editoriale di little horn 2.0

Era qualcosa di estremamente pesante, qualcosa che rischiava di soffocarmi. La cosa divertente è che una persona a 17 anni non ci pensa nemmeno; certo, mille avvertimenti, centinaia di migliaia di informazioni. Lo apprendi grazie ai tuoi genitori, alla televisione e a scuola. Solo che poi ti dimentichi e non ci pensi, credendo che questa cosa non ti riguarderà mai. Poi rimani fregato.

La parola con la C, quella che spaventa tutti. Quella che leggi sui pacchetti di sigarette. Leucemia. A 17 anni. Non potrò mai dimenticare quella mattina: la faccia costernata del medico, la voce strozzata di mia madre e lo sguardo perso nel vuoto di mio padre. Il tempo si ferma, e un istante diventa lungo una vita. I colori iniziano a sbiadire, fino a che il luogo che mi circonda diventa bianco e nero. Il cuore impazzisce e inizia a mancarmi il fiato.

Poi la mano di mio padre sulla mia spalla mi riporta alla realtà. Tutto riacquista colore e il tempo riprende il suo tranquillo scorrere. Sento parlare di terapia, di chemio e di radio. Cose quasi incomprensibili; introdurre del veleno per battere il veleno che mi possiede. Non lo so, voglio solo andare a casa e sdraiarmi sul letto.

I giorni passano rapidi, mentre in una casa solitamente dominata dal rumore causato dai rimproveri di mio padre e dalle improvvisazioni canore di mia madre che ama da morire Renato Zero, ora regna un silenzio tombale. Un atmosfera quasi sacra, che per un qualche strano motivo pare non possa essere interrotta; potrebbe essere peccato.

Devo farmi forza: ora come ora devo affrontare la più grande battaglia della mia vita e devo farlo da solo. Non so con che coraggio, ma devo lasciare Beatrice. Dio mio, la amo così tanto. No, non posso addossarle un simile peso. Ha 17 anni, è giovane e bellissima, perchè dovrebbe sprecare i suoi migliori anni piangendo e pregando per me? Non se lo merita.

Usciamo insieme e la porto al parco: una splendida giornata, anche se un po fredda. Il sole ce la mette tutta a scaldare, ma fallisce nel tentativo. Lei è splendida, anche più di quanto mi ricordassi. Le parlo e mi invento qualche bugia: le dico che non la amo più, che mi sono innamorato di un'altra e che trovo sia stupido continuare su questa strada. Il cuore sta morendo, lo sento. Lei piange e il mio cervello parte. Mi dice che non capisce, che non ha senso, ma io non sento ragioni. Non posso sentirle, mio Dio. Mi alzo e me ne vado, lasciandola li da sola. Non mi volto, e continuo a camminare mentre le lacrime inondano il mio viso. Non potevo davvero affidarle questo pesante fardello: la battaglia è mia e di nessun altro. L'unico sacrificio è la mia vita, nient'altro.

Passano 3 giorni: in realtà nemmeno mi rendo conto del tempo che passa. Tutto sembra aver perso il suo significato. Suona il campanello. Cazzo è lei. Oddio ma che ci fa qua? Sento che devo aprirle, anche se è sbagliato. Devo farlo, la voglio rivedere ancora. Apro e aspetto sul ciglio della porta. Entra. Il suo sguardo pare quello di uno che vuole ucciderti. Velocissima mi tira uno schiaffo; barcollo per un nanosecondo. Non capisco cosa stia succedendo.

"Ma che cazzo ti prende all'improvviso?" le urlo. Il suo sguardo cambia, e dai suoi occhi iniziano a scendere lacrime. Non capisco davvero più nulla.

"Pensavi davvero che non lo scoprissi, brutto iodita? Pensavi davvero che fossi così stupida? Perchè cazzo lo hai fatto?" mi dice con aria affranta. Pare davvero annichilita, e capisco anche il perchè. E so che anche lei ha capito il perchè delle mie azioni. Glielo leggo. "Se tu pensi che ti lascerò affrontare da solo questa cosa, hai capito proprio male! Puoi anche arrivare a odiarmi che poco mi frega, ma io non ti lascio. Questa non è la tua battaglia è la NOSTRA ! Ficcatelo in quella maledetta testaccia, brutto idiota. E ti giuro che andrà tutto bene, che quelle terapie funzioneranno e in breve tornerai a stare bene. E allora inizieremo un'altra vita, e se vorrai lasciarmi, fai pure. Ma fino ad allora io ti starò a fianco, che tu lo voglia o meno. Ti amo..."

La interrompo e la stringo forte tra le mie braccia, piangendo come un bambino. Le dico che mi dispiace e lei mi stringe ancora più forte. Restiamo per qualche minuto così, e per qualche minuto riscopro la vita.

Ora, sono 3 anni che mi batto come un leone contro questa maledetta cosa. 3 fottuti anni e cazzo, ho anche più grinta che all'inizio. Voglio vedere mia madre invecchiare e un giorno, ripagarla per tutti i sacrifici fatti; voglio vedere quello stronzo di mio padre arrivare a 80 anni e, nel caso dovesse stare male e avere bisogno di cure, ripetergli costantemente "Vecchio non ti preoccupare, che ci penso io a te". Voglio arrivare a coronare i miei sogni, prima di diventare un mucchietto di polvere. E quando penso di mollare, mi basta vedere il suo volto per riacquistare la forza. Non posso morire, neanche se lo volessi e mi sta benissimo.Questa malattia ha i minuti contati. La si prende per la gola e la si strozza fino a soffocarla. Perchè è così che facciamo!!!



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editoriale di soulonice

Conoscete il significato del termine “globish”?

La parola deriva dalla fusione di “globe” e “english”; il cosiddetto “inglese globale”, quindi, che sarebbe poi praticamente una versione semplificata de l’inglese.

Il primo ad adoperare questa espressione fu l’informatico francese Jean-Paul Nerrière, che si prese pure la briga di stilare una specie di dizionario di circa 1.500 parole tra le più comuni, semplici e diffuse della lingua inglese. Nel tempo, il termine ha assunto un significato più ampio e sottointende, nella pratica, il linguaggio di tutti coloro che si esprimano e comunichino tra di loro in lingua inglese, pure se non perfettamente padroni della lingua e della grammatica e, anzi, pure mescolando di volta in volta la lingua inglese originale, pura, con espressioni, termini o comunque accenti tipici della propria lingua madre (la cosiddetta L1).

Questo fa sì il concetto di globlish sia soggetto a critiche di diverso tipo. Tra quelle principali, è evidente, sussiste quella secondo la quale questa non corrisponda affatto alla lingua inglese. Una critica che viene mossa innanzitutto da coloro che parlino l’inglese come prima lingua e, poi, secondariamente da tutti coloro che siano una specie di “puristi” della linguistica e dell’uso corretto della grammatica inglese. La seconda, invece, ha un carattere più strettamente politico. La diffusione dell’inglese e il tentativo, la possibilità il globish possa divenire in qualche modo una nuova lingua ufficiale internazionale viene vista con sospetto e come una specie di nuovo tentativo imperialista.

Ma tutte e due le critiche fondano a mio parere le proprie basi su fondamenti ampiamente discutibili. In verità, infatti, il globish costituirebbe nella pratica la realizzazione di un sogno e una ambizione storicamente perseguita dall’essere umano, sin da quando il crollo della torre di Babele generò in esso totale confusione e incomunicabilità. Il globish costituisce la realizzazione pratica di quel sogno che fu l’esperanto. Ma dove l’esperanto costituì un tentativo pratico e razionale, sistematico di costruire a tavolino una nuova lunga internazionale; il globish, invece, è una lingua nata sul campo. La sua creazione è in toto da considerarsi come empirica; è qualche cosa di completamente diverso da l’esperanto e nasce, piuttosto che dai tentativi di catalogazione di Nerrière, dal confronto quotidiano tra persone che abbiano un background culturale e sociale radicalmente differente e lontano nello spazio geografico. Non è possibile stilare un vocabolario della lingua “Globish”; questa costituisce un surrogato della lingua inglese, ma essa è in continuo divenire e in costante mutazione. Cosa che, del resto, rende le critiche dei puristi della grammatica assolutamente irrilevanti; dove anch’essi a un certo punto debbano convenire come sia possibile sacrificare la perfezione linguistica e le regole a fronte della possibile universale di comunicare tra gli esseri umani di tutto il mondo.

Ma veniamo a noi. Sussiste, generalmente, in Italia il falso mito che da noi si parli il peggiore inglese d’Europa e che, invece, allo stesso tempo altrove si parli alla perfezione la lingua inglese. Questo è un falso mito ovviamente. Uno dei tanti, ingiustamente alimentato dai media e pure dal fatto che, generalmente, viaggiando, ci capiti inevitabilmente di intefacciarci per lo più con soggetti che per lavoro e abitudini professionali siano abituati a parlare la lingua inglese. Più di noi stessi medesimi, che magari costituiamo, presi nel mucchio, dei viaggiatori occasionali. Ma questo non vuole essere un alibi. Al contrario, ritengo che dovremmo noi italiani, ma noi europei tutti, spingere ancora di più nella direzione di migliorare il nostro utilizzo della lingua inglese, fino a fare di questa la nostra lingua ufficiale. Questo obiettivo, questa realtà, è evidente sia ancora lontana dal divenire; questo perché ci sono troppi interessi in gioco e una generale diffidenza da parte dei singoli stati membri, ancora diffidenti nei confronti della struttura comunitaria e tesi, per questo, a guardare primariamente ai loro interessi piuttosto che all’interesse comune. Ma, se tutti parlassimo la stessa lingua, se tutti parlassimo l’inglese, allora, proprio all’interno di questa struttura comunitaria, saremmo finalmente veramente tutti uguali, perché avremmo finalmente tutti le stesse possibilità. Sarebbe questa la vera base su cui costruire qualche cosa di unito e un presupposto importante per stabilire finalmente questa unità anche sul piano istituzionale e legislativo.

Affinché questo accada, tuttavia, bisognerebbe scegliere. E scegliere, fare delle scelte importanti e decise, è ciò che manca oggi a livello comunitario, ma pure a livello nazionale.

Sono un uomo del sud… sono un uomo del sud solo perché sono nato al sud. Ma avrei potuto nascere ovunque. In generale, non mi sento tanto cittadino del sud, quanto piuttosto cittadino italiano; quanto cittadino del mondo, essendo da sempre stato votato a una ispirazione di tipo internazionalista. Ne consegue io non abbia mai avuto storicamente pregiudizi oppure difficoltà, ove io abbia dovuto per lavoro interfacciarmi con realtà geografiche diverse o più o meno lontane dalla mia. Qualche giorno fa, tuttavia, non entrerò strettamente nel merito della questione, ma dalla cittadina di Bressanone ho ricevuto un documento ufficiale scritto e redatto in lingua tedesca. Rispetto le tradizioni culturali di ognuno, ma nel 2014 ritrovarsi tra le mani un documento (italiano) scritto in una lingua straniera ritengo sia una forma di provincialismo; una forma di ostruzionismo linguistico e provinciale e una vera e propria barriera culturale. Questo, questo tipico provincialismo, allora, è una vera macchia di cui dobbiamo liberarci il più presto possibile. Pure sacrificando sull’altare degli interessi di tutti l’utilizzo della grammatica. Questa poi, la riscriveremo dopo, tutti quanti assieme.

