinotti come 'capo' al sindacato e averci a che fare in quel contesto gli era bastato. Nonostante il 'compagno' Fausto fosse per lo più assente e poco interessato a adempiere ai suoi impegni di rappresentante capo del sindacato dei metalmeccanici e impegnato a diffondere il verbo da qualche altra parte non meglio precisata, il fatto che mio padre non fosse allineato al pensiero massimalista del pci gli comportò nel tempo un certo ostracismo, se non - molto peggio - degenerazioni e minacce degne di una certa altra parte politica della direzione opposta e che, va detto, senza denigrare un pezzo importante della storia di questo paese, non mancarono tuttavia nel corso degli anni della storia del partito comunista italiano.

Questo succedeva più o meno in coincidenza con la caduta del muro di Berlino: come se quel determinato momento storico avesse segnato il crollo di tutte le mie certezze in una maniera che ancora oggi a distanza di tanti anni, mi appare irreversibile.

È come se quel muro in un certo senso mi sia crollato addosso.

Appena mi sono diplomato, oltre dieci anni dopo, ho fatto subito domanda per entrare in Alenia Aeronautica, ma non mi hanno mai risposto.

Lo sapevo che sarebbe andata così, figuriamoci, ma provare non mi costava nulla.

Nel frattempo comunque mio padre aveva avviato una sua attività e - come naturale - avevo cominciato a lavorare con lui già prima del conseguimento della maggiore età. Del resto aveva comunque bisogno di una mano e sembrava naturale che fossi io ad aiutarlo. Ma la cosa non mi è mai dispiaciuta: mi sono sempre offerto volontario.

Sono passati quindici-venti anni e non ho mai smesso di fare quel lavoro, una attività che padroneggio con l'esperienza di un veterano e molto meglio di colleghi più attempati e con anni e anni di esperienza alle spalle (che poi a questo punto non sono più tanti dei miei), e l'unica ragione per cui credo di avere cominciato e di avere continuato a farlo sia stata in parte la realizzazione della stessa che quando ero bambino mi faceva sognare di lavorare a una di quelle gigantesche macchine.

Infatti sono riuscito, se vogliamo, a lavorare con mio padre (ma vi posso garantire che nonostante l'ottimo rapporto, un rapporto molto intenso e speciale, questo non sia stato facile a causa del suo carattere diciamo particolare). Ma mi manca qualcosa.

La fabbrica.

Qualche anno fa cercai curiosamente di riempire questo grande vuoto proprio a Berlino, dove cercai l'amore disperatamente rincorrendo fin lì la donna della mia vita. Ma io non ero l'uomo della sua vita e così, ironia della sorte, mi ricordai d'un tratto, proprio lì, davanti ai resti del muro, che io stavo ancora lì: sotto quel cumulo di macerie.

In un certo senso sento di non essere riuscito a combinare niente nella mia vita. Tutto quello che ho fatto è stato seguire la scia di mio padre. Ma mi manca qualche cosa e negli anni ho cominciato a avere dei problemi di salute e quando anche la sua è peggiorata, per motivi diciamo fisiologici dato il raggiungimento di una certa età, penso di avere definitivamente realizzato che quel sogno così tanto lontano sia rimasto incompiuto e che forse dentro c'era qualche cosa di più che potere fare lo stesso lavoro di mio padre e essere come lui.

Dentro quel sogno c'era quella voglia e quel bisogno di fare parte di qualche cosa di grande e che se da una parte mi avesse avvicinato a mio padre, come pure volevo del resto, dall'altra mi avrebbe anche dato una definizione e un ruolo riconoscibile all'interno di un gruppo e di una comunità di persone. Avrei fatto parte di qualche cosa.

Volevo lavorare in fabbrica perché così non sarei mai stato solo.

Ogni giorno che passa, adesso, invece, sento che sono sempre più solo e che questo grande buco che ho dentro non riesco a riempirlo e nonostante io ci abbia provato con metodi che definirei 'sani', come cercare di coltivare amicizie o una relazione sentimentale, ve ne ho parlato prima in poche righe, senza esito; che insani. Facendomi del male.

Forse il grande sogno di lavorare in fabbrica, penso qualche volta a Gaber quando diceva che 'Qualcuno era comunista perché si sentiva solo,' ecco, forse anche quello era solo una grande illusione. Ma, sapete, ci sono bambini che sognano di fare qualche cosa di avventuroso come il pilota oppure il pompiere oppure qualche cosa di ancora più difficile come l'astronauta o lo scienziato; altri invece hanno ben chiaro sin dalla più tenera età di voler fare il medico oppure l'avvocato oppure l'architetto...

Io volevo solo fare l'operaio e costruire gli aeroplani: questo era l'unico modo con il quale mi sarei potuto staccare dalla terra e avrei potuto spiccare il volo. Solo che invece sono rimasto con i piedi attaccati al suolo e ogni volta, alzo gli occhi al cielo e vedo gli aeroplani volare e mi sento vuoto e come se la mia vita non avesse alcun senso.

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editoriale di sotomayor

Credo che ogni tipo di relazione dovrebbe necessariamente configurarsi, per essere definita come tale, come un vero e proprio interscambio tra due o nel caso più soggetti.

Non esiste del resto 'relazione' che possa avere carattere unilaterale, perché questo negherebbe il significato stesso della parola.

È richiesto conseguentemente che affinché una relazione sia definita come tale, che tutte le parti coinvolte svolgano un ruolo attivo, confrontandosi e persino scontrandosi tra di loro, ma comunque in una maniera che sia proficua e volta a consolidare, anzi rinnovare e innovare di volta in volta questo legame secondo un principio che potremmo considerare finalizzato ad 'accrescere' quello che ne è il contenuto.

Vanno tuttavia fatte determinate precisazioni.

Intanto viene immediato pensare alla relazione, così come descritta, come se fosse una specie di 'do ut des'.

Chiaramente non è esattamente così che funziona oppure che dovrebbe funzionare. Anzi non è affatto così: non stiamo chiaramente parlando di operazioni di tipo commerciale.

Senza considerare una componente fondamentale: che amare significa tanto saper dare quanto saper ricevere. Se tu sai fare o comunque fai solo una delle due cose, sei in qualche maniera incompleto. Sei irrisolto come il più difficile dei Bartezzaghi.

Non a caso invece che scambio ho parlato di 'relazione', un termine che come tale è rivolto più a principi come collaborazione e condivisione, che significa che avere una relazione con qualcuno significhi condividere, ma questo non sul piano materiale in un senso che potrebbe fare pensare a teorie collettiviste oppure a una visione dei rapporti umani di carattere francescano.

Ci distacchiamo infatti comunque da qualsiasi piano ideale e puramente teorico.

Penso infatti a sì, qualche cosa di materiale, ma che riguardi condividere il proprio pensiero e i propri sentimenti ma anche le azioni: fare assieme le cose. Prendere assieme determinate decisioni. Qualche volta, anzi sempre, basta o meglio basterebbe semplicemente esserci.

Di che cosa parliamo del resto, quando parliamo di amore, se non di quello che ho appena rappresentato.

Forse piacerà poco ai poeti, forse non è il massimo del romanticismo, forse così tutto appare svuotato di principi di natura morale, etica, ideologica, ma l'amore è così: o ci sei, oppure no.

Non c'è amore in una relazione dove un soggetto è innamorato e quell'altro non lo è: questa situazione, che si verifica credo in maniera ricorrente, purtroppo, per quanto il mio pensiero possa ferire la parte 'innamorata', è in verità priva di amore da tutte le parti in causa e caratterizzata solo da uno scatenarsi di energie di carattere negativo e una successiva insoddisfazione e autolesionismo di cui - attenzione - molto spesso abbiamo comunque evidentemente bisogno.

Perché questo sentimento per quanto negativo, è qualche cosa di forte e che funziona in maniera adrenalinica esattamente come l'amore.

Probabilmente è rabbia, molto più probabilmente è vero e proprio odio verso se stessi e che mascheriamo sotto forma di amore.

Tutto questo potrà invero apparire spaventoso, ripensando a casi in cui ci siamo trovati in questa situazione potremmo sentirci delle persone terribili, ma tutto questo è invero molto umano e molte volte abbiamo evidentemente bisogno nella nostra solitudine di trovare una spinta emozionale e il nostro stato di alterazione ci impedisce evidentemente di percepire come stiano realmente le cose.

Per quanto la cosa vi apparirà disperata, nichilista e tragica, non c'è amore quando vi dichiarate disposti a scalare o anzi magari scalate persino le pareti de l'Everest per dimostrare qualche cosa alla donna che credete di amare. Non c'è amore in nessun atto eroico che possiate compiere e ogni sacrificio sarà assolutamente inutile. Tutte queste cose, al limite, potranno servire per provare qualche cosa a voi stessi e in molti casi forse potreste comunque trarne gratificazione. Ma tutto questo oltre che essere autoreferenziale a un certo punto diventa pericoloso perché questo accumulo di 'energie' a un certo punto ha bisogno di una soluzione, altrimenti rischierete di implodere oppure di esplodere e nessuna delle due prospettive è in nessun modo allettante.

Dove basterebbe una passeggiata, come diceva Benigni? 'Facciamo due passi? No! Perché...', è chiaro che non serva immergersi fino a toccare il fondo della fossa delle Maryanne; dove basta una carezza, non serve affrontare propria sponte un processo a Norimberga... e compiere questo atti 'eroici', che poi hanno tutti una qualche componente ascetica, è un gioco al massacro dove l'unico partecipante sei tu e solo tu e non ci sono spettatori interessati.

Nelle relazioni tra le persone, quando parliamo di 'amore' e con questo voglio dire ogni tipo di amore, puoi fare quello che ti pare, superare le barriere dell'impossibile, ma se lo fai da solo non significa niente: al limite puoi essere Superman, ma sarai in questo caso sempre e solo l'ultimo sopravvissuto di un pianeta distante anni luce dalla Terra e come tale, destinato alla solitudine nel tuo palazzo di ghiaccio.

Non c'è amore per gli 'eroi': al massimo una stelletta di cartone da attaccare sul vestito buono da sfoggiare alla domenica quando da soli girerete per le strade della vostra città, sperando che tutti si ricordino di 'quella volta che', ma in fondo non gliene frega niente a nessuno.

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editoriale di MikiNigagi

«Mi sono rotto il cazzo della critica musicale. Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda. Si fa fatica a capire cosa scrivete, bontà di Dio!».

Ho a lungo meditato su queste parole dei Lo Stato Sociale. Ma invano, avendo fin da principio raggiunto il grado di consapevolezza sufficiente ad agire, sentire, in senso contrario a qualsiasi indicazione, direttiva stilistica e comportamentale, ipotesi ideologica, propugnata dai Lo Stato Sociale, e dalla maggioranza già di per sé affatto silenziosa della quale si sono fatti tra i più efficaci, grottescamente iconici, innecessari portavoce.
Se questo poi potrebbe leggersi come si assiste agli spari sulla Croce Rossa, basterà far notare come in certi casi sia la Croce Rossa, dalle feritoie dei suoi cingolati pesanti, a spararci raffiche addosso. Mentre noi per difenderci abbiamo solo queste quattro tavole di compensato, e la merda per tenerle su. E siamo anche mezzo nudi, e tremiamo di freddo e terrore.

Bisognerà dunque emulare le gesta descrittive barocche di Carlo Emilio Gadda: fare che siano gli oggetti disposti, le musiche, a suggerire le forme espressive da adottare. Le chiavi di ascolto, diverse come son diverse le musiche, per tentare di comprederne la natura fino all'infinitesima componente, il più breve intervallo, ogni singolo colpo di grancassa. In una nevrosi di subordinate rigonfie di lessico, spregiudicate neoformazioni come spregiudicata è la linea vocale blinkeggiastica di questa The Future che proprio adesso la mia Trust Dixxxo sta diffondendo, seconda traccia del centottantaduplice disco dei The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid Of Ammettere che ho imparato a suonare bene, a fare gli arpeggi che nel periodo del post rock andavano strabene, ma da ragazzetto mi piacevano gli AFI, e adesso che la cosa del post rock è andata, e va di moda il passato brutto, guarda cosa ti combino. In un nevrotico gliommero la cui dissoluzione sia possibile solo per identificazione della forza che è forza vitale, motrice e matrice dell'intero universo, in ogni musica e in ogni tappo di sughero, borsa da donna, calzino, abat-jour; eppure imperscrutabile, indefinibile, irriducibile a parola.

Armarsi di sciarpe di seta, e pipe, ascoltare Mozart, come il padre di Kyle nella sua fase di ispirazione letteraria da recensore per Yelp. South Park.

Appicciare incensi alla naftalina, alla cenere macerata dalla pioggia, alla brezza di alghe decomposte sul lungomare di Alghero, al fegato di suino, e poi stilare un piccolo vocabolario di lemmi assonanti; quindi impiegarlo per restituire, per mimare, anche al lettore più distratto, la voce di King Krule nel suo nuovo The OOZ.

O piuttosto fare come Lester Bangs, riprodurre, fin dal gesto meccanico di battitura sulla tastiera, i ritmi febbrili degli anni settanta, i virtuosismi sui toni alti dei cantanti dai capelli lunghi; battere sui tasti con la stessa violenza di un allegro Bonzo ubriaco, e leggere sullo schermo che quelle frasi lapidarie, secche ma rimbombanti bombastica, vi aderiscono perfettamente. Farne professione, guadagnare, esserci sotto per poi esserci dentro, per raccontare tutto e raccontarsi sempre al meglio, in una anti-agiografia che tracci la mappa della perdizione italiana musicale e perimusicale. Sempre col cinismo di chi Mannarino lo conosce, ci ha bevuto dalla stessa bottiglia, e ti dice che guarda: un coglione così... e poi lo sa, perché la musica viene fuori come viene fuori, e con esattezza.

Fare tutto per esprimersi, fare il minimo per farsi capire: si scrive di musica per un'esigenza conoscitiva che richiede l'impiego di sinestesie anche le più azzardate, calchi dal francese, metafore osate e sperimentalismi formali e strutturali, e senza mai la presunzione di afferrare il punto; figurarsi di spiegarlo. Tutto il resto è esercizio sterile, come guardare la musica al microscopio con l'occhio chiuso come Frank Drebin, e catalogare senza mai chiedersi cui prodest: enciclopismo.
Bisogna scrivere troppo o troppo poco, e sempre con criterio: la lunghezza di un testo ne è parte integrante, carattere paratestuale; comunica quindi a sua volta, o perlomeno contribuisce a comunicare. E scrivere con alterigia, manifestando una competenza che dev'essere oltre la soglia dell'avrei-potuto-scriverlo-anch'io. Una competenza che dev'essere competenza reale, con solidi contenuti e elementi anche ideologici. Rivolgendosi a iniziati, sì, ma con il senso di inclusione per chi iniziato non è, ma ha una connessione a internet e possibilità di controllare i riferimenti, curiosità di capire quel che sulle prime gli sembra uno sfoggio insensato di proprietà di linguaggio.

Può sembrare che non ne valga la pena. Ma anche solo perché i Lo Stato Sociale dicono il contrario, capisci che.

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editoriale di ThorsProvoni

Scena uno.

Qualche tempo fa una giovane donna che sta facendo la spesa in un centro commerciale d’un tratto lascia il carrello e, iniziando ad urlare di aver dimenticato il proprio figlio in auto sotto il sole, si precipita verso l’uscita. Raggiunge l’auto, spalanca lo sportello e afferra isterica un bambino da un seggiolino.

Nel frattempo arriva un uomo che si qualifica come medico e vuole vedere il bambino per controllare che stia bene.

E qui si scopre l’inghippo: non è un bambino ma un Reborn Dolls.

Scena due.

Cosa c’è di più normale di una mamma che spinge delicatamente un passeggino con dentro un bambino paffutello, che ogni tanto si ferma a controllare che tutto sia a posto, che magari gli aggiustata il ciuccio che sta per cadere e gli sistema meglio la cuffietta?

Siete sicuri che le cose stiano così?

Attenzione! Potreste essere davanti ad un Reborn Dolls.

Scena tre.

Esistono done che mettono avvisi in rete alla ricerca di una tata per il proprio figlio appena nato; ma quando le ragazze si presentano per il colloquio il posto è già stato appena preso da qualcun’altra.

Anche in questo caso si tratta sicuramente di un Reborn Dolls.

Come: cos’è un Reborn Dolls? Un bambino rinato!

Un pupazzo di silicone, insomma.

Ma a cui puoi cambiare il pannolino perché si sporca, a cui puoi dare da mangiare come ad un bambino vero. Che, se hai i soldi, ti puoi far costruire come vuoi tu: occhi, capelli, sembianze…

Ne avevo sentito parlare in radio qualche settimana fa, ma non pensavo che questo fenomeno fosse così esteso. Anche perché questi ‘cosi’ costano dai 500 ai 20000 euro.

Esistono addirittura, anche in Italia, gruppi segreti su Facebook in cui si incontrano le ‘mamme’ e si raccontano le loro esperienze, chiedono consigli, mostrano orgogliose i loro ‘pargoli’.

Questa è la storia che, se volete, potete approfondire in rete, anche per i suoi risvolti spassosi se non proprio comici.

Ma la mia domanda è: chi sono queste persone? Queste ‘mamme’ che sentono il bisogno di avere un ‘bambino’ di silicone? Sono persone malate? O semplicemente capaci di giocare con ogni cosa? Tutto ciò che esiste può essere oggetto ludico?

Ricordate qualche anno fa il Tamagotchi? C’è secondo voi un collegamento a livello sociologico e psicologico con quel gioco giapponese?

Io sinceramente penso che si tratti di persone malate, non in grado di affrontare la realtà; e anche se vogliamo parlare di un ‘gioco’, dobbiamo renderci conto che queste simulano una realtà in modo talmente… realistico che siamo al limite della truffa emozionale.

Ora chiedo a voi un parere su tutto questo.

Siate schietti come sempre.

(Ah, vi ho risparmiato quella della tipa che ha organizzato un funerale per il suo ‘pargoletto’ che si era rotto… )

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editoriale di Pinhead

Di arte – pittura, scultura et similia – so poco o nulla ed è la mia abissale ignoranza che, ogni volta che entro in un museo, mi impone di bloccarmi per interminabili momenti, la bocca a penzoloni, davanti a tante opere.

Come quando mi trascinarono a forza al Louvre a Parigi, durante la più tradizionale delle gite scolastiche, sotto minaccia di bando da ogni scuola della Repubblica. Ecco, allora mi persi per ore al cospetto de «La zattera della Medusa» di tale Théodore Géricault, perché quella è la copertina, seppur riadattata alla bisogna, di «Rum, Sodomy and the Lash» dei Pogues; e vuoi mettere lo stupore di ritrovarmela davanti al Louvre a Parigi, in tutta la sua imponenza?

L’arte moderna, l’avanguardia, invece, non la capisco proprio e neppure l’apprezzo; meno che mai i critici di arte moderna, simbolo della più indefinibile vacuità che abbia contemplato. Se qualcuno, si è mai imbattuto nel MoNA – acronimo del Museo dell’Arte che Non Esiste, a New York – probabile che intuisca i miei sentimenti al riguardo.

Premessa per arrivare al punto che, in questi giorni, ho avuto la fortuna di trascorrere un fine settimana a Bologna e, da bravo turista fai-da-te oltre che last-minute, ho trovato su Google un sommario elenco delle dieci cose da vedere ad ogni costo.

Tra queste, la Pinacoteca Nazionale, girata in lungo e in largo per ore senza grande costrutto ma bellissima, ed il Museo di Arte Moderna, sorpassato con indifferenza, causa pregiudizio.

Però, del M.A.M.BO., ho avvertito la curiosità – termine inadeguato, in tale contesto, ma non me ne viene un altro – di visitare la sezione distaccata dedicata alla memoria della strage di Ustica: è il capannone nel quale giacciono i resti, per quanto è stato possibile ricomporre, dell’areo abbattuto nel cielo di Ustica durante il volo da Bologna a Palermo del 27 giugno 1980, 81 morti, nessun superstite.

Attorno ai resti, un’installazione permanente, opera dell’artista francese Christian Boltanski: 81 luci intermittenti al di sopra dell’areo e dei parallelepipedi neri all’intorno, 81 specchi neri lungo la circostante passerella per i visitatori, altoparlanti da cui si diffondono i presumibili pensieri che affollavano la testa dei passeggeri negli attimi precedenti la fine.

Iniziativa lodevole e meritoria, assolutamente.

Però non la capisco, sicuramente per il pregiudizio che nutro verso ogni forma di arte moderna: arte moderna o meno che sia, la sensazione che mi ha sfiorato è stata quella del dramma trasformato in melodramma.

Perché sono rimasto lì dentro per ore, intontito a fissare quei resti a pochi metri, e l’unica cosa che mi si è fissata in testa quando sono uscito è che ci sono dei pezzi del relitto talmente piccoli che stanno nel palmo di una mano e che non riesco nemmeno ad immaginare come vada che un aereo finisca in talmente tanti pezzi che li potresti chiudere nel pugno.

Come se il tentativo di ricostruire quell’areo fosse la composizione di un puzzle.

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editoriale di sotomayor

Vi capita mai di ascoltare per caso dei vecchi dischi che quando eravate ragazzi per voi significavano tutto e di trovarli adesso invece sgradevoli, privi di contenuti. Praticamente inutili.

A me succede.

Non mi succede spesso perché be' seleziono sempre personalmente quello che ascolto: non mi capita molto spesso di stare in giro ultimamente e se sono in ufficio oppure a casa, decido io che cosa voglio ascoltare.

Per lo più cambio spesso: mi piace ascoltare continuamente cose nuove.

Ma chiaramente come tutti ho le mie preferenze, dischi che ascolto periodicamente e dischi nuovi che magari mi prendono in modo particolare e ascolto per giorni e giorni. Ma in generale mi piace cambiare, anche perché penso che ci sono così tante cose che mi piace provare ad ascoltarle tutte.

Ho avuto una discussione nel merito con mio fratello, anche lui un discreto appassionato di musica (passione che gli ho trasmesso io me medesimo) e tecnico del suono: secondo lui ogni disco (oddio proprio tutti no) meriterebbe di essere ascoltato molte volte per poterne cogliere ogni aspetto.

Va detto che lui è un perfezionista: a differenza di me, che sono evidentemente una testa di cazzo, i miei due fratelli, sono tutti e due più piccoli di me, sono due ragazzi veramente molto precisi e devo dire anche molto in gamba. Secondo alcuni dovrei essere geloso, ma non è così, sono contento: se posso avere contribuito in questo anche in minima parte, vuol dire che forse ho fatto qualche cosa di buono.

Però io penso che ascoltare molti dischi oppure ascoltare molte volte lo stesso disco in fondo sia la stessa cosa: c'è comunque un percorso di ricerca di qualche cosa e questo in fondo pure a livello tecnico e di sfumature nei suoni. Formi comunque una tua cultura musicale e un tuo 'orecchio' anche se passi da un disco all'altro senza soffermarti troppo a lungo su un lavoro in una maniera quasi enciclopedica.