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editoriale di zaireeka

Mi capita spesso, in questi ultimi anni, di mettermi in testa di fare un esercizio che potrei definire di immaginazione retro-futurista.

Consiste in questo. Chiudere gli occhi e pensare intensamento al mio presente come immaginato dal ragazzo che sono stato, nell'atto di pensare ad uno dei suoi possibili tanti futuri.

Sono convinto che, se mi concentro abbastanza, dopo un po' potrei avere seri dubbi se mi trovo nel 1981 ed immaginare il 2014 o viceversa. Potrei forse recuperare a quel punto del tutto i ricordi e le sensazioni di un istante vissuto di uno di quei giorni lontani. Praticamente potrei tornare ad avere sedici anni, anche se per un tempo molto limitato. Il presente del resto, come affermano famosi scienziati, non e' altro che il passato che riusciamo a ricordare (o immaginare?) con piu' facilita'.

Fra qualche mese compiro' cinquantanni.

A pensarci gli ultimi venticinque anni della mia vita mi sembra siano davvero vola ti.

La percezione soggettiva del tempo trascorso, ne sono sempre piu' convinto, e' soggetta nella nostra mente ad una forma di compressione simile a quella che si fa sui file. Blocchi di vita piu' o meno sempre uguali vengono trascritti solo una volta con un numerino affianco a dire quante volte e' successo, cosi' da occupare meno spazio. E cosi' il tempo trascorso sembra molto meno di quello effettivo, sembra davvero volato.

E' dai sei ai diciotto anni che il tempo sembra davvero incomprimibile, almeno algoritmicamente parlando, almeno quando ci troviamo da quelle parti.

Intanto, senza neanche tanto accorgermene, sono diventato mio padre. E nel mio vecchio ruolo di campione della incontentabilita' ci ho messo mia figlia.

Ora mi limito ad apprezzare le cose che ho, a tentare di non essere troppo pesante in casa (raramente ci riesco) e sul lavoro, ed ogni tanto penso spesso (cit.) al futuro che ci aspetta, con un po' di angoscia possibilmente, vista l'aria che tira.

E qualche volta mi capita di misurare me stesso, noto insensibile, con la commozione che provo pensando a quelli che ho conosciuto e non conosciuto e che sono scesi dal treno, volontariamente o no, prima di arrivare alla fermata dei cinquantanni: artisti, amori, amici di infanzia, quel cantautore americano che in questi giorni non faccio altro che ascoltare su YouTube e riprodurre sulla mia chitarra, cani, tute da ginnastica, retine (quelle nell'occhio) ancora attaccate, cotte, sogni.

Un Aleph degno del racconto di Borges, che spero (quando saro' prossimo ai centanni, vabbe', ai novanta...), di essere cosi' stanco e svogliato da non riuscire a ricordarne la faccia.

Ed allora saro' di nuovo un bimbo appena nato, con gli occhi chiusi, e con un pannolone attaccato al sedere. E una badante ucraina di nome Maria (e' una fortuna che si chiamino tutte cosi', cosi' non c'e' modo di sbagliarsi se ne hai in casa piu' di una) a farmi da mamma.

Kurt Vonnegut nel suo "La colazione dei campioni", alla vigilia dei suoi cinquantanni, libera tutti i personaggi dei suoi romanzi. Io molto piu' modestamente mi sono limitato a liberare i miei pensieri.

Non dimenticatevi di me quando sarete lontani.

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editoriale di soulonice

Che il mondo del cinema, oggi, attinga moltissimo dal mondo dei fumetti è un fatto.

Se da una parte è difficile stilare una statistica esatta e, sebbene a occhio e per “evidenza” il numero di film la cui trama sia stata ricavata dal mondo della letteratura e non da quello dei fumetti continui ad essere di gran lunga maggiore, il gap risulta essere di gran lunga inferiore, probabilmente, mettendo a confronto le pellicole cinematografiche che ottengano il maggiore successo di pubblico presso il botteghino. Questo mentre, forse, la critica continui a preferire pellicole e film che abbiano delle trame inedite, oppure comunque originate dal mondo della letteratura.

Ma il mondo del cinema, quello di Hollywood in particolare, continua a essere legato a schemi e regole pretederminate, che raramente vengano violate; è difficile che da Hollywood salti fuori qualche cosa di nuovo. A livello di premiazioni e riconoscimenti perlomeno.

Ad ogni modo, gli spettatori, quelli che pagano il biglietto, soprattutto i più giovani, di questa cosa se ne fregano e i film la cui trama è stata presa da un fumetto piuttosto che da un’opera letteraria li guardano eccome. E ne fanno oggetto di culto. V for Vendetta, Watchmen, 300 sono solo alcuni dei titoli che avrebbero riscosso grande successo negli ultimi anni. Senza tenere conto, ovviamente, di tutti i film ispirati e tratti da storie del mondo della Marvel e dei supereroi. Il successo della trilogia di Batman diretta da Christopher Nolan è stato universale e, pure grazie alle interpretazioni sopra le righe di un grande attore come Christian Bale, ha riscosso apprezzamenti a tutti i livelli.

Fumettisti come Alan Moore e Frank Miller e le loro opere, siano queste serie o miniserie, oppure veri e propri romanzi grafici, sono considerati oggi alla stregua di autori letterari, come se avessero pari dignità di autori letterari e sicuramente, a certi livelli e presso determinate categorie di soggetti, godono di una popolarità pure maggiore.

Naturalmente queste riflessioni portano in alcuni casi i più bacchettoni a esternare considerazioni di tipo assai negativo nei confronti degli appassionati. Che poi, generalmente, sarebbero i più giovani; quelli appartenenti a una fascia di età definibile tra i dieci e i quarant’anni. Quindi in molti casi neppure tanto più giovani in verità. Riflessioni che comunque porterebbero, a fronte del successo del fumetto, dati secondo i quali si diffonda sempre più un generale disinteresse nella letteratura, arte definita assai superiore a quella dell’arte fumettistica. Che, anzi, dai più non sarebbe neppure definito un’arte.

Che cosa porti un soggetto a preferire il fumetto rispetto a un’opera letteraria è evidente: l’immediatezza, nella fruizione delle immagini, oltre che dei testi e dei contenuti complessivi dell’opera. In genere potremmo dire sia la stessa motivazione per la quale la televisione abbia alla fine avuto facilmente la meglio sulla radio. L’immagine vince su tutto e questo non accade necessariamente perché il soggetto che si ponga innanzi all’opera in questione sia schiavo delle immagini. Non è neppure necessariamente una questione di superficialità. Del resto, ad esempio, osservare un quadro, ammirarlo, è molto meglio che sentirselo descrivere e raccontare. In genere.

Personalmente sono un fruitore dei fumetti occasionale. Continuo a preferire la letteratura tradizionale, i romanzi in particolare; preferisco continuare a leggere delle avventure piuttosto che guardare delle immagini. Ma non ritengo questo faccia di me un uomo migliore di un appassionato di fumetti.

Penso, al contrario, che ci voglia comunque una certa forza per avere a che fare continuamente con delle immagini. Che guardare delle immagini e, magari, fare di queste termini di paragone con la propria esistenza non significhi necessariamente schiavitù; il confronto con le immagini, come con i testi infatti, può anche essere costruttivo. Al contrario, penso che, per quanto mi riguardi, io non riesca ad approcciare al mondo dei fumetti proprio perché, queste immagini, io le lascio scorrere sotto i miei occhi troppo rapidamente. Senza prestare la dovuta attenzione.

Quindi, non voglio considerare il fumetto come se fosse necessariamente un antagonista della letteratura; appare questa una lettura troppo semplicistica e, a fronte della quale, chissà, magari andando a fondo nelle analisi e nelle rilevazioni statistiche, alla fine potremmo scoprire e rilevare come i maggiori fruitori e lettori di fumetti possano alla fine coincidere con dei perfetti, costanti consumatori di opere letterarie. Insomma, il crollo dell’interesse alla letteratura (peraltro non so se sarebbe corretto parlare di crollo, non avendo mai riscontrato tutto questo interesse alla materia, guardandomi in giro e alla storia del nostro paese) andrebbe eventualmente ricercato altrove.

Non raccontiamoci balle.

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editoriale di Alessio

Ma che bella cosa, questa dell'editoriale.

Certo mi mette sempre un po' a disagio scrivere qualcosa che verrà pubblicato. Una cosa è un commento, un'altra ancora la recensione. Ma l'editoriale è davvero troppo. E' troppo anche per me che l'abitudine di scrivere in rete l'ho presa abbastanza presto.

Che, forse lo dimenticate che fino a poco tempo fa tutto questo era fantascienza?

No, calmi, non fraintendetemi.
Non sto facendo il nostalgico, dico solo che per me che non sono un giornalista (tanto meno uno scrittore), ma semplicemente uno comune, è davvero facile intrufolarsi nel www e dire la mia, a tutti, in maniera anche piuttosto veloce. E nonostante io sia cresciuto di pari passo con lo sviluppo della rete, mi rimane disagio. Chiaro, è carattere. E' insicurezza, è genetica.

No, lo sottolineo, non è la fiera della banalità. E' che qualche volta, che problema c'è se si spende qualche parola in più per spiegare qualcosa? Il tanto ambito "dono della sintesi", la pragmaticità. Sì, per carità, hanno il loro fascino.
Però se le parole che abbiamo a disposizione non hanno un limite di numero, forse un motivo c'è?
Chiaro che anche il silenzio può essere la migliore comunicazione e quindi anche una sillaba può dire più di un poema, e qui siamo tutti d'accordo, però sto cominciando a trovarlo un danno per chi non è predisposto a questo tipo di comunicazione. Io non sono predisposto ad avere il dono della sintesi.

Dunque?
Beh, dunque, mi spiego meglio: per chi come me ha paura che gli caschi la terra sotto i piedi se ogni punto del suo discorso non è chiaro all'interlocutore, se ogni singola metafora non è chiarita in tutte le sue sfumature, è deleterio continuare a cercare di trovare nella "sintesi" la soluzione. No. E se portasse ad un mutismo schematico perfetto per chi in realtà non si è costruito nulla da dire?

Visto che il tutto si sta facendo molto noioso inserisco l'esempio che mi ha fatto pensare a tutto questo.
Trattasi proprio del boom mediatico di Bello Figo Gu.

Non so quanti di voi conoscano questo personaggio. Vi basti sapere che è legato ad Andrea Diprè e tutto quel mondo lì.

La mia critica è proprio alla critica che viene rivolta a questo fenomeno. Si tratta di un ragazzo come tanti, invece che provare a fare il grande fratello dice alcune parole (un numero tipo sei o sette) su una base musicale. Non sono un bacchettone e non ho nessun interesse a fare critiche tecniche (a mio avviso fuori luogo), semplicemente sto descrivendo in maniera schietta un personaggio senza nessun apparente talento, che sfrutta i nuovi canali mediatici per ottenere notorietà. Come ce ne sono a MILIARDI. Non nego né che ci rido su, né che mi capiti di ricanticchiarlo, ma io se sento due colpi di clacson che vanno a tempo comincio a canticchiarli, quindi non faccio testo.