Comunque la domanda è: come vi relazionate con il vostro passato di ascoltatori?

Chiariamoci: io non sto parlando neppure di cose che potrebbero essere deplorevoli come avere ascoltato Ambra Angiolini oppure non lo so Jovanotti. Sto parlando di ascolti degli anni delle superiori come possono essere stati (nel mio caso): i Radiohead, i Cure, i Pearl Jam...

I Radiohead in particolare sono stati a lungo la mia band preferita. Per me significavano veramente molto e ricordo che la prima trasferta on the road importante per vedere un concerto fuori Napoli l'ho fatta proprio per loro: ho considerato quella giornata per molto tempo come la giornata più bella della mia vita.

Com'è possibile che oggi, ascoltandoli, io non provi proprio nulla? Praticamente niente. Se non addirittura noia. Indifferenza totale.

Ho pensato che sia una questione anagrafica e per questo ho variamente definito i Radiohead come una band 'adolescenziale': effettivamente - ma questo è solo un mio pensiero e come tale discutibile - sono una band secondo me diciamo 'colta', ma i cui contenuti sono per lo più malinconici e adatti a un certo mood che può essere tipico diciamo di un ragazzo contro e molto solo e io ero esattamente così.

Forse sono ancora oggi così in qualche modo, solo che non sono più un ragazzo, ma sono invecchiato e oggi sono un uomo solo e invece che essere contro tutto e tutti, quando sei solo, finisci con essere contro te stesso e penso che comunque essere così non sia qualche cosa di positivo. Vedo quindi forse qualche contenuto negativo all'interno delle canzoni dei Radiohead? Non credo. Mi sembrerebbe quasi di entrare nel merito di una di quelle polemiche di qualche anno fa sulla musica di Marylin Manson oppure di Eminem e che dicevano che portava i ragazzi sulla cattiva strada. Cazzate.

Semplicemente quelle canzoni non mi dicono più niente: non riesco proprio a trovarci dentro nessun significato e non mi commuovono facendomi pensare a quando ero ragazzo, forse perché se mi guardo indietro, non trovo nessuna ragione valida per commuovermi ripensando a quegli anni. Sono stati anni del cazzo e basta. Mi va bene che sono passati. Non provo nessuna nostalgia.

Così considero questo mio cambiamento come una mia crescita personale e che non è solo una crescita come ascoltatore, ma proprio come individuo. Significa tuttavia che questi gruppi allora siano effettivamente adolescenziali come sostenevo poc'anzi? Significa forse che sono stati per me adolescenziali? La risposta è difficile da dare in assoluto. Perché per quanto mi riguarda sono tentato da dire che sì, che si tratta di musica da ragazzini, ma ci sono un sacco di persone che hanno la mia età o che sono anche più grandi di me che li ascoltano e voglio dire, allora questa mia dichiarazione mi sembrerebbe in qualche maniera presuntuosa.

Soprattutto mi domando anche: ho forse rinnegato me stesso? Sto forse rinnegando me stesso in una maniera strumentale per qualche ragione alla mia attuale situazione mentale in questa precisa fase della mia esistenza?

Forse semplicemente ciascuno ha una sua strada da percorrere e lungo questo cammino ogni cosa assume un significato diverso, come quando guardiamo un quadro oppure leggiamo una poesia e ognuno dà una interpretrazione diversa. Io ho interpretrato l'ascolto di determinati dischi e la mia vita in un determinato modo e ho scelto di non restare sepolto sotto un cumulo di quelli che evidentemente considero solo come dei vecchi dischi del passato. Cammino su dei cd fatti a pezzi come l'uomo sui pezzi di vetro di Francesco De Gregori. Voi fate come vi pare.

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editoriale di luludia

1)

C'era una volta una bambina dai capelli rossi che era leggera come una nuvola e aveva un bellissimo sorriso perché ogni mattina si lavava i denti con tre dentifrici diversi. Un giorno decise di comprare qualcosa e entrò in un negozietto. Prima di farlo mise tre sassolini nelle tasche per essere un po' meno leggera, altrimenti il negoziante non avrebbe potuto vederla.

“Vorrei un pochettino di ragù per il mio micio occhi blu.” Infatti fuori c'era un gatto che aspettava, ma non aveva gli occhi blu. Che quelli servono solo per la rima. In compenso era rosso come i capelli della bambina e disegnava con la coda un punto interrogativo nell'aria.

2)

Fuori dal negozio la bambina si tolse i tre sassolini dalle tasche. Era di nuovo leggera, e così nessuno poteva vederla. A parte Giovanni.

“Mamma guarda quella bambina col gatto!!” “Dove Giovanni?” “Sono li mamma, non li vedi?” “No” “Ma come, guarda!! Il vestito della bambina sembra una nuvola e il gatto sta mangiando il ragù ” “Giovanni, per favore!!”

Si perché nessuno vedeva nemmeno il ragù. Tutte le cose che la bambina toccava diventavano invisibili.

3)

Dopo essersi accorta di Giovanni e avergli sorriso, la bambina si trasformò in una coloratissima farfalla e si allontanò con il gatto che le saltellava dietro. La trasformazione andò così: prima rimase solo la nuvola che fece pof come una bollicina e poi venne fuori la farfalla.

“Insomma Giovanni vuoi muoverti!!” “Mamma, ho appena visto una bambina trasformarsi in una farfalla!!” “Si, si, piacerebbe anche a me trasformarmi in una farfalla, così non dovrei fare la spesa e correre a casa per cucinare per te e per tuo padre.” “Ma, mamma, io l'ho vista davvero” “Va bene Giovanni, ma adesso andiamo.”

4)

Ma era successa anche un'altra cosa: i tre sassolini che la bambina aveva buttato adesso erano colorati e avevano gli stessi colori della farfalla che era volata via. Giovanni li raccolse senza farsi vedere e se li mise in tasca.

Arrivato a casa Giovanni cominciò a giocare. Lui era un pirata e i sassolini un tesoro che aveva trovato e che adesso era al sicuro nelle sue tasche. Al sicuro? Non proprio, che adesso qualcuno lo stava inseguendo. Bisognava scappare, correre. E correva, correva. Ma chi lo inseguiva? Sarebbe stato bello se a farlo fosse stata quella bambina.

5)

“Basta correre, stai li sul divano e non muoverti”. E Giovanni chiuse gli occhi e sentì una specie di ronzio nella testa che forse era la rabbia di essere in castigo. Poi mise le mani in tasca e toccò i tre sassolini. Immediatamente il ronzio si trasformò in un altro suono, un ron ron elettrico e dolce. Poi si accorse che quel ron ron non era nella sua testa, ma fuori. Aprì gli occhi. Sul divano con lui c'era il gatto e il ron ron erano le fusa.

Era talmente stupito che non riusciva a dir niente, e di cose da dire ne avrebbe avute parecchie: come aveva fatto il gatto ad entrare? dov'era la bella bambina dai capelli rossi? come si spiegava la trasformazione in farfalla? Ma neanche una parola gli uscì dalla bocca.

6)

Lui e il gatto si guardarono negli occhi e all'improvviso non c'era più la stanza, ma un albero, dove su un ramo se ne stavano tranquilli.“Sono un gatto o un bambino?” si chiese. Dalla cucina si sentiva arrivare un rumore di pentole e così sembrava che anche la mamma fosse sul ramo.

Era passato parecchio tempo quando con la coda dell'occhio vide il gatto che si allontanava insieme alla farfalla. E quando la mamma lo liberò dal castigo, lui non riprese a giocare. E se ne stava li come uno che aveva fatto un bel sogno e non vuole svegliarsi.

7)

Il giorno dopo a scuola fece un disegno dove si vedevano il ramo, il gatto, il bambino. Poi aggiunse la farfalla mettendola al posto del sole. "E la bambina, la bambina dove la metto?" Ci pensò sopra parecchio per poi disegnarla addormentata ai piedi dell'albero.

Mancava solo la mamma e quel rumore di pentole che vuol dire che c'è. Disegnò allora una pentola rossa e la mise tra i fiori del prato quasi fosse un bel fiore anche lei. I sassolini non li disegnò. Che quelli erano un segreto. Il segreto più segreto di tutti.

8)

Quando la maestra gli chiese come mai il bambino assomigliasse un po' al gatto, Giovanni rispose che non lo sapeva proprio bene, ma che essere un gatto gli sarebbe piaciuto. Si sentirono allora le risate degli altri bambini, ma Giovanni non se la prese, anche perché c'era una farfalla colorata che svolazzava fuori dalla finestra.

Al ritorno da scuola ebbe voglia di tornare sul ramo. Cercò allora di rifare le stesse cose del giorno prima: si fece mettere in castigo, toccò i sassolini. Niente. Riprovò un'altra volta e tante altre ancora. “Gatto rosso, perché non arrivi?”

9)

La sera si addormentò un pochino deluso. Mise però i sassolini sotto il cuscino come si fa coi dentini per far arrivare la fata. Fu una buona idea, perché quando si svegliò in piena notte il gatto era tornato e se ne stava ai piedi del letto.

Dapprincipio tutto sembrava normale, poi si rese conto che era buio e che ci vedeva lo stesso. Accompagnato dal gatto fece un giro nel nero della casa e tutto era uguale a sempre, ma anche un pochino diverso, un diverso che non faceva paura. Poi arrivò la farfalla, non più colorata, ma bianca e il gatto la seguì.

10)

E, anche se il gatto era andato via, continuava a vedere nel buio. Ed era bello non accender la luce. Era bello non avere paura. Gli venne persino l'idea di uscire in giardino, ma temeva che il rumore della porta avrebbe potuto svegliare la mamma. Andò allora in cucina dove c'erano i biscotti e la coca cola da bere senz'acqua.

Poi quando ritornò nel letto, alzò il cuscino e vide che i sassolini erano di nuovo cambiati: adesso erano bianchi di un bianco bianchissimo come quello di una farfalla notturna o come dentini che ogni mattina vengono lavati con tre dentifrici diversi.

11)

Al mattino una nuvoletta di polvere colorata si posò sui sassolini.

“Bella bambina, lo so che sei tu a fare tutte queste cose...ma perché non ti fai più vedere? Sai cosa faccio? Adesso senza che la mamma mi veda prendo per te un po' di quei biscotti buonissimi.”

Ne prese tre.

“Tre sassolini e tre biscotti” pensò.

12)

E mentre andava a scuola e pensava “che cosa se ne farà poi di tre biscotti una bambina magica?” toccò di nuovo i sassolini.

“Invece i biscotti mi piacciono molto! Ma dimmi non hai un po di ragù per il mio gatto?” “No”

“Be dammi i biscotti allora!!” E mentre la bambina mangiava, Giovanni non riusciva a spiccicare nemmeno una parola.

“Devi andare a scuola, vero? “Si”

“Bene ti accompagno” Si trasformò in farfalla e per tutto il tragitto gli svolazzò sopra la testa

13)

All'uscita da scuola la farfalla riprese a svolazzargli intorno.

“Adesso però, per favore, torna una bambina.”

Allora si trasformò di nuovo e cominciò a correre.

“Dai prendimi” gli disse.

Giovanni si mise a correre, ma prenderla sembrava impossibile. Allora toccò

i sassolini e cominciò ad andar velocissimo, ma quando l'aveva raggiunta e stava per toccarla, lei si trasformò di nuovo in farfalla.

Giovanni si lasciò cadere nel prato. Lei era lontana e il gatto le saltellava dietro.

14)

Sentì una voce gentile da dietro le spalle, una voce che diceva: “ma guarda quei due son tornati”. Giovanni girandosi vide un vecchietto che sorrideva. Chissà se anche lui usava tre dentifrici diversi.