Questo è esattamente il punto dell'editoriale dove i troppi temi toccati potrebbero confluire creando un gran casino.

Quindi, dicevo, muovendosi in giro per la rete, scopro che questo personaggio (come altri prima di lui) ha un vero ritorno da tutto questo. Tutto l'hype che si crea genera curiosità, quindi genera richiesta, dappertutto, non solo su youtube, anche nei locali. Che facciamo? Organizziamo una bella serata, magari con un migliaio di paganti. E che si scopre? Che la serata va alla grande. Forse c'è qualcosa, come diceva Tozzi (il grandissimo Tozzi, vado subito a definirlo) che ci prende in giro. Immeritato? Assolutamente no! Sono invidioso? Ma certo!
Non del successo perché sono ansioso come se vivessi costantemente in procinto di fare bungee jumping, ma sicuramente dell'interesse che genera, questo certo che mi rende invidioso. Che devo fare, lo ammetto.

Sono invidioso e curioso. Vorrei capire, perché penso: il punto di vista che avrò io sarà condiviso, avrò qualcuno con cui parlarne, perché lo so, io mi trovo bene a parlare di queste questioni, e parlandone tanto, facendo uscire tutto, senza preoccuparsi della sintesi, possono uscire fuori un sacco di concetti interessanti, anche se si parte da Bello Figo Gu.

Ma la critica qual è? Che cosa pensiamo di questi fenomeni? Nella maggiorparte dei casi ci ridiamo sopra e facciamo bene, ma quando ci lamentiamo? Cosa esce fuori? Insulti lapidari e magari anche razzisti. Maluccio come critica. Ma peggio c'è, c'è di peggio. C'è la critica del qualunquista.

"Mamma mia l'Italia quanto è caduta in basso....."

E basta. Questo tipo di reazione non avrà mai l'effetto che l'autore della frase ha in mente. Almeno non nei miei confronti, è inutile, è vuoto, è tutto ed è niente. Mi fa cagare. Non mi trova d'accordo. Non porta a niente. La sintesi se l'è mangiato. Il commento sul sito, l'SMS, il saluto, la telefonata veloce dell'operatore, il telegramma, l'augurio, l'in bocca al lupo, il voto a un film.

Ci sta mangiando.

Nessuno si aspetta dei trattati di sociologia su youtube, ma mi viene il dubbio che le gente cominci a capire e distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da cosa è sbagliato, ma forse non sappia bene il perché.

Proprio per questo dilungarsi non è sempre sbagliato, proprio perché la sintesi non sempre è la soluzione. Perché io e te possiamo essere tutti e due atei e scoprire che non la pensiamo lo stesso in maniera uguale. Lo sanno tutti che il fondamentalismo è il male del mondo.

Quindi tu, se hai letto questa marea di cazzate, che in fondo è quello di cui amo parlare perché sono alla base dell'esistenza, se puoi, chiedimi e spiegami, per favore.
E se puoi dimmi che non sei d'accordo che son più felice. Ricordati sempre che non rileggo però!

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editoriale di soulonice

Nel nostro paese, il “fumetto” ha sempre avuto grosso successo e una larga diffusione.
Basti considerare come, ad esempio, in Italia la Disney abbia storicamente ottenuto seguito secondo solo a quello ottenuto negli USA.

Personaggi del mondo dei fumetti come Superman, in origine conosciuto nel nostro paese come Nembo Kid, e Batman sono popolari in Italia da oltre mezzo secolo.
Nel tempo, poi, ha avuto modo di svilupparsi e consolidarsi anche una traduzione fumettistica tipicamente italiana, di cui Tex Willer e Dylan Dog, rappresentativi di due diverse generazioni, costituiscano le pubblicazioni più celebri.

Tutti questi sono comunque personaggi generalmente portatori di valori positivi. Nessuno di questi (oddio, in realtà la figura di Batman meriterebbe di essere oggetto di considerazioni a parte) avrebbe caratteristiche che si discostino da quelle della figura tipico dell’eroe tradizionale.
Ovviamente anche i personaggi classici della Disney costituiscono dei modelli positivi. Dei modelli, del resto, in cui sia difficile identificarsi.

Questo accade per diversi motivi. In primo luogo è evidente che sia oggettivamente difficile identificarsi in Topolino o in Tiramolla, soprattutto se si abbiano più di sette-otto anni. Ma questo è solo un aspetto secondario della questione. E’ chiaro, difatti, che i processi di identificazioni si concretizzino più facilmente con dei modelli imperfetti; tutti, guardando al mondo della fantasia, preferiscono identificarsi piuttosto che con il “buono”, invece con un personaggio negativo; sì, deve essere un eroe, ma allo stesso tempo deve pure avere delle macchie e dei problemi con se stesso da risolvere.

Questo è naturale. Perché tutti noi abbiamo dei problemi; perché probabilmente oggi, in una società sempre più globalizzata, siamo tutti portati a affrontare primariamente noi stessi.
Nella nostra personale solitudine, innanzi a un mondo così grande e dove tutto appare alla portata di mano, ci rendiamo conto che combattere contro tutto e tutti sarebbe inutile; ci rendiamo conto di non avere realmente dei nemici, perché tutti quelli che ci circondano in realtà di noi se ne fregano.
L’unico vero nemico, il nostro nemico siamo noi.

Gli eroi di fumetti di oggi ci insegnano a combattere una lotta contro la nostra stessa identità, contro quelli che sono i nostri problemi e i nostri limiti strutturali.
Anch’essi, infatti, fingono di combattere dei nemici spietati, ma i cattivi, i vari Joker e Magneto, questi non sarebbero alla fine meno spietati e cattivi degli stessi eroi che così affannosamente appaiono cercare in tutti i modi di rovinare i loro piani.

Cosa possiamo imparare, oggi, da questi eroi/antieroi?
Le loro imprese eroiche non sono altro che una parodia di come dovremmo quotidianamente, nella nostra normale esistenza, cercare di migliorare noi stessi, di superare i nostri limiti e, infine, battere idealmente il nostro unico vero nemico: che poi saremmo noi stessi.
Ma è altresì indubbio questa lettura individualistica, tipica poi dell’eroe, sia figlia di una visione negativa relativamente al genere umano e, in particolar modo, per quanto riguarda le relazioni e le interazioni tra gli esseri umani.

Tutti gli eroi portano una maschera, conta poco se la loro identità sia universalmente nota o meno, ma tutti questi, tutti questi eroi portano una maschera.
Che poi sarebbe questa maschera, questo nascondersi agli altri, la causa principale della loro sofferenza.

Del resto gli eroi dei fumetti svolgono azioni ripetitive. Questi vestono sempre allo stesso modo, perché sono degli insicuri, e le loro serie non hanno mai fine perché essi non addivengono mai a una soluzione finale delle loro problematiche. Né, altresì, nel corso degli eventi che si succedano di pubblicazione in pubblicazione, possiamo generalmente rilevare un superamento di se stessi. La situazione di partenza ad ogni nuova avventura è sempre la stessa e, solo alla fine di questa, avviene un superamento, una vittoria, un risultato positivo. Ma la loro è un’esistenza circolare. Saranno sempre punto e daccapo.

Naturalmente pure nella vita reale è impossibile addivenire a un punto di arrivo che sia definitivo; ci possiamo infatti attaccare a delle persone e degli eventi come alle cose; ma ogni giorno dobbiamo impegnarci per superare ciò che siamo stati il giorno precedente.
Dobbiamo farlo perché è la nostra natura; perché questo è tipico della natura degli esseri umani. A differenza di Batman e Superman, de l’Uomo ragno, noi possiamo spezzare questo circolo e proseguire la nostra esistenza in linea più o meno retta, ma comunque infinita.

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editoriale di Bartleboom

“Qual è la sofferenza che non può essere condivisa?" (Don De Lillo, “Cosmopolis”, 2003)

"I've been living so long with my pictures of you that I almost believe that the pictures are all I can feel" (The Cure, "Pictures oy you", 1989)


Mia sorella è più grande di me di sei anni.

Ciò ha, e ha avuto, molteplici ripercussioni sul nostro rapporto. Non ultimo il fatto che quando lei era in preda alle turbe pubero-adolescenziali, io ero un moccioso curiosone e scemo.

Al tempo, mia sorella teneva un diario: era un quaderno rosa, con la copertina rigida e un piccolo lucchetto, sul bordo, con cui poterlo sigillare e tenerlo lontano dagli sguardi indiscreti. Soprattutto quelli di un fratello, curiosone e scemo, di sei anni più piccolo.
Ricordo di averla spiata, non so quante volte, mentre passava pomeriggi interi a scrivere su quel maledetto quaderno.
E, appena usciva di casa, mi fiondavo nella sua camera, sperando che si fosse dimenticata di chiudere il lucchetto.
Solo di recente, a distanza di quasi trent’anni, ho scoperto che in quel periodo si era presa una cotta pazzesca per un suo compagno di classe e che, su quel diario, scriveva ogni giorno i suoi tormenti di quindicenne perdutamente innamorata e non corrisposta.

Il 31 agosto 2014 un hacker è entrato nei profili iCloud di alcune famose attrici hollywoodiane e ne ha prelevato un discreto numero di foto private, per lo più di contenuto caliente, per poi pubblicarle in rete.

E si potrebbe stare ore a parlare di violazione della privacy, della morbosità e della cattiveria delle persone che sono corse a scaricare e a diffondere quelle immagini, dei social network impazziti e di sicurezza informatica.
Però forse il problema è anche che, a ben vedere, non abbiamo più un posto in cui custodire quello che vorremmo che rimanesse davvero “segreto”.
Un luogo “solo nostro”, privato, inaccessibile a tutti.

E possiamo dare la colpa a Bill Gates che si pastrugna a guardarti la cronologia del pc, a quel cornuto di Zuckenberg che ti conta le faccine che mandi con whatsapp, alla polizia che ti ascolta le telefonate e poi ti leggono le trascrizioni con le voci simulate a Studio Aperto, prima ancora che lo sappia la Procura.

Ma forse il problema è anche che, sotto sotto, siamo noi i primi a non volere che questo posto “solo nostro” esista.
Su Facebook pubblichiamo aggiornamenti di stato in cui riversiamo le nostre ansie, le nostre paure, i nostri successi e le nostre speranze.
Su Instagram, le foto dei nostri figli appena partoriti, dei nostri matrimoni e delle nostre vacanze.
Abbiamo gruppi di whatsapp con i colleghi di lavoro, i compagni di scuola e i vicini di casa.
La logica del “sei ciò che condividi” ha instaurato un meccanismo perverso per cui sentiamo la necessità di far sapere sempre e comunque ciò che ci succede al maggior numero di persone possibile.
Come se l’intensità di un’esperienza dipendesse non da quello che ci fa provare, ma da come viene accolta dagli altri, dalle reazioni che riesce a suscitare.

Abbiamo perso il gusto per l’intimità e l’abbiamo sostituito con il narcisismo di chi misura l’empatia e la solidarietà con il numero di “mi piace”, senza capire che in questa maniera stiamo distribuendo tranci delle nostre vite a chiunque ne voglia prendere un pezzo.

Tutti ora parlano di Jennifer Lawrence e delle sue poppe da sballo.
Ma tutti noi ci “spogliamo” quotidianamente e mostriamo e condividiamo ogni giorno il nostro intimo e il nostro privato, facendolo rimbalzare in giro per il mondo, dandolo in pasto alla gente.

Continuiamo a scrivere diari, proprio come mia sorella faceva più di 30 anni fa. Solo pensiamo di non avere bisogno di lucchetti.


Immagine di copertina: "Slide to unlock", Evan Roth, 2012.

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editoriale di algol

Spiaggia

Sul lettino alla mia sinistra sculetta giovane madre tanoressica e pheega di legno dall'epitelio color Plasmon, sugli avambracci tatuati i nomi dei figli. Un classico, quante volte ci capita di scordare come si chiama la propria creatura, "And... no, macheccazz…" uno sguardo al braccio "Ah sì… Andrea corri subito qui!".

Pratico, efficace.

Alla mia destra manzo slavo: insulso pene tribale intarsiato sul polpaccio, spalle con fregi che suscitano in me sentimenti a cavallo tra lo sconcerto e l’irrefrenabile ilarità; non si capisce checcazzo raffigurano neanche potessi esaminarli a un centimetro di distanza coadiuvato dal team di CSI Miami.

Poi alzo il coolo e comincio a passeggiare sul bagnasciuga… in ordine sparso:
Cavolfiore (Jesus … non potevano essere rose).
Spongebob, i pinguini di Madagascar e Scooby-Doo sullo stesso braccio di adulto padre di famiglia.
Testa di tigre contornata da foglie di lattuga.
Vagina alata.
Cubitale messaggio su schiena costellata da nefandezze assortite che così recita:
"ONLY GOD CAN JUDGE ME"
...si, certo, e non sarà un responso benevolo ...coglione!!!

Incrocio una signora albina con il naso ustionato, l'ossido di zinco di cui è cosparso lo rende della medesima surreale tonalità rosa Barbapapà del costume... probabilmente camminando sono giunto sino al set del prossimo episodio della serie Star Wars senza rendermene conto, rapito da cotanta estasi estetico / antropologica.

Sparite tutti cazzooooo

Basta, per sublimare tutta la mia indignazione vado immediatamente ad erigere un enorme membro di sabbia!

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editoriale di soulonice

Oggi pomeriggio, ventiquattro marzo (ndr), Repubblica ha pubblicato una rassegna fotografica di una giovane fotografa coreana, Ji Yeo, che documenta gli orrori della chirugia estetica sul corpo delle donne. In breve, pare che la chirurgia estetica in Sud Corea sia una specie di rituale di massa, tanto che nella sola capitale vi si sottoponga in media una donna su cinque tra i 19 e i 49 anni. Il progetto di Ji Yeo vuole quindi essere un monito, un invito alle donne ad accettare se stesse e allo stesso tempo praticamente una stigmatizzazione, una demonizzazione della chirurgia estetica.Bene, diciamolo subito: l’intento di Ji Yeo è lodevole. Tutti, ma proprio tutti, a prescindere dal proprio sesso e dalla propria età, dovremmo imparare ad accettare e, perché no, ad apprezzare noi stessi e quello che siamo. E’ solo attraverso un percorso di pacificazione interiore, infatti, che possiamo realmente ottenere quello che vogliamo, che possiamo alla fine acchiappare, stringere quella immagine di noi che più crediamo ci rappresenti. In questo senso, è tutta una questione di testa; bisogna fare sì che questa, la testa, si allinei con il corpo, che ci sia una perfetta armonia ed equilibrio tra i nostri pensieri e la nostra struttura fisica. E’ un processo difficile e che potrebbe richiedere tutta la vita; che richiede necessariamente tutta la vita, se consideriamo che, come uomini, siamo per questo portati a mutare, a crescere e modificare continuamente nel corso del tempo i nostri pensieri e le nostre idee.

Ma questo è solo un aspetto della questione. L’altro aspetto, infatti, riguarda più strettamente la chirurgia estetica e il ruolo che questa ha assunto nella nostra società oggi; il ruolo cui questa sarà destinata nella società di domani. Perché siamo invitati tutti a modificare il nostro atteggiamento di naturale diffidenza nei confronti della chirurgia estetica e questo a partire da oggi prima ancora che dal domani più prossimo.

Mettiamo da parte le cosiddette problematiche di natura estetica e quelli che potrebbero da subito essere i nostri pensieri più materiali. Io stesso, in prima persona, sarei subito pronto ad ammettere di preferire un bel paio di tette nature al 100% che quelle mega-siliconate della televisione. Pamela Anderson, per dire, non mi è mai piaciuta, eppure vi posso garantire di non avere mai avuto dubbi circa la mia sessualità. Oddio, forse qualche volta sì, ma sicuramente non perché io non mi sia mai eccitato guardando Pamela Anderson.

Qualche anno fa, due o tre, sono stato molto colpito dalle dichiarazioni di Angelina Jolie. La nota attrice di Hollywood, peraltro figlia del grande Jon Voight (è quello di Un uomo da marciapiede! Lo dico perché l’ho scoperto solo di recente), dichiarò pubblicamente di essersi sottoposta a un intervento di chirurgia estetica presso una c linica privata di Hollywood. L’intervento, nello specifico, fu un intervento di mastectomia; in pratica la famosa attrice si fece togliere entrambi i seni perché, secondo il parere dei medici e pure considerando dei gravi precedenti in famiglia, questa sarebbe stata soggetta a elevate percentuali di rischio di cancro al seno e alle ovaie. Di conseguenza, ha proceduto a un intervento di chirurgia estetica per “ricostruire” il seno e quanto tolto precedentemente.

Naturalmente, a queste dichiarazioni, fecero seguito da una parte cori di approvazione e di comprensione delle problematiche sollevate e ammesse pubblicamente dall’attrice; dall’altra non mancarono e non mancano ancora oggi altre tipologie di atteggiamento, volte a demonizzare il fatto e a parlare quasi con orrore di quanto avrebbe fatto la Jolie, colpevole secondo molti pure di aver diffuso e generato delle idee sbagliate nei confronti del pensiero e dell’opinione pubblica.

Ora, è evidente io non sia un medico; nonostante io abbia vissuto direttamente e nella mia famiglia casistiche assai simili e pure più gravi a quelle che furono le vicende di Angelina Jolie, non posso e non mi permetto assolutamente ancora oggi di avere la pretesa di formulare un pensiero medico che io stesso possa ritenere in qualche modo attendibile. So, tuttavia, che stigmatizzare e demonizzare l’importanza della medicina e, in questo caso specifico, della chirurgia, pure estetica, sia un atteggiamento oscurantista e assolutamente negativo. Perché l’importanza della chirurgia, pure estetica, nella nostra società è destinata a crescere e questo pure giustamente, ove questa possa risolvere dei problemi che non siano semplicemente estetici e frutto del desiderio impossibile di personalità eternamente insoddisfatte; ma questa volta veramente destinate a salvare nel concreto l’esistenza fisica e spirituale degli individui.

Solo venti, anzi trenta anni fa, assistevamo alla ricostruzione della mano di Luke Skywalker come se fosse un miracolo, qualche cosa di impossibile; oggi la medicina e la chirurgia ci insegnano che molte cose che solo ieri ci apparivano impraticabili potrebbero invece essere fatte. Che si possono salvare delle vite umane, pure facendo degli atti che, apparentemente, potrebbero apparire blasfemi, delle vere e proprie violenze e orrori commessi sul proprio corpo. Eppure, chi lo sa, un domani tutte le donne potrebbero avere dei seni artificiali; perché no? Perché non dovrebbe essere così, se questo potrebbe impedire loro di morire o, almeno, di vivere una vita più sana. E’ veramente così terrificante questa cosa? No, non sto cercando di convincere nessuno di questa cosa e della bontà dell’operazione cui si è sottoposta Angelina Jolie. Anche io del resto, poche righe più su, mi sarei effettivamente macchiato di una certa forma di qualunquismo, dichiarando candidamente di preferire delle tette naturali al 100%. Questa cosa, questa mia ammissione, fino ad oggi, potrebbe essere pure lodevole. Fino ad oggi. E se domani, invece, fosse in qualche discriminatoria? Forse dovremmo tutti rivedere i nostri preconcetti, la nostra idea di “orrore”.

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editoriale di Bartleboom

Colpo di calore, strano di questi tempi: febbre, delirio e ti incavoli per la sfiga. Quattro stagioni: la più attesa, amata e odiata è l’Estate e mi chiedo spesso il perché.

Non sarò l’unica persona al mondo a non amare visceralmente questo periodo: caldo, afa, zanzare, sudore, stress, obbligo al divertimento sfrenato, obbligo all’abbronzatura che fa Tanta Salute (e melanomi!), notti lunghe al Karaoke (ma perché?), cibi esotici e “afrodisiaci” (ché devi cuccare!), liti in famiglia per cosa fare, dove andare e con chi… non continuo, sarebbe una seconda Hiroshima.

Eppure i ricordi dell’adolescenza non sono conditi da tanta insofferenza, magari da Noia, pure tanta, ma salutare, indispensabile Noia in quelle sere assolate e afose che non ti permettono di fare nulla (o erano i genitori che ti bloccavano in casa a sudare sul letto della tua stanza?) e che comunque ti servono per crescere, capire, porti domande sopite, le cui risposte non vorresti dare…

Il tutto è forse più comico che tragico, ma la mente ricorda a modo suo, è risaputo, e spesso ti confonde rendendo insipidi alcuni ricordi, come eccessivamente sublimi altri: in sintesi, ti fai fottere dai ricordi!

L’estate è un appuntamento obbligato, dipende da come ti trova: è un po’ crudele pensare che quando uno muore lascia dietro di se scatole di pasta aperte, latte in frigo inacidito, rotoli di carta igienica iniziati, eppure è proprio così le cose di tutti i giorni ti sopravvivono e tu non puoi farci niente; la terza stagione dell’anno, allo stesso modo, arriverà puntuale (più o meno) e farà le sue vittime senza preoccuparsene, come sempre, e tu non puoi farci niente.

Non ho il tempo di rileggere o di correggere lo scritto, qualcuno ha chiamato il 118 e la Neuro-Deliri è già sotto casa mia: saluti a tutti, carissimi, spero che almeno lì funzioni l’aria condizionata...

Ho solo il tempo per un pensiero: che splendida foto verrà abbinata, sempre che...

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editoriale di carlo cimmino

Ho un fratello più piccolo di me di dieci anni. Poiché io ho (quasi) trent’anni, significa lui ne abbia venti. Naturalmente questo gap di dieci anni che prima avrebbe potuto apparire incolmabile, durante gli anni della mia adolescenza, oggi in termini anagrafici è più o meno irrilevante. Certo, sono il fratello maggiore, i ruoli sono comunque definiti, ma, a parte il fatto lui sia un ragazzo decisamente in gamba, devo dire di non essermi mai posto nei suoi confronti come un modello impareggiabile e irraggiungibile. Al contrario, anzi, forse ho assunto sempre un atteggiamento troppo opposto e comunque allora troppo negativo; forse mi sono sempre mostrato troppo facilmente accessibile. Non lo so, ma comunque non è questo il punto.