Continuò il vecchietto : “sei fortunato Giovanni , chi ha la fortuna di vedere quei due se ne sta in pace a dormire su un ramo e del buio non ha più paura.”

Giovanni lo guardò stupito e gli chiese: "ma tu come sai queste cose, per caso conosci il gatto e la bambina farfalla?"

Rispose il vecchietto: "si li conosco, li conosco da tanto tempo e posso dirti che quello non è un gatto, ma una creatura che può trasformarsi anche in altri animali, la mucca, la volpe, la tartaruga. Quando l'ho visto io era una lepre, avevo più o meno la tua età sai.."

15)

“E perché si trasforma in tanti animali diversi?” chiese Giovanni

“Si trasforma in un animale o in un altro a seconda di quel che gli serve. Tu per esempio sei un bimbo molto vivace che forse non sa che ogni tanto è bello fermarsi e forse, forse hai qualche paura. E qual'è la prima grande paura se non quella del buio? E chi se ne sta più tranquillo di un gatto sul ramo. E quale altro animale vede nel buio? Io ero un bambino triste e la lepre mi ha insegnato a correre sotto la luna.

“E la bambina farfalla?”

“E' lei a consigliargli quale animale scegliere, ed è in grado di farlo proprio perché è una bambina, lei ti ha guardato negli occhi, la prima volta che ti ha visto, no? E con un solo sguardo ha capito tutto di te.”

16)

“Ma non invecchia mai? Hai detto che quando l'hai incontrata la prima volta eri un bambino e adesso tu sei vecchio”

“No, non invecchia e per rimanere con lui deve rimanere una bambina per sempre, altrimenti non riuscirebbe a capire con gli occhi.”

“Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?”

“Sai, fino ad oggi, la bambina e il suo amico non li avevo più incontrati, e così mi son fatto tante domande, e questo è quello che io ho immaginato.”

“Bé, magari le domande posso farle io alla bambina quando la rivedrò.”

“Non credo che la rivedrai... oggi hai visto la bambina per la seconda volta e ha giocato con te, non è così?”

“Si, è così.”

“ Be, quello è il suo modo di salutare.”

17)

Giovanni adesso stava in silenzio, non sapendo se essere triste o contento. Il vecchietto allora mise le mani in tasca, tirò fuori tre sassolini colorati e sorrise. Così sorrise anche lui e gli parve di essere ancora sul ramo.

E sul ramo infatti c'era ancora. E sonnecchiava.

Lo risvegliò una lepre che correva come un vecchio non potrebbe mai fare.

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editoriale di ALFAMA

"Wendy è arrivato il lupo cattivo".

Sentirsi solo uno dei tanti Peter, li vedi dalla finestra con le loro vite,le lo loro giornate,salutarsi mentre si siedono,si guardano,muovono le labbra.

".Wendy inventa una scusa e rimani sotto le coperte.Ti racconterò una storia bella e paurosa, una storia vera."

Perdere la propria ombra, ultimo gancio d'umanità . Un gancio d'umanità che ancora ti fà sognare, non è poco.

Una sega a uno sconosciuto in un portone per mille lire,credo che la mia ombra volò via sopra quelle parole. Parole nate da un'altra ombra che ormai aveva perso il suo ultimo gancio.

Avevo forse 6 anni,la mia prima lezione di vita.Vivere senza ombra .Prima lezione per me ,forse ultima per un'altro.

Primo , ultimo. In mezzo l'infinito vuoto.

Vivere senza ombra è difficile,sei il nulla

Chiuderla in una scatoletta,nasconderla nell'angolo più oscuro del cuore sarebbe la più facile soluzione.

Uno spiraglio ti aiuta a capire la verità,angolo di ombra illuminato da un raggio di luce.Un raggio di sole da sbirciare da sotto le coperte.

Sentirsi un semplice Peter è molto difficile, trovare il coraggio sbirciando da sotto le coperte alla ricerca del tuo Pan ti aiuta a capire che luna è molto più grande di un dito

Ma quanto è difficile capire se vuoi essere un Peter o un Pan

Difficile.

Poveri illusi convinti di poter fermare il pendolo.

Illusi di poter scegliere,invece per fortuna sempre all'ombra convinti di chiamarsi Peter.

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editoriale di tia

Dovete sapere che da piccolo, diciamo dai 5 anni in su mi dilettavo ad ascoltare i 45 giri di mio fratello, nato 12 anni prima di me. Quindi da una parte lui ormai quasi maggiorenne e con ascolti ormai evoluti che spaziavano dai Talking Heads a Zappa, passando per Canterbury per incrociarsi con Miles Davis ed io dall’altra - da poco senza pannolino- che ereditai i suoi vecchi dischi che avidamente inserivo nel mangiadischi Penny di famiglia -di un colore arancione indimenticabile -per ascoltarmeli nel lettone di mamma e papà; correva l'anno settantasei settantasette o giù di lì..

I 45 giri erano in prevalenza italiani: Morandi, Tenco, Celentano, i Dik Dik, Ricky Shayne con "Uno dei Mods", i Rokes di " Ma che colpa abbiamo noi",Rita Pavone e Caterina Caselli si univano alle indimenticabili fiabe sonore per mischiarsi con alcuni ascolti in lingua straniera tra i quali Beatles (45 giri di Lady Madonna divorato), i Rolling Stones e per l’appunto i Doors..

E proprio questo 45 giri dei Doors del 1969 colpì la mia fulgida immaginazione di bimbo http://www.ebay.it/itm/Doors-RUNNIN-BLUE-Italy69-EX-EX-TOP-RARE-7-S00128/172327968917?hash=item281f8c2095:g:VFMAAOSwOdpXybtN Quel faccione in copertina mi inquietava ed al tempo stesso mi attirava; e fu così che un bel giorno estrassi il disco e l'ascoltai ignaro del suo contenuto.

Sorpresa delle sorprese: il disco che riposava nella copertina del 45 dei Doors “Running Blu - Do it” non era quello che avrebbe dovuto essere; il caso mi aveva giocato un brutto scherzo ed il disco altro non era che la storia -sanguinolentissima e tragicissima - di Barbalù e delle sue sette mogli…

Ecco voi potete capire come nella mia testolina il tenebroso e lungobarbuto Jim Morrison raffigurato in copertina non fosse altri che Barbablù in persona, in carne ed ossa venuto a movimentare le mie notti; la cosa mi scosse e per un po' non ascoltai più il disco e la storia ovviamente.

Il tempo sistemò tutto e feci pace con entrambi; capii che si trattava di una favola, con la capacità di lettura e con gli ascolti successivi dissociai le due identità, sistemai i dischi nelle loro corrette copertine e cominciai a capire che Jim Morrison era un cantante e Barbablù un personaggio di fantasia..

Sono passati 40 anni, ho la barba ( ora non più così lunga come il Jim della copertina ) e non credo più alle favole però porto sempre nel mio cuoricino un posto per Jim Morrison .

Ed uno per Barbablù, ovviamente.

Dovrò dirlo a mia moglie, o soprassiedo?

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editoriale di ThorsProvoni

Ho fatto il conto: calcolando la media aritmetica dei derango dei 4 precedenti editoriali ho una votazione di -5,56.

Più o meno quello che mi aspettavo.

Perché la gente forse non ha voglia di ascoltare certi discorsi su certi argomenti; probabilmente perché si richiede la difficile arte di andare oltre il semplice discorso preconfezionato.

O forse proprio perché non gli interessa veramente.

O forse perché la gente ha le idee chiare e le esprime.

Non so. Tutto è possibile.

Ma so che qui su debaser ho trovato (finora!) un ambiente accogliente, dove ti trollano magari anche ma nei limti della decenza e della cortesia. Finora, almeno.

Ne parlavo oggi a pranzo davanti ad un enorme piatto di ottima frittura mista col debaseriano che mi ha spinto a passare da queste parti, dopo che per 8 anni avevo gestito un blog tradizionale.

Certo ancora non ho sbirciato in molti profili, forse perché la maggior parte di voi si interessa solo di musica, e per di più di quella che io ho dichiarato non essere nelle mie corde (sono eufemistico... ); però convengo coll'aficionado di cui sopra che molti di voi scrivono veramente bene, al di là dell'argomento trattato. E vi posso assicurare, vista la mia precedente esperienza di blogger, che non è scontato oggi come oggi trovare qualcuno che sia veramente capace di una corretta consecutio temporum o di un'ortografia precisa.

Su questo convengo con l'innominato (che se vorrà, dopo aver digerito totani, gamberi, sacher e caffé, potrà palesarsi), a cui mi lega un'amicizia nata nel rumore di commissionatori e transpallet elettrici e a mano e tra i fumi dei gas di scarico di un magazzino multiribalta.

Non ci accomunano, oggettivamente, molte cose, ma in quelle di cui discorriamo spesso riusciamo ad essere quasi sempre in disaccordo: politica, tifo calcistico, musica, religione (non parlo di fede, su quello non posso entare nella sua anima... ). Forse solo la lettura è un campo comune e un autore in particolare ha cementato la nostra amicizia, prima che diventassimo deamici qui: naturalmente Philip Dick (vi spiegate adesso perché mi chiamo Thors Provoni e vengo da Frolix 8?).

Lo scoprimmo molti anni fa quando io (che ancora non lo conoscevo) glielo segnalai in un'antologia di fantascienza della mitica collana Urania e da allora, spalleggiadoci, abbiamo letto un bel po' di libri dickiani. E anche in questo abbiamo qualcosa in comune: nessuno dei due è riuscito a leggere per intero la Trilogia di Valis; per me è troppo oltre le mie facoltà, per quanto ami Dick!

Ma allora cosa ci lega (a parte Dick) se poi sul resto riusciamo a non far collimare gli interessi?

C'ho pensato.

È il rispetto. Sapere che se l'altro dice qualcosa è perché lo pensa veramente e l'ha maturato sinceramente e onestamente.

E questo rispetto ci permette di prenderci in giro quotidianamente attraverso questo e altri social.

Ho accettato con gioia alcune sue scelte 'familiari' che ho incoraggiato per quanto ho potuto e ho cercato di vivere vicino a lui (anche se abitiamo a 70 km di distanza) un periodo di sua grande difficoltà fisica personale.

Vi starete dicendo: ma che piffero ci frega a noi delle tue paturnie amicali e intime?

Niente. Ma penso che ognuno di voi si sia chiesto, anche una volta sola, anche quasi inconsciamente, perché è amico di uno e non dell'altro; se l'amicizia si basa su una comunanza di hobby e/o di 'cosa da fare' o piuttosto su qualcosa che va al di là del tangibile (e non parlo di spiritualità).

Non so. Forse anche voi avete voglia di raccontare qualcosa.

Altrimenti mettete un brut qui sotto; tanto la media aritmetica del mio derango è già ampiamente compromessa.

Nano Nano!

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editoriale di ALFAMA

Solito sguardo sul soffitto, solita ora,solite mosse,bacio rigorosamente sulla guancia.

Lo scodinzolio del mio cane.

Un caffè.

Penso.

La doccia è fredda, Ecco il rumore della panetteria,i grappini sotto al bar, la macchina che non parte e vorrei non pensare.

Ma penso.

La solita cena.

Mi fanno pensare quanto vorrei essere altra persona,giusto per capire se sbaglio.

Per capire se tutte le vite sono uguali. Per capire se sono io diverso.

L'orologio, è la solita ora.

Sempre la solita ora.

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editoriale di perfect element

Agosto si avvicina, e come da 12 anni a questa parte, il Nostro, insieme alla consolidata coppia di affiatatissimi ed ararapatissimi, è pronto per lanciarsi nel solito sexual-tour bulimico che è ormai divenuto la prassi.