Naturalmente, infatti, ho con lui un buon rapporto da pari, così come posso dire e sostenere di avere un ottimo rapporto anche con i suoi amici. Inoltre, questa cosa mi spinge comunque a confrontarmi e considerare miei pari anche chi abbia dieci anni meno di me, che, per carità, non sono affatto tanti, ma dobbiamo comunque considerare come, generalmente, i ragazzi, quindi anche i ventenni, siano generalmente sottovalutati e considerati poco attendibili e interessanti da chi abbia dieci, venti, più anni di loro. Questo, devo dire, non è il mio caso e, a fronte di comunque giuste differenze di età e questo relativamente il modo di aprocciare a determinate cose e alla vita in generale, faccio sempre corrispondere quello che può costituire un atteggiamento di apertura a un confronto che sia in ogni caso positivo, assolutamente alla pari.

Quello che voglio dire, in pratica, è che non accade sempre così. Molto spesso, anzi, chi è “più grande” si pone sempre, presso i più giovani, come un modello di vita e comportamentale. E’ come se, traendo rispetto e ammirazione dai più giovani, costituendo per loro un indiscutibile punto di riferimento, questi acquisisse ancora più sicurezza. Come se la sua “grandezza” si misurasse, si accrescesse, si gonfiasse, anzi, proprio grazie a questa cosa. Questa cosa, è chiaro, accade nel confronto tra i ragazzi e i propri genitori, nell’eterno contrasto tra il desiderio di emulazione e le spinte oppositive; ma accade, sovente, anche quando questi, i ragazzi, si rapportino con chi sia immediatamente loro più vicino, quindi i loro fratelli maggiori, delle conoscenze che abbiano più anni di loro.

Questa cosa, è evidente, potrebbe costituire, sotto determinati aspetti, una cosa positiva. E’ chiaro che chi è più grande abbia dalla sua un bagaglio di esperienze e di conoscenze che per un ragazzo possano costituire un bagaglio importante, una vera risorsa cui attingere in tutti i campi della sua vita di tutti i giorni. Tuttavia, molto spesso quello che si viene a creare è invece una relazione più o meno stretta e assolutamente negativa.

Allora, se analizziamo gli ascolti dei ventenni di oggi, possiamo considerare come (parliamo sempre di ascoltatori di musica rock e nel senso più generico possibile della definizione) questi oggi ascoltino generalmente più o meno le stesse cose che io, ma pure chi ha qualche anno più di me, ascoltavo quando avevo la loro stessa età. Quando mi confronto, anzi, con dei ventenni, mi sento quasi in colpa quando dico loro che i vari Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Soundgarden e Alice In Chains oggi non mi comunichino più niente. Dentro di me, anzi, considero e lego queste band a un determinato periodo della mia esistenza. Comunque ritengo appartengano al passato e che, a torto o a ragione (qui entrano pure in gioco le valutazioni soggettive e, come tali, sempre indiscutibili), fossero delle band oggettivamente commerciali e dai contenuti musicali e lirici pure parecchio banali.

Non rinnego il mio passato e i miei ascolti passati, ovviamente; dico solo che questi siano appartenuti a una determinata fase storica della mia esistenza (che considero negativa, ma non è questo il punto) e che da ragazzo, in mancanza di internet e pure di un qualche tipo di confronto e di patrimonio di conoscenze che mi guidasse, tutte queste band mi apparivano grandiose e, probabilmente, lo erano perché erano comunque qualche cosa in cui mi identificavo. Mi ci identificavo perché erano sulle riviste e alla televisione; era qualche cosa che faceva parte di me e della mia generazione e allora mi ci rifugiavo.

Il loro effettivo valore artistico, tuttavia, ritengo fosse discutibile e, senza contare questa possa essere una considerazione opinabile, mi sorprende, trovo assurdo queste band siano oggi, a distanza di quindici o vent’anni popolari e ascoltate dai ragazzi più giovani. E allora penso che questo non accada tanto per il loro valore storico e immortale, immortalato nel senso di stabilmente alto nonostante il passare del tempo; credo piuttosto che la generazione dei ventenni sia in qualche modo comunque inevitabilmente affascinata dalla generazione loro immediatamente precedente.Un fascino che tuttavia considero negativo; perché ritengo sbagliato, deviante sopravvalutare ciò che è stato, soprattutto a fronte di una considerazione negativa di tutto ciò che ti circondi e che faccia parte della tua generazione. Oddio, questo non significa accettare tutto, ma non significa neppure assumere un atteggiamento di rifiuto a priori.

Questi ragazzi, insomma, sono stati fregati, oppure si sono fregati, si fregano con le loro stesse mani, ma la colpa, diciamocelo, è pure nostra. E’ colpa nostra che non diciamo loro le cose come stanno veramente. Diciamoglielo, insomma, a questi ragazzi che band come i Pearl Jam e i Soundgarden erano vera spazzatura, comunque non erano meglio di quanto potrebbero oggi essere considerate altre band americane. Smettiamola di prenderli per il culo e siamo onesti con noi stessi; è stata, è una generazione, la nostra, difficile, che ha sofferto e che soffre parecchio perché, anche perché vittima e protagonista di un cambiamento epocale ancora affatto compreso da larghi strati della popolazione e dei vertici dirigenziali a tutti i livelli del nostro stato.Ma guardiamo ai più giovani con il giusto senso critico: insomma, smettiamola e diamo anche loro la possibilità di sbagliare, ma di farlo con la loro testa.

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editoriale di Bartleboom

Il reato di diffamazione è previsto dall’art. 595 del Codice Penale, che punisce chiunque, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione.
In pratica, se io dico pubblicamente che Tizio è, chessò, un “citrone” (da intendersi come qualsiasi offesa pesantissima che vi viene in mente) commetto un reato.
Tanto per chiarire: per “pubblicamente” si intende che la mia affermazione è idonea a raggiungere almeno 2 persone oltre l’offeso.

Bene.
Fino a qualche anno fa, se un qualsiasi utente vi avesse dato del citrone su Deb, non avreste potuto fare nulla.
Meglio: lo avreste anche potuto denunciare e/o citarlo in giudizio per chiedergli i danni, ma molto probabilmente non se ne sarebbe fatto nulla: il PM avrebbe chiesto l’archiviazione e l’Avvocato della difesa avrebbe avuto gioco facile nel sostenere che, in realtà, non c’era alcun danno concretamente risarcibile.
Perché internet era roba per reghezzini, una giungla dove più o meno tutto era concesso, che tanto lì mica ci sono le cose serie.

Ultimamente, però, le cose stanno un po’ cambiando.
Nel senso che sempre maggiore attenzione viene riconosciuta anche a ciò che succede sull’internet.
In pratica, è ormai ritenuto pacifico che ciascuno di noi viva un’esistenza “virtuale”, fatta, alla pari di quella “reale”, di relazioni, legami, dinamiche e, perché no, reputazione.
E visto che, da un lato, rappresenta una fetta sempre maggiore della nostra quotidianità e, dall’altro, spesso finisce per avere ripercussioni sull’esistenza reale, questa “esistenza virtuale” deve ritenersi meritevole tutela.
E il motivo di questo cambiamento è tra i più banali: una bella fetta di giudici, sia civili che penali, è gente di 35-40 anni. Gente, cioè, che ha dimestichezza con lo strumento informatico, è iscritta ai social network, partecipa a forum, segue o addirittura scrive su blog. Gente, quindi, che SA perfettamente cosa vuol dire trovare sul proprio diario FB un commento diffamatorio o avere a che fare con un troll o un molestatore che fa girare mail del cazzo sul tuo conto.

Nei primi anni di frequentazione di debaser (si parla del 2004-2005), mi è capitato spesso di leggere commenti di questo tipo:
Utente A: “Io su questo sito c’ho una certa reputazione!”
Utente B:” Ma quale reputazione, citrone! Che reputazione vuoi avere su un sito internet!?!”
Al tempo, ero solito dare ragione all’utente B.
Oggi come oggi, però, non ne sarei poi tanto sicuro…

Facciamo un esempio.
Io, sig. Bartolomeo Boom, sono su questo sito da circa 9 anni.
Ho scritto recensioni che sono state bene o male apprezzate, sono stato parte attiva dello staff editante, diversi utenti sono miei amici nella vita reale, molti hanno il mio numero di cellulare, alcuni hanno dormito a casa mia.
Insomma: io qui ci sto bene, mi diverto, voglio bene a molta gente e molta gente (penso) mi vuole bene.
Debaser, così come i forum, i siti in cui ci si registra e si lasciano commenti, sono a tutti gli effetti delle micro comunità: se le si frequenta per un periodo sufficiente di tempo, si imparano a riconoscere le personalità e i gusti degli altri utenti, le dinamiche relazionali, gli equilibri.
Questa cosa ha degli effetti senz’altro positivi, perché, ad esempio, ormai so che se un disco o un film piace a Caz o a Nes, quasi sicuramente piacerà a anche a me.
Ma questa cosa ha anche degli effetti “negativi”, perché ormai se vedo in HP una recensione di Minogue33, o come cacchio si chiamava quello là che non si fa vedere da un po’, già so che ci troverò delle puttanate da togliere il fiato.
E questa, secondo me, non può che definirsi “reputazione”.
Magari una forma più blanda di quella che ognuno di noi ha nel mondo reale, ma comunque “reputazione”.

Facebook, poi, ha contribuito a rompere quella sorta di “quarta parete” o come cavolo si chiama quella roba lì, che separa(va) Bartleboom e “Mario Rossi”, tant’è che credo che la stragrande maggioranza degli utenti ormai sappiano quali siano i miei veri nome e cognome, che lavoro faccio, dove abito, la mia situazione sentimentale e robe del genere.
In pratica, si può legittimamente sostenere che Debaser sia parte integrante non solo della mia esistenza virtuale, ma anche della mia vita reale.

Diciamo che domani arriva un qualsiasi utente e si mette a scrivere falsità su di me, inteso come utente Bartleboom. Mi offende, mi denigra, mi accusa ingiustamente di non so immaginare quale porcheria (tengo a precisare sin d’ora: non sapevo che quell’iguana fosse maschio e, in ogni caso, mi aveva detto di essere maggiorenne…).
Beh, per come stanno le cose, secondo me il reato di diffamazione è configurato di brutto.
E, sempre secondo me, avrei pure diritto ad un risarcimento.

Sono stato offeso pubblicamente in un contesto, una comunità (Deb) in cui, che piaccia o no, ho finito per crearmi una “reputazione”.
Magari il fatto mi porterà a non volere più frequentare un sito che mi ha sollazzato per anni. In pratica, sarò costretto a rinunciare – contro la mia volontà – ad un’attività che mi dava piacere.