Domanda di rito.

- Dove vai in vacanza quest'anno? Sempre Deutschland?

- No, no, quest'anno facciamo un giro più strutturato e visitiamo anche Lussemburgo ed Olanda. Sai, ho scoperto che sul confine ci sono un paio di saune niente male.

E così, ci salutiamo, ed io ed i colleghi d'ufficio, contiamo i giorni che ci separano dal rientro del Nostro, quando disquisiremo in libertà delle sue performance sessuali perpetrate rigorosamente abroad, comme d' habitude.

Devo ammettere che mai come quest' anno lo abbiamo ritrovato così sprizzante al rientro dal tour de force trisettimanale.

Quindi, noi colleghi, subito a chiedergli del perché di tanta esuberanza.

Dopo una prima fase durante la quale ha ripetuto come un mantra - Pornstar experience - abbiamo capito che, per la prima volta, aveva assunto ( a scrocco, beninteso ) la pillola blu che aiuta l'erezione e quindi, invece dei soliti 40'', la performance ha raggiunto un minutaggio insperato di quasi 10'.

Punto secondo, il Nostro sostiene di aver fatto invaghire pazzamente una trentenne ungherese, dalle grinfie della quale ha dovuto fuggire ricorrendo ad abili e complessi sotterfugi.

Inoltrandoci in un rapido calcolo basato sul numero di ingressi e delle performance, abbiamo modestamente stimato un esborso pari a circa 1400 euri pro-smignottamento su un totale di 2000 euri circa di spesa globale.

L'unica nota stonata della vacanza, se vogliamo, è stata aver contratto una fastidiosa bronchite che ancora affligge il Nostro, causata dalla scelta avventata del socio addetto alla prenotazione degli appartamenti per il pernottamento lungo le varie tappe. Pare infatti che il distrattissimo in questione, in occasione dell' ultima tappa pre-rientro, abbia prenotato un loculo interrato particolarmente umido, causa contenimento costi extra-mignotte.

- Hai scattato delle foto? Ce le mostreresti?

- No, non ne ho...

- Vorresti farci credere che non hai scattato neanche una foto in tre settimane?

- Eh...

- Come mai?

- Non sono io l' addetto alle foto.

- Pardon, puoi spiegati meglio?

- Eh, le foto non le faccio io, le fa Ugo.

- Al tempo, facci capire, vi dividete i compiti da buone massaie?

- Sì, sì, ad esempio, io guido.

- Ah! E gli altri?

- Eh, Ugo si occupa della prenotazione degli appartamenti, mi dà il cambio alla guida e prepara da mangiare. Filippo invece, scatta le fotografie, le posta su facebook e si occupa di impostare il GPS.

- Senti, toglici una curiosità, siete in tre per puro caso o perché lo riconoscete come numero perfetto?

- È il numero perfetto per la sauna

- Pardon?

- Eh, se entri in tre prima di mezzogiorno, paghi per due ed entri in tre.

- 'Azz, pure gli sconti comitive, certo che 'sti Crucchi sono evoluti.

- Eh, poi, sai, ormai data la nostra esperienza, abbiamo imparato ad ottimizzare al massimo.

- Ah sì? In che modo?

- Considera che il costo dell'ingresso varia dai 50 ai 70 euro, ma tante volte comprende un ricco buffet e poi noi entriamo sempre prima delle 11.00 ed usciamo alla chiusura, verso mezzanotte.

- Però, certo che non lasciate proprio nulla al caso, tutti i passaggi vengono studiati con meticolosa attenzione. Descrivimi una giornata-tipo in sauna, giusto per farmi un'idea di massima.

-Allora, entriamo verso le 10.30 e facciamo colazione al buffet.

- Scusa, ma nel caso il buffet non fosse compreso?

- In quel caso c'è il bar interno, ma quello è a pagamento....

- Quindi?

- Quindi, Ugo e Filippo fanno colazione al bar ed io mi porto i biscotti del discount con i quali faccio colazione e pranzo e bevo l'acqua dai rubinetti dei bagni. Qualche volta, però, Filippo mi ha offerto la colazione.

- Bravo e parsimonioso, continua pure.

- Terminata la colazione, verso le 11.00, cominciano a sciamare le ragazze e noi scegliamo le migliori a seconda dei gusti e poi comincia la contrattazione prezzo/prestazione. Una volta espletata questa formalità, si va in stanza con la ragazza e dopo aver consumato, si utilizzano le varie possibilità che la sauna FKK offre. Poi, a metà pomeriggio, dopo esserci rilassati a dovere, ci concediamo un secondo giro con un'altra ragazza o con la stessa a volte, se la riteniamo performante. Poi, rilassamento in piscina, magari una sauna finlandese. Verso le 20.00, Ugo e Filippo vanno al bar/ristorante per uno spuntino ed io me la cavo con un pacchetto di Tuc che trangugio con l'acqua dei bagni. Verso le 22.00, ultimo giro con la ragazza prescelta e quindi, lasciamo la sauna verso le 23.45, poco prima della chiusura.

- Ottimo, così saprei come muovermi nel caso decidessi di farci una capatina.

No, dai, non scherzare! Tu sei sposato, quelli sono posti riservati agli scapoloni incalliti.

​Morale della fava: tira più una sauna di un carro di buoi.

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editoriale di ThorsProvoni

Correva l'anno (si dice sempre così... )... insomma tra il 160 e il 175 dell'era cristiana.

Un certo Taziano, filosofo e teologo siriano, capisce che il mondo culturale e religioso in cui la sua fede, quella annunciata da Gesù il Cristo, l'evangelista di Dio, vive, pone un interrogativo non da poco alla comunità dei nuovi credenti: come facciamo a fidarci di quello che dite se voi stessi vi basate su quattro testi differenti e che raccontano a volte anche cose differenti e contraddittorie sul vostro profeta e fondatore (si ragionava così...)?

Certo Taziano si rende conto che tutti i torti non ce l'hanno, visto che i quattro vangeli non sono proprio un esempio di linearità. I testi di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, che già circolavano nelle prime comunità cristiane e su cui si basavano le predicazioni di evangelisti (non quelli che avevano scritto i vangeli; quelli che giravano per le strade di Palestina e medio oriente ad annunciare la nuova fede) e ministri sono a volte fuorvianti.

Insomma: secondo la mentalità delle filosofie e religioni antiche che dominavano la scena del tempo, e che vedevano i nuovi credenti come fumo negli occhi (la storia si ripete sempre, diceva il buon Giambattista... ), non ci può essere un sistema di pensiero che non sia preciso, che non dia comandi ed orientamenti chiari fino alla virgola, ecc.

E invece questi (i cristiani) non sapevano quando era nato il loro profeta; secondo un libro aveva predicato per tre anni e secondo un altro tutto si era svolto nel giro di pochi mesi. Un evangelista diceva che aveva percorso le strade di tutta la Palestina e secondo un altro questo Gesù aveva girato sempre attorno a Gerusalemme; e i comandamenti? uno solo: amatevi gli uni gli altri! per il resto capite da voi cosa dovete fare nelle singole circostanze! ma si può dare credito a uno che predica 'ste cose?!

Quale idea venne allora a Taziano? Aggiriamo il problema e tagliamo la testa al toro: facciamo un unico libro cercando di prenderà come da fiore in fiore e armonizzando i quattro racconti.

Si mise allora con tutta la buona volontà e perizia possibili e tirò fuori un volumetto che chiamò Diatessaron e cioè: secondo i quattro (sottinteso: vangeli). Omise le differenti genealogie di Gesù contenute in Matteo e Luca; cassò tutti i testi doppi; diede una cronologia più verosimile possible. Alla fine riuscì a mettere dentro al calderone quasi tutta la storia che veniva fuori dai vangeli. Tutta tranne 56 versetti: praticamente le genealogie e il racconto dell'adultera (Giovanni 8,1-11). Con la nostra mentalità che viaggia a percentuali (sennò non sappiamo manco attraversare la strada) diciamo la lunghezza del Diatessaron è pari al 72% dei testi di partenza.

Tutto andò bene e il suo testo fu adottato anche da alcune comunità, specie dalle sue parti. Ma nel 423 un vescovo, Teodoreto d'Antiochia, decise che il Diatessaron andava abbandonato e chi l'aveva scelto doveva tornare ai quattro vangeli canonici. Così furono bruciate tutte le copie esistenti (e ritrovate) e noi sappiamo che questo libro è esistito perché ne abbiamo un commento di Efrem il Siro (che mo' non sto a raccontarvi chi era) e alcune copie in arabo ma non fedeli all'originale.

A questo punto direte: ecco! La censura nella chiesa è sempre esistita! Lo sapevo io!

E nello stesso tempo sbufferete: ma insomma.. quant'è lunga 'sta storia... quand'è che finisce che devo andare a mettere le foto dei gattini su Facebook?

Nessuno vi trattiene, andate pure, evidentemente la vexata quaestio non vi interessa.

Bene. Per i pochi che sono rimasti davanti allo schermo trarrò le mie conclusioni.

C'è un motivo un po' più profondo del 'censuriamo il censurabile' che spinse Efrem a quella decisione.

Ed è questo: la fede cristiana non è omologante, non è una questione di cervello, di dati teologici da inquadrare e imparare a memoria. Ma è un incontro personale. I quattro evangelisti hanno raccontato la loro vita con Gesù da 'loro' punto di vista, in base alla loro sensibilità e fede; e lo stesso deve fare il cristiano: davanti all'annunzio dell'amore di Dio ognuno si deve interrogare personalmente, come uomo/donna.

Al di là di quello che pensano/fanno gli altri, anche quelli del suo stesso credo. L'anima è nostra, una, unica, personale, individuale. E quando al mattino ci guardiamo allo specchio nei nostri occhi la vediamo per quel che siamo, non possiamo nasconderci davanti al: così fan tutti.

Ecco perché nella comunità cristiana c'è il cardinal Bertone e don Gallo; c'è mons. Lefebvre e c'è fratel Enzo Bianchi; c'è il monsignore che si droga e fa i festini e c'è Mimmo Battaglia che i ragazzi li toglie dalla strada della droga e della prostituzione.

Per questo il Diatessaron non è piaciuto alla chiesa dei primi secoli: non abbiamo bisogno di una lezione da imparare ma di un esempio da seguire. Personalmente.

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editoriale di ThorsProvoni

Poche righe ma sentite.

Le scrivo anche per abbassare ulteriormente il mio DeRango.

Essendo nuovo di queste spiagge, e avendo una mezzoretta che mi cresceva, ho fatto un giro nel variegato mondo DeBaseriano.

Ho cercato alcuni argomenti che potevano interessarmi e ho letto.

Una cosa subito mi è saltata agli occhi: nel tema 'religioso' ho trovato di tutto. Cose che alla fine non capisco cosa potevano avere a che fare col tema in questione o almeno con spiritualità, chiese, confessione di fede... Ma diciamo che fin qui ci può stare: chi di noi una volta nella vita social non ha dichiaro un argomento solo per attirare ignari lettori e farsi conoscere? Come quei blogger (razza benedetta che ho frequentato per 8 lunghi anni) che titolano il post "Nuove rivelazioni sulle razze aliene postmoderne" e poi parlano di come hanno passato la domenica ad annaffiare le azalee. Una cosa così.

Ma le poche righe che volevo mettervi davanti agli occhi erano queste.

Premettendo che non parlo di me personalmente e che sto generalizzando, ho praticamente capito che se qualcuno scrive di fede, Dio, Bibbia, spiritualità, viene bersagliato con battute salaci e dileggi corposi. Se gli va bene. Se si va sul pesante vengono tirati in ballo la sua intelligenza, buona fede, capacità intellettiva e credulonità.