Che magari può sembrare comunque una cazzata, ma se davvero, per colpa di qualche cretino, non potessi più mettere piede qui dentro, le balle mi girerebbero non poco.
Poi magari non farei mai causa o non presenterei mai una denuncia.
Ma questo non significa che non ci sarebbero i presupposti per farlo.

Ho fatto l’esempio della diffamazione perché è quello più tipico e frequente, ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto anche per altre ipotesi di reato, tipo l’ingiuria, le minacce, lo stalking etc.

Tutto questo per dire cosa?
Mah, tutto e niente.
Lo spunto per scrivere mi è venuto da un commento letto da queste parti qualche giorno fa, in cui un utente un po’ citrone, millantante il titolo di avvocato, sosteneva di vare fatto “partire” (?!?) una denuncia per “diffamazione pubblica” (?!?) e tutti lo avevano sfottuto di brutto.

Ebbene, io dico: non succede perché non succede.

Ma se succede…

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editoriale di Bartleboom

Il reato di diffamazione è previsto dall'art. 595 del Codice Penale, che punisce chiunque, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione.
In pratica, se io dico pubblicamente che Tizio è, chessò, un "citrone" (da intendersi come qualsiasi offesa pesantissima che vi viene in mente) commetto un reato.
Tanto per chiarire: per "pubblicamente" si intende che la mia affermazione è idonea a raggiungere almeno 2 persone oltre l'offeso.

Bene.
Fino a qualche anno fa, se un qualsiasi utente vi avesse dato del citrone su Deb, non avreste potuto fare nulla.
Meglio: lo avreste anche potuto denunciare e/o citarlo in giudizio per chiedergli i danni, ma molto probabilmente non se ne sarebbe fatto nulla: il PM avrebbe chiesto l'archiviazione e l'Avvocato della difesa avrebbe avuto gioco facile nel sostenere che, in realtà, non c'era alcun danno concretamente risarcibile.
Perché internet era roba per reghezzini, una giungla dove più o meno tutto era concesso, che tanto lì mica ci sono le cose serie.

Ultimamente, però, le cose stanno un po' cambiando.
Nel senso che sempre maggiore attenzione viene riconosciuta anche a ciò che succede sull'internet.
In pratica, è ormai ritenuto pacifico che ciascuno di noi viva un'esistenza "virtuale", fatta, alla pari di quella "reale", di relazioni, legami, dinamiche e, perché no, reputazione.
E visto che, da un lato, rappresenta una fetta sempre maggiore della nostra quotidianità e, dall'altro, spesso finisce per avere ripercussioni sull'esistenza reale, questa "esistenza virtuale" deve ritenersi meritevole tutela.
E il motivo di questo cambiamento è tra i più banali: una bella fetta di giudici, sia civili che penali, è gente di 35-40 anni. Gente, cioè, che ha dimestichezza con lo strumento informatico, è iscritta ai social network, partecipa a forum, segue o addirittura scrive su blog. Gente, quindi, che SA perfettamente cosa vuol dire trovare sul proprio diario FB un commento diffamatorio o avere a che fare con un troll o un molestatore che fa girare mail del cazzo sul tuo conto.

Nei primi anni di frequentazione di debaser (si parla del 2004-2005), mi è capitato spesso di leggere commenti di questo tipo:
Utente A: "Io su questo sito c'ho una certa reputazione!"
Utente B:" Ma quale reputazione, citrone! Che reputazione vuoi avere su un sito internet!?!"
Al tempo, ero solito dare ragione all'utente B.
Oggi come oggi, però, non ne sarei poi tanto sicuro…

Facciamo un esempio.
Io, sig. Bartolomeo Boom, sono su questo sito da circa 9 anni.
Ho scritto recensioni che sono state bene o male apprezzate, sono stato parte attiva dello staff editante, diversi utenti sono miei amici nella vita reale, molti hanno il mio numero di cellulare, alcuni hanno dormito a casa mia.
Insomma: io qui ci sto bene, mi diverto, voglio bene a molta gente e molta gente (penso) mi vuole bene.
Debaser, così come i forum, i siti in cui ci si registra e si lasciano commenti, sono a tutti gli effetti delle micro comunità: se le si frequenta per un periodo sufficiente di tempo, si imparano a riconoscere le personalità e i gusti degli altri utenti, le dinamiche relazionali, gli equilibri.
Questa cosa ha degli effetti senz'altro positivi, perché, ad esempio, ormai so che se un disco o un film piace a Caz o a Nes, quasi sicuramente piacerà a anche a me.
Ma questa cosa ha anche degli effetti "negativi", perché ormai se vedo in HP una recensione di Minogue33, o come cacchio si chiamava quello là che non si fa vedere da un po', già so che ci troverò delle puttanate da togliere il fiato.
E questa, secondo me, non può che definirsi "reputazione".
Magari una forma più blanda di quella che ognuno di noi ha nel mondo reale, ma comunque "reputazione".

Facebook, poi, ha contribuito a rompere quella sorta di "quarta parete" o come cavolo si chiama quella roba lì, che separa(va) Bartleboom e "Mario Rossi", tant'è che credo che la stragrande maggioranza degli utenti ormai sappiano quali siano i miei veri nome e cognome, che lavoro faccio, dove abito, la mia situazione sentimentale e robe del genere.
In pratica, si può legittimamente sostenere che Debaser sia parte integrante non solo della mia esistenza virtuale, ma anche della mia vita reale.

Diciamo che domani arriva un qualsiasi utente e si mette a scrivere falsità su di me, inteso come utente Bartleboom. Mi offende, mi denigra, mi accusa ingiustamente di non so immaginare quale porcheria (tengo a precisare sin d'ora: non sapevo che quell'iguana fosse maschio e, in ogni caso, mi aveva detto di essere maggiorenne…).
Beh, per come stanno le cose, secondo me il reato di diffamazione è configurato di brutto.
E, sempre secondo me, avrei pure diritto ad un risarcimento.

Sono stato offeso pubblicamente in un contesto, una comunità (Deb) in cui, che piaccia o no, ho finito per crearmi una "reputazione".
Magari il fatto mi porterà a non volere più frequentare un sito che mi ha sollazzato per anni. In pratica, sarò costretto a rinunciare - contro la mia volontà - ad un'attività che mi dava piacere.

Che magari può sembrare comunque una cazzata, ma se davvero, per colpa di qualche cretino, non potessi più mettere piede qui dentro, le balle mi girerebbero non poco.
Poi magari non farei mai causa o non presenterei mai una denuncia. Ma questo non significa che non ci sarebbero i presupposti per farlo.

Ho fatto l'esempio della diffamazione perché è quello più tipico e frequente, ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto anche per altre ipotesi di reato, tipo l'ingiuria, le minacce, lo stalking etc.

Tutto questo per dire cosa?
Mah, tutto e niente.
Lo spunto per scrivere mi è venuto da un commento letto da queste parti qualche giorno fa, in cui un utente un po' citrone, millantante il titolo di avvocato, sosteneva di vare fatto "partire" (?!?) una denuncia per "diffamazione pubblica" (?!?) e tutti lo avevano sfottuto di brutto.

Ebbene, io dico: non succede perché non succede.

Ma se succede…

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editoriale di kosmogabri

ARIETE
Nati tra il 21 Marzo e il 20 Aprile

Marte in opposizione e son dolori, caro segno di fuoco che cova sotto la brace, tormento e delizia, e la pazienza stringe. Intensità nelle emozioni di cuore, ma testa in fermento: troppa carne sul barbecue. Se non fosse per quella vena polemica, che le parole ti sono nemiche. Forse meglio una corsetta nel parco o nel bosco. Ogni giorno

TORO
nati tra il 21 Aprile e il 20 Maggio

Goditela che è il momento. Tarda primavera frizzante, anche se impegnativa sotto gli aspetti quotidiani, ma ben disposta all'estate incombente. Qualche momento tendente alla malinconia, ma con un asso nella manica: stato di salute leggero, voglia di buttarti in mare, nel sole, in vacanze da condividere con l'amore e le amicizie tue. Fanne riserva

GEMELLI
nati tra il 21 Maggio e il 21 Giugno

Con il piede in due staffe, tra espansività e chiusura a riccio, che mese tormentato, va e vieni! Mai fu la pigrizia più che benvenuta. Ritagliati (tanti) spazi di riposo. Dormire-ricaricare-sognare-scaricare. Bel dialogo - ma non strafare nelle sfogate - con le amicizie e in amore. Approfittane per farti consigliare. Tanto poi decidi tu.

CANCRO
nati tra il 22 Giugno e il 22 Luglio

Ma che inizio d'estate grandioso. Tra i favoriti del mese, procedi a botte di cuore e di testa, a destra e manca, senza colpo ferire. È il tuo anno, già lo senti sulla punta delle dita, ma è sempre utile ricordare che dopo questo, ce ne saranno altri. Riservare un angolo ai sogni, e sviluppare qualche 'piano b'. Che non si sa mai.

LEONE
nati tra il 23 Luglio e il 22 Agosto

Tutti i segni di fuoco sono sotto assedio in questi giorni, caro Leone. Mal comune, mezzo gaudio. Occhio ai colpi di testa, bellezza, tra passione ruggente e botte di pessimismo cupo. Non chiederti poi se ti tengono alla larga. Un alternarsi di emozioni, magari ne faresti volentieri a meno, ecco. Depurazione e riposo, fisico e mentale, e pulizie di primavera. Raccolta differenziata.

VERGINE
nati tra il 23 Agosto e il 22 Settembre

Eh, l'amore ti sta tenendo col fiato sospeso! Ma diciamo piuttosto che è Venere che ti mette sotto pressione, la stronza. Nel cuore in subbuglio per una delusione o un affetto complicato o mai dimenticato, ci si mette pure un calo di energia fisico. È il momento di accogliere il sole nel tuo giardino! E di potare quei rami che ne impediscono la luce. Un giardino vero come te ha bisogno di cure, acqua, luce e aria. Esserlo.

BILANCIA
nati tra il 23 Settembre e il 23 Ottobre

Sei ben disposto alla stagione, agli affetti, alla vita quotidiana, anche se qualche sprazzo di nervosismo ti accalappia e quasi non saiche dire, o magari hai già detto troppo, mannaggia. Niente di grave, solo piccoli incidenti di percorso, sei in una botte di ferro. Bene l'amore e le amicizie. Viaggi. Metti in pratica le tue strategie per stare meglio ancora. Tu sai come fare.

SCORPIONE
nati tra il 24 Ottobre e il 21 Novembre

Il segno del momento che tutto osa e tutto può, nella sua volontà straripante. Energia in calo per il resto del mese, ma con la testa in fibrillazione, ed è tutto in discussione. Il colpo di coda di Saturno ti ha rimesso in riga! Ma non senza qualche sacrificio. E non solo tuo. Però quanto è bello soddisfare la vanità. Prenditela comoda, almeno fino a metà giugno. Poi dopo, conterai i cadaveri.,Chi non risica, non rosica.


SAGITTARIO
nati tra il 24 Ottobre e il 21 Novembre

Tanto sentimento, ma quanto sei timido! Non temere, a breve la riscossa. Anzi, approfitta di Venere sorridente fino alla fine del mese per le relazioni, ma con tanto zen, che tutti gli altri sono in un vortice. E non consolarti con gli stravizi! Un vero sagittario sta sempre in forma, quindi buttati nell'estate. Ti aspetta una metà dell'anno che sarà una stagione nuova di vita. Preparati, allenati, studia, medita. Tempo di semina.