Da quegli stessi che se gli fai notare (con gentilezza, cortesia e portando le prove) che forse nella terza traccia del secondo album del loro gruppo del cuore c'è una stonatura di troppo; o che il suo cantante preferito, che ha pubblicato solo un disco ed è sparito dalla circolazione, non è forse paragonabile a Freddie Mercury quanto ad estensione vocale, ti sotterrano con epiteti che neanche nelle peggiori bettole di Mercato S. Severino (per dire... e mi scuso coi sanseverinesi.)

Ecco, sta cosa a me non quadra.

Non mi riferisco al fatto che ci sia qualcuno che non sia daccordo con alcuni argomenti (ci mancherebbe, ho avuto una civile discussione con un DeBaseriano su queste cose), ma per la permalosità con cui vengono affrontate normali discussioni 'accademiche' su un social. E DeBaser non è diverso a Facebook, Twitter...

Lo capisco, perché vivo anch'io in questo mondo e in questa società, ma non mi quadra.

Il detto afferma che il mondo è bello perché è vario.

Ma esiste anche il suo corollario, che dice che il mondo è avariato.

Fate voi. E fatemi sapere.

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editoriale di perfect element

Come ogni mattina, mi sono alzato, e, facendo colazione ho letto le didascalie pregne di news golosissime a volume rigorosamente azzerato, passando dal canale 48 al canale 50.

Ad un certo punto, mi sono trovato, ancora mezzo rincoglionito, nella condizione in cui uno non sa se sia più opportuno ridere o piangere.

Mi spiego.

La notizia clou del giorno ricade sul livello record di inquinamento registrato in molte città italiane, tra le quali spicca Torino, nella quale vivo.

La soluzione prospettata dal comune ( leggasi : il sindaco in accordo con il presunto assessore all'ambiente ) è di tenere chiuse porte e finestre ( e perché non sigillare anche gli interstizi? ) per combattere lo smog.

Quindi, niente interventi strutturali,quali, ad esempio, il blocco della circolazione dei veicoli privati, le targhe dispari, le domeniche ecologiche, il potenziamento del trasporto pubblico.

La giunta pentastellata ha giustamente deciso di dare libero sfogo alla fantasia, facendo incredibilmente rimpiangere le giunte del passato, con particolare riferimento alla giunta Fassino e Castellani; traguardo tutt'altro che scontato.

Tecnicamente, occorrerebbe sfancularli ed in un nano-secondo accompagnarli verso l'uscita, ma, si sa, siamo un popolo fondamentalmente garantista verso ogni tipo di perversione e soverchieria, per cui, mi aspetto che i seguaci di Peppe Grullo sbraitino, as usual, all'impazzata e senza costrutto contro presunti complotti assortiti orditi dalle forze del Male ed atti a screditare i loro beniamini senza macchia e senza paura.

Questo, perché, non dimentichiamolo mai, noi siamo e rimarremo, secula seculorum, un'orda di tifosi acritici, accaniti, belanti ed ipocriti, indaffarati a preoccuparci della pagliuzza nell' occhio, ma con una trave sempre ben piantata nel culo. Sempre pronti, aprioristicamente, a parteggiare per il presunto übermensch di turno, il quale, nei nostri sogni confusi, con un colpo di teatro, dovrebbe risolvere qualsiasi tipo di problema. In piena autonomia, intendiamoci.

Sull'altra sponda disponiamo invece di una pseudo-opposizione sempre pronta ad additare ed istigare il pecorume contro i cattivi ed incompetenti che gli hanno soffiato la cadrega, dimenticandosi di quanto poco fossero efficaci i loro interventi quando governavano, per usare un eufemismo.

Comunque, in conclusione, prendete buona nota: casco sempre ben allacciato e luci accese anche di giorno ed il più lo lasceremo alle spalle.

P.S. nota per i distratti: il titolo è da riferirsi al pecorume che continua a dormire della grossa.

​Shalom.

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editoriale di luludia

Mi capitava, ogni tanto, quando passeggiavo vicino a casa mia, di imbattermi in una curiosa figura, un tizio alto, pallido, sempre vestito di eleganti abiti scuri che camminava, flessuoso e morbido, di un passo sfaccendato, come un gatto diventato chissà come umano.

Di spettrale bellezza, sembrava avere un cerchio intorno a sé destinato ad allontanare gli altri e dico sembrava perché, in realtà, gli altri gli si avvicinavano eccome, ma, come avevo già da un pezzo notato, si trattava sempre di tizi male in arnese. Non lo vedevi mai parlare con un tal dei tali qualunque, che con gente simile il cerchio funzionava benissimo.

Un giorno, mentre ero seduto su una panchina e lui stava camminando a pochi passi da me, fu fermato da una vecchietta, di quelle che hanno un calzino bianco e uno blu,

“L'unico modo per far le cose pari è lasciarle dispari.” disse lei. Lui rispose “Questa l'ho sentita in un vecchio blues.” “E cusel e blues?” “Sono io quando mi ricorderò di te.”

Poi la vecchietta lo salutò. Stupito, memorizzai la conversazione e arrivato a casa la scrissi subito in un quadernino .

Un giorno ascoltando, per caso, dei miei vicini parlare di lui appresi che da giovane si era bendato completamente il viso per qualche mese, poiché non voleva essere visto dagli altri e che ai tempi delle superiori era solito camminare sui tetti della scuola.

“E' sempre stato un tipo strano e pensa che le donne gli morivano dietro” aveva poi detto uno dei vicini con evidente invidia.

Una sera andai nel bar vicino casa per vedere una partita di calcio e con mio sorpresa (nulla lasciava pensare che potesse interessarsene) c'era anche lui. Gli sedetti accanto. Le due squadre stavano facendo una squallida partita difensiva e allora dissi parlando tra me e me “Un po' di coraggio, no? Sorpresa su sorpresa, mi rispose “E' la tattica del pipistrello con gli undici giocatori attaccati alla traversa.”

“Questa non è male.”

“Non è una frase mia, ma di un giocatore sudamericano, non ricordo più quale.”

Durante il resto della partita non parlammo più, ma dopo mi offrì da bere e ebbe inizio così la prima delle nostre serate alcoliche. “Il calcio è un gioco magico perché si usano i piedi e non fosse altro che per questo per me è pura poesia. E quando va bene è una specie di mondo alla rovescia dove una specie di nano quasi deforme nasconde la palla ai giganti. Oggi è sempre più raro vedere giocar bene e funziona solo la tattica del pipistrello che ti dicevo prima. E, credimi, è quasi più divertente veder giocare i ragazzini”

Sfondava una porta aperta con me, che, se vedevo dei ragazzini giocare, mi fermavo sempre.

Parlammo poi dell'odore dell'erba, della sensazione magica di veder correre sulla fascia, del suono della palla accarezzata dal piede, dei calciatori brasiliani di un tempo che giocavano addormentati, di un certo Tabanelli a cui io non riuscivo mai a rubare la palla quando ero ragazzo. Alla fine il vampiro citò una frase di Eduardo Galeano a proposito dello squallore del calcio moderno: “I più vincono senza magia, senza sorpresa, né bellezza, ma così è peggio che perdere.” E credo che queste parole spieghino molto bene il motivo per cui il suo cerchio protettivo lasciasse passare solo i folli e gli sconfitti. Chi vinceva senza bellezza non lo interessava, e credo di non aver mai conosciuto nella mia vita un uomo che nutrisse un odio così profondo per la normalità.

E per quel che riguarda i folli, erano loro ad avvicinarsi a lui e non lui a loro. E da parte sua non c'era nessuna posa alla Stavrogin. E' solo che i folli hanno bisogno, si dice, di guardare negli occhi la naturalità della bestia per riposarsi dall'umano almeno per un attimo. E io credo che con lui le cose funzionassero proprio così e in questo senso era davvero un gatto o un vampiro. Già perché io lo chiamavo così, vampiro, e anzi vampiro con un dente solo a significare che non lo era proprio del tutto

E girando con lui ho quindi finito per imbattermi in dolci e strani personaggi.

Giuseppina, grande giocatrice di beccacino e tabagista terminale che era convinta, tra le altre cose, di essere stata da bambina il monello di Charlot, (“Ero così bellina, sapessi!!”).

Nello che passava le sue giornate a raccattare cose vecchie, e comprava quasi ogni giorno un orologio da pochi euro o cellulari giocattolo solo per il piacere di smontarli.

Pierino che aveva un borsello pieno di fogli riempiti di una grafia dolcemente psichiatrica che leggeva con un eloquio lento e smozzicato, difficilissimo da comprendere e, una parola ogni dieci secondi, si componevano frasi come “Amore mio sincero come una sirena, amore che sei un lembo della mia vita”, con il vampiro che lo aiutava a leggere perché delle volte Pierino non ci riusciva.

O il vecchietto che diceva “Strenz e cul e ten bota” ( che si, significa proprio stringi il culo e tieni botta) e che girava con un motorino scassato, si faceva parecchi bianchini e sorrideva sempre.

Che a me veniva da pensare: altro che quel cazzone di Virgilio, son tipi come il vampiro che dovrebbero accompagnarti per l'inferno, in quei luoghi terrificanti dove c'è solo la paura che quello che c'è dentro di te sgomenti scandalizzi, crei raccapriccio. E dove è meglio vomitare tutto e subito o sbattere in faccia agli altri con una violenza assurda il proprio male, piuttosto che credere che quel pensiero che ti aveva sfiorato e cioè l'idea di essere qualcosa di bello e di buono possa avere anche solo un minimo di realtà.

Il vampiro mi ricordava il mago. La stessa solitudine. E anche la stessa eloquenza bislacca, specie quando in preda a una dolce tenerezza alcolica partiva con delle vere e proprie filippiche cariche di un santissimo odio.

“L'umanità dovrebbe suicidarsi - diceva - Madre terra ha bisogno di respirare. E da brava dea benevola potrebbe far cessare con un battito di ciglia quella sottospecie di ipnosi chiamata istinto di sopravvivenza. Un suicidio di massa risulterebbe molto più pratico rispetto alla eventuale realizzazione di alcune idee carine che l'uomo ha indubbiamente avuto nel corso della sua lunga storia, tipo radere al suolo i quartieri dormitorio, spostare le opere d'arte dai musei ai bar o smettere di considerare gli individui come mere funzioni economiche. Tali idee risultano infatti, per una ragione o per l'altra, del tutto improbabili anche se sensatissime. Meglio quindi ricominciare da zero tra un milione di anni. Si fotta quindi l'istinto di sopravvivenza che forse è un dio di cui non siamo degni, che tutto è semplice in realtà e davvero dovrebbe morire chi non riesce a vivere. E chi è ridicolo dovrebbe esserlo con gioia che sarebbe bello sputtanarsi sempre e completamente, che da li parte tutto (almeno per quelli come me), che a essere ridicoli ci si guadagna e nessuno può coglierti in castagna. Che la castagna è il tuo angelo custode, il tuo chi se ne fotte. Ed esibire il proprio male è la sola forma di cura e gli psichiatri son solo dei gendarmi appena appena più colti e infinitamente più stronzi, anche se non lo fanno apposta. Sputtanamento quindi, sputtanamento sempre e comunque, ma non bisogna farlo ad arte a meno che l'arte non sia vera, mica uno sputtanamento rococò o uno sputtanamento d'avanguardia. Lo sputtanamento deve essere totale, cazzo, che dopo se vuoi puoi essere anche un artista,un guerriero, un santo, ma prima viene lo sputtanamento...a meno che non si sia perfetti, o lietamente imperfetti, non perfettini o perfettine del cazzo. Perfetti o lietamente imperfetti ripeto, che ne ho conosciuti...pochi certo, ma ne ho conosciuti. Che poi anche li è solo questione di culo. Che è una sontuosa scoreggia ad annunciare il paradiso, anche se Chopin sarebbe meglio. Ma non è il caso. Che la felicità è terra terra, focaccia al rosmarino o bacio.”