CAPRICORNO
nati tra il 22 Dicembre e il 20 Gennaio

Una botta di spiritualità latente ti ha preso in pieno ed ora sei in ambasce, che lo sai, a trascurare gli affetti non è bello. Ci si mette anche un certo nervosismo, e una certa intolleranza alle lamentele altrui. Consolati, può aiutare sapere che le stelle ci hanno messo il loro zampino? Sii sincero con gli affetti e te stesso e datti tempo. Riposo, riposo, riposo. Staccare la spina e passeggiate nel verde. Coi tuoi pensieri.


ACQUARIO
nati tra il 21 Gennaio e il 19 Febbraio

Che bella stagione dell'amore per te acquario! Fidati dei tuoi sensi, che loro sanno dove, come e quando. Osa e osa. Spazio al nuovo! Momento perfetto per rimetterti in forma, e per sparare tutte le cartucce. Anche per ricaricarti di belle emozioni che male non fa. Nuove conoscenze, e momenti di slancio fisico per niente male. Tra i favoriti dell'estate, stagione sensuale e appassionante. Cavalca l'onda.

 

PESCI
nati tra il 20 Febbraio e il 20 Marzo

Molto bene l'amore, e chi l'avrebbe mai detto, te pesciolino masochista che ami il dramma e il tormento, quasi non ci si crede che sei in grazia. E non ci credi neppure tu. È il momento di deciderti perché una sincronicità celeste tale nella tua sfera affettiva poche se ne vedono. Affetti, amicizie, famiglia, dà il tuo sorriso interiore. Pacificato, pacificherai. Carisma e forma fisica faranno il resto. A tutto tondo.





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editoriale di ilfreddo

Senza preavvisi, con l'incedere dell'autunno inoltrato, smise di nevicare come se fosse stato accidentalmente chiuso un rubinetto. Un bel problema per quella regione che, grazie al cosiddetto "oro bianco” e al progressivo sviluppo del turismo invernale, si era arricchita lasciandosi alle spalle un passato secolare di dignitosa povertà per lasciare posto a ristoranti segnalati della guida Michelin e alberghi di lusso a quattro e cinque stelle. Le prime festività, come un piccolo dramma, e una manciata di sparuti malati di sport che si contentarono di lingue di ghiaccio piene di sassi ed erba. Le finestre delle località turistiche si sarebbero dovute fotografare in quei giorni: gli scatti avrebbero mostrato un esercito di narici al freddo contatto dei vetri in speranzosa attesa. Niente. Molte preghiere, che insulto se rapportato alle quotidiane miserie del globo, vennero rivolte ai piani alti: l’essere umano, infatti, quando ci sono interessi personali in ballo diventa di una miopia imbarazzante. Le richieste, quindi, furono sì lanciate in alto ma è altrettanto vero che non furono raccolte e restituite in basso. O almeno non nel modo corretto.

Bisognava tornare indietro di molti anni per serbare una memoria visiva, una fotografia mentale, di un inverno sì stitico con pendii giallastri, lievemente imperlati solo dalla brina mattutina, all'inizio delle feste natalizie. Diversi impianti, grazie all'ausilio della neve programmata, funzionarono, ma la tristezza e la preoccupazione accrebbero progressivamente perché l’acqua dei bacini artificiali si stava esaurendo con rapidità. Un signore, un viso pieno di profonde e belle rughe, raccontò che nel secondo dopoguerra era capitata la stessa cosa e che, per tale motivo, non c’era da preoccuparsi perché "l'oro bianco", come sempre, sarebbe ricomparso. I climatologi, che è bene non confondere con i meteorologi, sostennero che un blocco improvviso dei fenomeni nivologici non era giustificabile con il riscaldamento globale: gli effetti, infatti, erano destinati a manifestarsi nel medio-lungo periodo ed in modo progressivo; come l'incedere di un'infida e lunga malattia degenerativa.  

La neve, poi, continuò a scendere altrove. La prossima luna, dicevano tutti, toccherà a noi. Venne cambiato il calendario e le giornate cominciarono ad allungarsi ma la siccità completa continuò imperterrita ed indifferente.

Il primo vero fiocco-lenzuolo cadde una fredda sera. Il bambino lo osservò scendere e lo vide posarsi sulla sua mano con la lentezza di una piuma. Gli occhi sgranati, non per l’attesa febbrile, che come ogni infante aveva covato per mesi. No, quello che lo rese per un tempo indefinito un blocco di sale, fu il colore del fiocco. Si stropicciò gli occhi azzurri e osservò meglio la sua mano aperta. Con due dita dell’altra prese quel fiocco, che si stavano sciogliendo al contatto con la pelle, e se lo mise in bocca: una sorta di pizzicotto.

La struttura, la consistenza e le proprietà sono identiche rispetto alla comune neve. L’unica cosa che è cambiata è il colore”. Il dispaccio venne salutato con entusiasmo contagioso. Nessuna spiegazione plausibile venne fornita per il mero mutamento della pigmentazione, ma quello che contava erano i metri di coltre soffice e farinosa che coprivano tutto salvando, apparentemente sul filo di lana, la stagione e le prenotazioni alberghiere.
Fu solo dopo tre giorni che la prospettiva cambiò radicalmente. Quella strana “neve” stava scendendo solamente in regione: appena al di fuori le stesse nuvole davano alla luce fiocchi convenzionali generando un numero infinito di punti di domanda tra esperti e non. E se è vero che la novità, almeno nel breve, attirò, fu altrettanto vero che si trattò di un fuoco di paglia. Le piste, tirate a lucido, rimasero progressivamente deserte. Certo, la regione pullulò di scienziati e quella porzione minuscola di mondo divenne una località sulla bocca di tutti. Il fatto di rappresentare un fenomeno unico al mondo rese inizialmente altezzosi ed orgogliosi gli abitanti che non si resero conto del fatto che era l'isolamento, e non la pubblicità gratuita, quella che stava incombendo su di loro come una ghigliottina affilata.

Di sera le luminarie sembravano spettacoli grotteschi da film dell’orrore perché il contrasto che la luce creava con quella cupa coltre era spettrale. Gli ultimi bambini lasciarono il paese piangendo: non riuscivano ad immaginarsi Babbo Natale in mezzo a questa soffice e fredda sporcizia. Un signore addirittura morì quasi di infarto mentre faceva un’escursione nella neve fresca. In un’intervista che rilasciò successivamente, e che diede il colpo di grazia alla località, affermò che gli sembrava di soffocare e di essere come inghiottito! - Mi reputo una persona razionale - continuava l'articolo - ma quel mare nero mi ha portato quasi al delirio e ho perso il sonno che, chissà quando ritroverò! Località maledetta!

Per quanto tenessero pulite le strade quella coltre rendeva il posto un paese reietto, come se una scopa di saggina avesse raggruppato proprio lì tutti i rifiuti del mondo.

Ed infine arrivarono gli avvoltoi, dapprima con cerchi molto larghi e poi sempre più stretti in attesa di poter banchettare sulla carne in rapida putrefazione. Calcoli astrusi e misteriose predizioni di fine del mondo di civiltà estinte piovvero da ogni dove, un ingorgo apocalittico, con ascolti da record per il godimento dei media che promossero senza ritegno e vergogna trasmissioni fotocopia di qualità ripugnante. La Chiesa non si fece attendere invitando i peccatori a redimersi in attesa dell'ormai prossimo Giudizio Universale invitando, in inchiostro simpatico, i peccatori a chiedere perdono: intestare le proprie proprietà a Dio, unito a cento Ave Maria, poteva essere un buon metodo per salvarsi. Si incrinò tutto, come una nave che in procinto di affondare comincia a rollare pesantemente sulle onde crescenti. I consumi collassarono, chiromanti, chiaroveggenti ed esperti del rapporto con il paranormale si fecero intestare case e risparmi. Il denaro, in poche settimane, perse quasi ogni potere nella quotidianità; le tasse non vennero più pagate da nessuno ed i servizi, per quanti si stenti a crederlo, divennero ancora più inefficienti del solito prima di collassare completamente. Le città come discariche a cielo aperto, i supermercati vennero presi d'assalto: centinaia di morti nella lotta del prodotto sullo scaffale. Scioperi a profusione perché, che senso aveva andare a lavorare? In un baleno, insomma, l'uomo tornò ad essere animale: spinto unicamente dall'istinto di sopravvivenza.

Il panico nelle strade, l’incapacità di mantenere equilibrio anche nelle stesse forze dell’ordine cominciò a dilagare in quanto divenne palese, per la maggioranza della popolazione del mondo, che si era messo in moto un processo irreversibile; alcuni, incapaci di sostenere il crollo della società e delle proprie vite, si affidarono a sette che invitavano, sempre dopo l'intestazione dei beni a loro favore, ad abbracciare l'arte del suicido di massa. A catena, come tessere del domino, tutto questo e molto altro si diffuse con velocità su tutti i continenti. Tutto ciò, è bene ricordarlo, per una mera variazione temporanea del colore dei fiocchi di neve.

Poi d’un tratto, senza un motivo scientificamente comprensibile, la neve tornò a scendere della colorazione giusta che fece calare sul globo un inquietante, imbarazzante e fragoroso silenzio.


(Liberamente ispirato allo spunto iniziale de “Le intermettenze della morte” e a "Cecità" entrambi scritti da Josè Saramago.)

 

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editoriale di soulonice

Uno dei temi più dibattuti nel nostro paese negli ultimi anni è stato sicuramente quello relativo a le intercettazioni. Il tema fu largamente dibattuto, perché se da una parte era evidente ci fossero interessi politici e dei cosiddetti “poteri forti” affinché venisse riformato in via limitativa e riduttiva l’intero apparato relativo alle intercettazioni telefoniche; dall’altro lato è pure vero che il tema della “privacy” in sé sia una questione sempre più sentita da parte de l’opinione pubblica.

Sempre più persone temono per la propria privacy; che ciò che li riguarda possa essere reso pubblico e manifesto agli occhi di tutte le persone e questa paura è chiaramente direttamente proporzionale allo sviluppo della tecnologia e l’invasione in ogni aspetto della nostra privata di forme e mezzi di collegamento alla intera rete e di comunicazione ventiquattro ore su ventiquattro. Il terrore, l’incubo de il grande fratello, quello prospettato dalla letteratura fantascientifica nel corso del secolo scorso, in qualche modo è oggi diventato una realtà. Attraverso internet e i computer, ma pure più semplicemente attraverso degli smartphone, siamo in tutti i momenti possibili connessi a una rete multimediale internazionale.
Le nostre informazioni personali, i nostri pensieri e le nostre parole sono facilmente tracciabili da chiunque e potrebbe bastare una superficiale ricerca su di un motore di ricerca potente e aggiornato come Google per ottenere un quantitativo di informazioni almeno sufficiente su chiunque.