Disse proprio così: “Focaccia al rosmarino o bacio”.

“Dovrebbe morire chi non riesce a vivere, vampiro? Anche i tuoi amici folli?”

“Ma non sono loro quelli che non riescono a vivere.”

“No?”

“Sono gli altri, i fottutissimi altri... e la follia dei miei amici, perlomeno quella che procura sofferenza, nasce dal disonore dei fottutissimi altri”

“Quale disonore?”

“Quello di non rinsavire perché non riescono a essere pazzi. E' merda al di sotto del biologico, che una cellula malata non finge di essere sana. Loro invece sono solo milioni di cellule che fingono.

“Però vampiro, io ho sempre in mente quello che diceva la nonna di Bob Dylan...”

“La nonna di Bob Dylan?”

“Si, la nonna di Bob Dylan.”

“E che diceva?”

“Diceva che bisogna essere gentili con tutti, perché tutti devono lottare per vivere.”

“Beh, mia nonna era tutta un altro tipo. Eh, senti...”

“Si?”

“Mi ricordo quando ero piccolo. Sognavo una banda, una lega segreta, oggi direi per fottere il mondo, oppure guardarlo per la prima volta. In quella banda c'erano gli eroi dei film per bambini, un mio compagno figo, mio nonno. Eh si Bob Dylan la nonna, io il nonno. Oggi ci sarebbero anche Nello, Giuseppina, Pierino, il vecchietto sorridente con la loro follia finalmente dolce e non manicomiale a disseminare per il mondo un po' di divino buon senso o di dialetto delle streghe.”

“Un po' già lo fanno. E anche tu lo fai.”

“Io non faccio assolutamente nulla, se non fottere le mogli di chi mi prendeva per il culo da piccolo.”

“ Non mi sembra poco vampiro.”

In quanto a scoparsi le mogli di chi lo prendeva per il culo da piccolo (oltre a tutta una serie di soggetti che non sopportava), il vampiro non scherzava affatto, anzi era una cosa che faceva in modo incredibilmente metodico tenendo persino un diario delle sue conquiste.

Mi è capitato di leggerlo quel diario e che documento straordinario era!!! Diviso per capitoli, ognuno con un cornuto diverso e relativa donna conquistata, con la descrizione in tono sarcastico e irridente dell'omuncolo di turno e la fredda elencazione numerica delle pratiche sessuali effettuate Un vero e proprio concentrato d'odio e senza mai alcuna tenerezza nei confronti di tutte quelle signore, che, del resto, anche parlando con me, chiamava con disprezzo ”troiame assortito” o “vaccume senza capo ne coda”

In ogni caso, quello che mi divertiva nel suo diario era proprio la crudeltà e anche lo stridente contrasto tra le descrizioni mirabolanti dei cornuti e il freddo elenco delle pratiche sessuali. Era come unire Boccaccio (uno che conosceva l'arte del ridicolizzare) e Rimbaud (uno che conosceva l'odio) allo stile asettico di un killer seriale. Puro humour nero. Con quei mariti il cui volto si muoveva a scatti come quello di un tacchino e i cui corpi avvolti di ispido pelo urticante mandavano nell'aria un brivido di calzino sporco. E oltre quel bestiario fantastico c'era il puro orgoglio vampiresco per la culona biondo cenere che sputava sulla foto del marito mentre veniva presa da dietro o per le telefonate sotto amplesso fatte al cornuto, telefonate grazie alle quali le rappresentanti di quel vaccume senza capo, ne coda provavano poi alla fine, senza eccezione alcuna, un piacere infinito, molto più interessante di un banale orgasmo.

E questo garbuglio di sesso seriale, e certamente malato, andava avanti da anni e non riuscivo a spiegarmi come non potesse finire, anche se l'odio è un carburante nobile come dice una bella canzoncina.

Però insomma, mi ricordo di un racconto dove un tale, martoriato da piccolo dalle angherie di una faccia di merda, sta facendo un viaggio in treno. E dove sta andando? Proprio a casa della faccia di merda, che dopo tanti anni di ricerche ha scoperto dove abita. E durante tutto il viaggio non fa altro che pensare a come mettere in atto la sua vendetta. E poi alla fine, per farla breve, arriva alla casa del nemico. Suona e la faccia di merda apre la porta e...e...e...

...è un nano... un nano capite!!! Allora il nostro eroe si fa una gran risata e se ne va, mica si mette in testa di scopare la moglie di quel tipo, posto che ne avesse avuta una.

Insomma quello che voglio dire è che il vampiro era un gigante e gli altri nani e questo forse sarebbe dovuto bastargli.

E' che lui aveva proprio il gusto di certe cose e, ad esempio, gli piacevano moltissimo le novelle popolari di stampo boccaccesco, robette che si sono tramandate oralmente per secoli e che lui conosceva grazie ad alcuni graziosi libercoli scritti da uno stravagante antropologo. La sua preferita era quella che raccontava della prima notte di nozze di un contadino idiota ed inesperto che pensa che il buchetto da esplorare sia l'ombelico e non quello un pochino più giù di cui ignora l'esistenza. E nonostante per tutta la notte la sventurata moglie provi a dirgli che non è quella la strada, lui insiste e insiste senza ovviamente cavare un ragno dal buco. Al mattino va da un suo amico fabbro per spiegargli la situazione e chiedere se magari con un qualche arnese si poteva fare qualcosa per allargare quel buco tanto stretto. “Qualcosa si può fare, certo.”

“E' venuto il fabbro e il buco me l'ha scavato un po' più giù.” dirà poi la moglie al tenero cornuto. “Accidenti con tutti i posti che ci sono te l'ha scavato proprio li dove c'è tutto quel pelo!!!” Ecco non avete idea di quante volte il vampiro tornasse su quella storia, e spesso con tutta una serie di sugose varianti inventate della sua fantasia sovraeccitata.

Le vendette seriali del vampiro avevano però delle pause. Gli capitava infatti di innamorarsi davvero. Anche se mai di strafighe, genere già fin troppo presente nel troiame assortito e nel vaccume senza capo, ne coda, ma piuttosto (per riprendere le insolite categorie di quel noto busker dagli occhi da furetto) di ragazze commedia, fanciulle uccellino o pastello, quando non di assurde ed improbabili bariste grasse, virago muscolose e tatuate, scheletriche vampire dagli occhi invasati. Che gli occhi erano importanti e dovevano essere calmi come una giornata perfetta o vivi e guizzanti come quelli di un bimbo zingaro, e in ogni caso contenere perlomeno il mondo intero, sofferenza compresa. Un po' come diceva il favoloso Iggy Pop a proposito della musica selvaggia dei suoi anni giovani: “La terra tremava, si apriva e ingoiava la sofferenza tutta intera...” e tutto con l'ausilio di stupide chitarre hawaiane e bidoni di benzina vuoti, non certo strumenti strafighi. Ecco che anche il vampiro, con quelle donne il più delle volte assurde, trovava una musica del genere. Una musica che partendo dagli occhi femminei e i suoi di gatto vibrava come impazzita.

“Io non voglio dei pezzi di vetro o di legno, non voglio tailleur o biondine passate in candeggina, io voglio sentire l'energia che scorre e scoparle guardandole negli occhi, ma voglio anche ridere, parlare e bere il vino. Io non sopporto il genere maschile, a parte te mio principe e a parte i folli. Quindi le donne sono il mio amico e la mia amica. E anche il mio bambino. E se mi innamoro voglio star con loro giorno e notte. E quando finisce, finisce. Aveva ragione il tuo caro mago su quella faccenda del romanticismo estremo e tenerissimo, che si concede di durare anche poco, o al massimo quanto serve. Io, in fondo, credo di essere abbastanza bravo nell'annusare donne poco inclini al fotoromanzo. Ma purtroppo è impossibile non spezzare qualche cuore e in quei casi allora una lucina dovrebbe avvertirti prima e tu come un perfetto mago (chissà se il tuo ci ha mai pensato) dovresti visitarle solo in sogno, che i sogni i cuori non li spezzano.”

Durante quegli amori, a cui si dedicava anima e corpo, spariva completamente dalla circolazione. E non so se a farlo riemergere fosse più l'istinto del killer seriale (e quindi il bisogno di nuove vittime) o la naturale consunzione di relazioni così intense. Quello che so è che erano le due facce della stessa medaglia e aveva bisogno di entrambe, che senza l'una o senza l'altra sarebbe senza dubbio impazzito. E non crediate che per lui una parte fosse buona e l'altra cattiva, che di entrambe si nutriva con la stessa fame. E la fame non è certo filosofia.

Certo devo ammettere che gli amori seriali e vendicativi mi davano i brividi, ma al tempo stesso, in un certo senso, invidiavo quel suo atteggiamento talebano, perché chi è che ha la fortuna di poter sviscerare completamente sia l'odio che l'amore e di mangiar la ricotta sia col miele, sia col sale.

Per quel che riguarda il sale, c'erano due immagini dell'immaginario blues che citava sempre e che facevano parte per così dire della sua mitologia: il backdoor man, l'amante nero che fugge dalla porta sul retro; e quel delizioso insettino parassita di cui non ricordo il nome che ai tempi del blues del delta devastava le piantagioni dei bianchi come il più perfetto dei vendicatori neri.

Per quel che riguarda il miele invece pensate a qualsiasi canzone di Nick Drake.

Unitelo poi questo sale e questo miele e avrete il suo ritratto più perfetto.

Ma c'è ancora una cosa che devo dirvi. Ci sono stati dei periodi in cui ho sospettato nelle ombre seriali del vampiro una colossale e fantasmagorica invenzione. Se dei suoi amori luminosi avevo infatti delle prove ben certe, rispetto a quelli seriali non avevo visto che un diario. E, a parte la lettura di quel documento favoloso, non ricordo che qualche suo vago accenno sull'argomento, unito tuttalpiù ad ancor più vaghe considerazioni che avrebbero dovuto suggerire un imbarazzo che equivaleva ad una chiusura a doppia mandata. E se tale ritrosia, visto quello di cui parlavamo, era in qualche modo comprensibile, il fatto che in qualche occasione mi avesse risposto stizzito “insomma, è tutto scritto nel diario!!” lo era un po' meno, anche perché solitamente era la persona più cordiale del mondo. Quello che mi dicevo in questi momenti di dubbio era che, in fondo, la credibilità di questa storia stava tutta nell'aderenza che aveva con il suo personaggio. Non era infatti forse la sua bellezza abbacinante, non era forse placido, sornione e ipnotico il suo modo di fare, non era forse quasi animalesca la sua sicurezza (quella di un gatto appunto)? E che sforzo sarebbe mai stato per lui stregare qualsiasi donna, strafighe e ritrose comprese? E quel personaggio non si sposava forse perfettamente col suo odio? Sia come sia, anche se vi sembrerà strano, le cose rimarrebbero esattamente le stesse. Inventare o vivere una cosa è appunto la stessa cosa, almeno per me. Il bisogno è lo stesso. La fame è la stessa. Che mi importa se è pieno di pazzi che vivono la loro vita immaginaria e che quando possono abbandonare la merda sociale anche solo per un attimo (al cesso o nel balcone dove una stronzissima moglie li spedisce a fumarsi la sigaretta) son presi dall'ardore di fingersi chissà chi? Innanzi tutto quei pazzi non sono il vampiro. E poi quel fingersi chissà chi essendo la parte più vera non finirebbe per essere anche la migliore, o perlomeno sua stretta parente? Il fatto è che questi sogni nessuno, a parte i bambini, li rivela o li fa passare per realtà. Questa sarebbe la prova che il vampiro non ha inventato nulla. Ma ripeto, sia come sia. La questione è secondaria.

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editoriale di RinaldiACHTUNG

Ero un aracnofobo incallito, nonostante debba ammettere che anche l’intera famiglia degli insetti e di tutti quei minuscoli esseri non mi sia mai andata particolarmente a genio.

Avete presente quella sensazione orribile, quel prurito ossessivo che vi colpisce quando siete costretti ad osservare ciò che vi ripugna? Ecco, potrei riassumere così il mio rapporto con loro prima della sua conoscenza. Lessi molto a proposito delle fobie, argomento a proposito di una realtà che affonda le proprie radici nell’antropologia umana, nella nostra storia.

Mai avrei pensato di vincere sulla mia umanità.

La conobbi in un giorno qualunque, come si conoscono nuovi luoghi e nuovi suoni. D’improvviso. Rispetto alla sua stirpe (un vero e proprio conglomerato di ali e zampe in movimento) pareva essere interessata davvero ai luoghi in cui quell’enorme ronzio sostava. Era ricoperta da un manto bianco aureo che le caratterizzava i tratti gentili e da poco le sue ali si erano completamente sviluppate.

-Come stai?

-Con la testa tra le nuvole.

Feci una risata da idiota, un misto tra il sorpreso e il divertito (in fondo il ghigno mi ha sempre accompagnato nelle situazioni più bizzarre e imbarazzanti). Chi lo avrebbe mai immaginato poi, che uno di quegli esseri che temevo, potesse tirar fuori una modesta dose di ironia? Lo faceva spesso, anche nelle situazioni più disparate, ed io apprezzavo.

Pensate che ad un certo punto facevamo ironia sugli umani e sulle loro fobie di zampette e ronzii –assurdo-. La cultura pop era un nido comune, ma anche i pettegolezzi teneramente infantili e i versi che le piacevano e le note che mi piacevano.

Era il loro frequente esodo, non mi andava per niente giù. Nella mia presunta e discreta elevazione dal mio status stavo dimostrando uno dei più subdoli comportamenti. E poi diciamocelo, avevo trascurato inavvertitamente il fatto che anche un essere alato potesse avere una fobia per noi, no?

Il legame era abbastanza compromettente più per la nostra natura che per le nostre fazioni di appartenenza. Loro, i compagni di ronzio, sembravano a volte addirittura esprimermi la loro simpatia con dei leggeri accenni di sorriso che riuscivo a intravedere. Era tutto così volutamente frenetico che non so dirvi quanto effettivamente durò e quando effettivamente finì.

Il suo, il loro scopo era quello di svolazzare a destra e a manca alla ricerca di ospitalità e favorevoli condizioni –ma dannazione- qual’era il mio? Questa turba mentale mi mise sotto una luce che non volevo mi appartenesse, ebbi una concezione errata di me stesso; temevo di far la fine di Robert Downey Jr. in Natural Born Killers. Non trovavo il senso, era l’eterna differenza tra le nostre intenzioni.

Non mi punse mai, lasciò che io scorressi giù per l’asta del fiore e nascose tra il buio dei suoi enormi occhi il dolore che un essere della sua specie non avrebbe mai dovuto provare.

Lasciammo che il meccanismo della natura riportasse la nostra esistenza ai rispettivi poli. Passarono milioni di anni e di egemonie tra una fase lunare ed un'altra. Sentii della loro estinzione ma tra i passi a volte poco sobri che mi riportano all’uscio di casa salta sempre fuori qualche ronzio.

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editoriale di sotomayor

Penso che oggi, anno 2017 (quasi 2018) sia arrivato il momento di compiere un atto di coraggio grammaticale e di aggiornare in maniera decisa e senza giri di parole il significato della parola 'violenza' sulle pagine dei nostri dizionari.

Voglio dire, sembra assurdo, eppure è praticamente doveroso secondo me esprimere in maniera decisa il proprio pensiero relativamente le vicende di cronaca e la discussione che segue in particolare, quelle che sono state le dichiarazioni di denuncia espresse negli ultimi giorni dalla attrice e regista Asia Argento.

Una delle critiche generali che si fa all'utilizzo dei social, perché non possiamo non parlare dei social al giorno d'oggi relativamente una questione così discussa, è che su questi ciascuno si senta in diritto di dire la sua su qualsiasi argomento più o meno rilevante e anche dove manchino quelle che si pretende dovrebbero essere referenze e/o requisiti di natura tecnica. Come dire (faccio l'esempio più banale) che puoi parlare di calcio solo se sei un allenatore. Una osservazione cui rispondo sempre con quello che diceva il compianto giornalista sportivo Franco Rossi, cioè che nella storia del calcio solo un commissario tecnico ha vinto due volte il campionato del mondo e questi, cioè l'italiano Vittorio Pozzo, di mestiere non era proprio un allenatore ma faceva effettivamente il giornalista.

È evidente di conseguenza che, perché no, tutti siamo in qualche maniera chiamati sempre, a prescindere dai social network, a farci ed esprimere una nostra opinione. Questo perché siamo delle persone che vivono all'interno di una società e operiamo all'interno di questa come soggetti attivi: non siamo semplicemente una specie di platea.

Del resto è altresì indubbio che poi sul web vi si possano trovare centinaia, migliaia, milioni, miliardi di puttanate, così come gran parte dei commenti possano essere l'espressione di una cultura bassa e volgare.

In questi casi, relativamente questo tipo di comportamento e di espressione 'volgare', il dibattito è in qualche maniera attuale dopo le denunce e le prese di posizione secondo me giustificate del presidente della camera dei deputati Laura Boldrini negli ultimi mesi.

Solo che se continuiamo a parlare di 'maschilismo' e continuiamo a utilizzare queste virgolette invisibili, continuiamo e continueremo ad essere fuori strada.

Commenti come quelli che abbiamo letto e che stiamo leggendo in questi giorni (espressi peraltro in alcuni casi in prima pagina su delle testate giornalistiche nazionali) relativamente la denuncia coraggiosa di Asia Argento, oggetto di molestie sessuali (come altre sue colleghe) quando era ancora giovanissima (21 anni) da parte di uno dei pezzi grossi di Hollywood, Mr Harvey Weinstein, devono essere secondo me definiti per quello che sono veramente: atti di violenza.

Non esiste maschilismo senza commettere violenza: questo deve diventare un punto chiaro e comune, qualche cosa di condiviso in maniera universale.

Perché molte persone vogliono intendere maschilismo e femminismo come qualche cosa che abbia a che fare con la 'lotta dei sessi': quelle discussioni del cazzo secondo le quali non esisterebbero più gli uomini e le donne di una volta. Che si sarebbero invertiti i ruoli. Bla bla bla...

Tutta roba di cui definitivamente non ci importa un cazzo.

Nella specie qui invece stiamo parlando di comportamenti che hanno a che fare con la violenza materiale oppure verbale nei confronti di un soggetto storicamente (specifico storicamente perché questa sua debolezza è storicamente stata voluta e forzata e non perché costituisca qualche cosa di intriseco sul piano naturale) più debole.

Nella specie: la donna.

Asia Argento è stata accusata di avere acconsentito ad andare a letto con quest'uomo per fare carriera.

A parte il fatto che non possiamo conoscere tutte le circostanze del caso: possiamo al limite dall'alto di una presunta superiorità morale, chi è senza peccato scagli la prima pietra, dire forse che lei abbia sbagliato e non sia stata abbastanza forte. Ma è questa forse una giustifica a un atto di violenza sessuale?

Ricordo la specifica che parliamo di una ragazza di 21 anni. Che significa sicuramente che all'epoca Asia Argento fosse maggiorenne, ma che non toglie quello che abbia potuto costituire un complesso di inferiorità sul piano psicologico nei confronti di un uomo grande e grosso e soprattutto molto potente.

A parte questo: quante donne tutti i giorni e a tutti i livelli della nostra società sono costrette a rapporti sessuali oppure molestie.

Mi riferisco a violenze di tipo quotidiano: quelle che succedono in famiglia tra marito e moglie oppure tra padre e figlia.

L'orco non è necessariamente uno Jack lo squartatore che violenta e poi fa a pezzi le proprie vittime.

Così sarebbe troppo facile: ci semplificherebbe di molto tutte le cose, riconducendo ogni caso a un ideale mondo delle favole.

Al contrario c'è una violenza silenziosa che costituisce parte del tessuto culturale della società occidentale e di quella italiana e che evidentemente non si vuole affrontare perché significherebbe metterci tutti quanti, uomini e donne, veramente in discussione. E noi questo passo in avanti non lo vogliamo proprio fare. Salvo poi lamentarci che la nostra società è una merda e magari perché siamo o ci sentiamo soli e incompresi.

Badate bene: ho parlato di società occidentale perché questa costituisce quel contesto in cui di sono svolti e si svolgono i fatti e in cui noi viviamo. Molto probabilmente, ci sono testimonianze in questo senso ma non è il caso di ampliare la vicenda e di distaccarci da quello che ci riguarda direttamente, ci sono altre realtà dove le cose funzionano in una maniera ancora peggiore e in questo caso come altri, la religione è solo un pretesto.

Asia Argento è stata ed è una donna coraggiosa.

Chi la accusa di essere ipocrita oppure di stare esagerando è per quanto mi riguarda responsabile diretto di un atto di violenza nei suoi confronti come nei confronti di tante altre donne vittime di abusi e di violenze.

Dite che questa questione non va discussa, non va dibattuta sui social? E dove altrimenti?

Voglio lodare la giovane, bella e brava giornalista Giulia Blasi (ricordo di avere avuto un confronto diretto con lei via Facebook nel caso delle due ragazze americane abusate dai due carabinieri a Firenze) per l'iniziativa con cui ha voluto coinvolgere proprio sui social tante altre donne, invitandole a uscire allo scoperto e raccontare senza vergogna le loro piccole oppure grandi storie.

Quello che è successo ad Asia Argento dite che non è il massimo degli orrori possibili? Sapete cosa vi dico? Può darsi. Può darsi che abbiate ragione.

Ma davanti a una società così barbara e primitiva, il suo coraggio - bisogna avere le spalle larghe a essere nel mirino dei media e dell'opinione pubblica così come è lei in questo momento - e questa storia diventano qualche cosa che va oltre l'evento in sé e con tutto il rispetto possibile per Asia, lo rende allo stesso tempo un manifesto e una occasione per tutti quanti noi di imparare qualche cosa e comunque per non stare zitti anche se non siamo stati noi le vittime e dire chiaramente che questo è sbagliato. Che chi la sta insultando è un criminale tanto quanto Harvey Weinstein, è complice, oppure forse è anche peggio di lui.

E poiché io sono convinto, voglio credere che chi la pensi così, che chi ritenga che il maschilismo sia definitivamente, come si vuole da quando è stato cominciato a essere utilizzato il termine in senso specifico con le prime rivendicazioni del sesso femminile, una forma di violenza, vi dico che come Asia Argento e tutte a queste donne coraggiose come e più di lei che denunciano, che hanno denunciato quello che hanno dovuto sopportare, anche noi non dobbiamo restare zitti. Viviamo nella stessa società e questa è costituita da tutte le nostre individualità messe assieme.

Il 'collante' che ci tiene tutti uniti è la parola: quando questa viene meno allora regna il silenzio e proliferano inciviltà e barbarie.

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