Come se non bastasse, l’affermarsi dei social network, e di Facebook in particolare, ha definitivamente smascherato chi, pure spaventato dalla realtà che lo circondava, aveva deciso di rifugiarsi in questa realtà virtuale, su internet. Aveva imparato a celarsi dietro delle identità fasulle e navigava in questo mondo ideale e in qualche modo incontaminato e plasmabile a seconda delle sue intenzioni come se fosse stato il personaggio di un romanzo cyberpunk.
Allo stesso tempo, è innegabile che larga parte della popolazione mondiale trovi invece fantastico poter condividere i fatti propri con gli altri e, in modo delle volte incosciente, condivide sul web foto e immagini, pensieri e scritti, file audio e filmati video di qualità più o meno amatoriale.

Ammesso che ci sia, dov’è l’errore? Quando ci si deve preoccupare per la propria privacy, quando ci dobbiamo sentire in qualche modo invasi nella nostra intimità.

Da ragazzo mi sono avvicinato al mondo del web con i piedi di piombo, ritenendo che mi stessi addentrando in un modo in larga parte composto da falsità. Negli anni ho poi avuto modo di riconsiderare la mia idea e il mio modo di vedere le cose. Ritengo che il web sia in verità solo una estensione del mondo reale e che non potrebbe essere altrimenti. Non ha una vita propria, ma tutto ciò che lo sostiene sono le informazioni, tutte le informazioni che noi condividiamo o facciamo passare attraverso di esso.

E allora, perché dovremmo spaventarci per la nostra privacy? Abbiamo qualcosa da nascondere, oppure siamo noi che ci vogliamo nascondere, perché abbiamo sempre paura di camminare alla luce del sole e di stare in mezzo agli altri.

(Immagine tratta dal telefilm"Get Smart")

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editoriale di ilfreddo

Dopo avere svuotato la vescica con fare robotico si ferma per cinque secondi sulla bilancia. Pochi istanti per aspettare che il led azzurro faccia comparire quella cifra che, con variazioni modeste, appare giorno dopo giorno. I neuroni sono così addormentati e pigri che esce dal bagno e, solo dopo qualche istante, rientra con un punto interrogativo di dimensioni assai rilevanti sopra la zucca. Eccolo allora ripetere, con maggiore cura stavolta, l’operazione. Stesso risultato. Incredulo, cerca un riscontro visivo e con foga si tasta l’addome, la schiena, le braccia, la faccia trovando rotolini che ieri mica c’erano. Il battito accelerato la fa sedere sul cesso; si sente scendere un paio di goccie di sudore freddo che gli imperlano il viso e la prima idea, vista la vicinanza con il wc, è quella di spingere. Non ridete: avrei voluto vedere voi al suo posto! Come ho detto, infatti, i neuroni erano ancora lenti.

In Antartide da qualche tempo i climatologi hanno cominciato ad analizzare carote di ghiaccio lunghe tre/quattro chilometri. Questi coni di acqua ghiacciata hanno permesso di tornare indietro nel tempo senza abbisognare della coppia Zemeckis/M.J. Fox, una DeLorean, ed un flussocanalizzatore. Tali chilometrici prelievi conservano al loro interno dati sull'atmosfera di periodi assai lontani. Entrando nello specifico quelle "carote" hanno permesso di analizzare l'aria di 600mila anni fa. Per 599.850 anni le parti per milione di anidride carbonica presenti nell’atmosfera del pianeta Terra hanno subito delle variazioni comprese tra i valori di 180 e 280. Spalmate banalmente in un grafico cartesiano tali dati si traducono in curve assai dolci e progressive. L’analisi degli ultimi 150 anni, tuttavia, crea qualche problema di interpretazione perché è come se al dato delle parti per milione di anidride carbonica fosse stato dato loro un bel calcio nel culo dal basso verso l'alto. Che sia questo il motivo per cui i valori sono impennati fino a sfiorare i 400? Usando un termine più "clean", dal 1850 il grafico si è trasformato in una curva esponenziale.

E’ come se una persona di 75-80 kg, dopo aver subito per un ventennio variazioni da yo-yo comprese in un paio di chilogrammi, un giorno si svegliasse scoprendo di essere ingrassato di dieci. Cena pesante, non c'è che dire! Speriamo che si sia divertito almeno.

La quasi totalità della comunità scientifica è convinta che tale “anomalia” non sia frutto di una serata particolarmente bizzarra e senza freni. Sostengono che in questi ultimi decenni il clima, con una frequenza pericolosa, stia dimostrando di smarrire troppo spesso le marce intermedie passando dalla prima alla quinta senza utilizzare il pedale della frizione (variazioni di temperature repentini, periodi di siccità alternati a precipitazioni concentrate ecc...). Ovviamente le anomalie ci sono sempre state: il problema è che le "anomalie", per essere considerate tali, non dovrebbero ripetersi nel breve periodo. D’altro canto sarebbe stupido negare che v’è una percentuale di scienziati che sostiene con fervore e con dati empirici la tesi della ciclicità delle oscillazioni climatiche.

E’ bene sottolineare che gli scienziati non sono entità divine e l'uomo, come ben sappiamo, è nel complesso assai imperfetto. Ci possono essere grosse differenza all’interno delle macro categorie professionali e gli scienziati non credo che facciano differenza. Federico Moccia, per dire, è uno scrittore; ciò non toglie che devo fare molta fatica per considerarlo un "collega" di John Steinbeck. DJ Alessio ha pubblicato qualche singolo, forse pure un paio di album, e credo che possa definirsi, senza timore di poter essere smentito, un cantante o, peggio, un artista. E’ probabile che molti abbiano conosciuto nel loro iter lavorativo un congruo numero di brillanti laureati sgobbare come dipendenti; è altrettanto sicuro che la maggior parte dello stesso campione si sia scontrata negli anni con un ragguardevole numero di “dottori”, magari dirigenti, capaci di ostentare caprina materia cerebrale unita ad una lingua particolarmente abile. Molto flessibile, calda e morbida, nel saper lubrificare ad arte, parti intime atte alla deiezione. Da buon interista posso affermare, senza timore di essere smentito, che a San Siro ho visto in opera zappatori da due milioni di euro all’anno essere impegnati ad arare a più riprese il campo nel corso di un singolo match di cartello. Per quanto il termine calciatore professionista potesse sembrare una barzelletta, credo proprio che lo fossero: hanno giocato pure in Champions League. Una qualsiasi categoria professionale ha al suo interno un numero esorbitante di sfumature che non permettono la generalizzazione.

Eppure alcuni di noi, se leggono in un articolo la parola "esperti", subito cambiano atteggiamento e tendono inconsciamente a dare maggior credito. A taluni non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che ci possano essere scienziati mediocri, raccomandati oppure, molto più semplicemente collusi e figli di puttana. Credo che sia comodo credere alle favole accomodanti che procrastinano il problema o lo risolvono cancellandolo. Perché questo ci permette di dormire molto bene la notte.

Tornando al clima credo me ne fotto dei fumosi e retorici convegni internazionali che non portano e nulla e non vengono nemmeno sponsorizzati dai media. Cinicamente credo che noi ce la caveremo e che il problema diventerà serio solo quando saremo sottoterra, con le orbite piene di vermi. Qualcuno risponderà che tra qualche decennio avremo la tecnologia per poter raffreddare il clima artificialmente. Può anche essere. Quello che mi dà fastidio è che ci prendano per il culo.

La storia dell'oscillazione ciclica del clima, l'esempio di questo editoriale, è un insulto alla mera logica di un bimbo e così vale per molti altri temi politici, economici sui quali ci spacciano verità ridicole; per quanto siano sempre griffate dal santo, intoccabile ed odioso termine "esperti".

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editoriale di isidax

Quella sera Paolo prese tre sveglie, le caricò a quindici minuti di distanza una dall'altra, poi le mise dentro una pentola prima di infilarle sotto il letto. Pensò: “Così è sicuro che le sento, stavolta non posso non svegliarmi”.

Poi spense la luce, prese un libro e alla luce di una torcia elettrica lesse per qualche ora.
Arrivarono puntuali, come sempre le quattro del mattino, la prima sveglia strillò per tre minuti inutilmente così come la seconda e la terza; nell’altra camera i genitori di Paolo si guardavano e decisero di non svegliarlo, a loro questa storia della gita a Montisola col gommone non piaceva troppo, avrebbero preferito portare il proprio figlio a fare una gita in Vaghezza, una passeggiata fra i boschi della Val Trompia avrebbe fatto dimenticare a tutti la calura di quel luglio cittadino.

Bruno parcheggiò la nuova Vespa 125 ET3 primavera nel cortile, salì le scale facendo attenzione a non fare troppo rumore, era domenica ed erano solo le cinque del mattino, Paolo avrebbe dovuto farsi trovare in strada ma sicuramente dormiva ancora.
Bussò alla porta, bussò un po’ più forte alla porta, poi ancora più forte.
Quel mattino Paolo uscì senza neanche salutare.

Da Sulzano a Montisola il braccio di lago non è di neanche un chilometro, a sedici anni remando di buona lena ci metti un attimo, e mentre i due amici remavano l’adrenalina cresceva, una giornata da soli in spiaggia e poi avevano adocchiato una parete da scalare a mani nude, sarebbe stato più emozionante di quando pisciarono dal campanile del paese o di quando si buttarono a capofitto giù per la cava. Altro che le impennate con l’Aspes Yuma o il Caballero.

Altre volte Bruno ritornò a casa di Paolo, entrava e rimaneva in piedi senza parlare guardava i genitori, le sorelle e il fratello più piccolo, non parlava, poi dopo qualche mezz’ora tornava a casa sua.
Le visite a casa di Paolo continuarono per qualche mese poi si fecero sempre più rare fino ad esaurirsi completamente, dicono che poi abbia ripreso a parlare.

Io non l’ho più rivisto, di quell’estate ho solo ricordi di merda, anche se forse è stata l’unica volta che mio padre mi ha stretto a sé.

“Scoprire la natura mia ha sempre affascinato, ma, all’alba della vita, la natura mi ha ripreso in grembo”


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editoriale di geenoo

Succede che certe sere sono stanco delle cose successe dall’alba al tramonto.
Così, fatto quanto la società si aspetta da me, qualche volta dopo cena, quale sia il tempo atmosferico, mi butto lungo le vie della città. Fino al venerdì non si vede nessuno e si passeggia bene.
Oggi è stata una giornata particolarmente stronza. Gli accadimenti sembrano strapparti via ogni cosa e la sera, porcaputtana, almeno dopo il calar del sole, cerco e voglio il silenzio. E quindi infilo il giubbino e spalanco il portone.
Il mio passatempo è passeggiare e guardare le finestre accese immaginando la vita all’interno per deviare i pensieri verso lidi più gestibili, casa di un altro, vita di un altro, problemi di un altro.
E così mi ritrovo a camminare sul marciapiede, annuso l’aria umida e fredda ma continua ad essere una serata storta.

I pensieri mi inseguono lungo il viale e mi raggiungono di nuovo dicendomi: "Ma dove cazzo credi di andare?"
Non demordo, se non vanno bene le vite degli altri tiro fuori il telefono, infilo le cuffie, striscio con l’indice sullo schermo liscio e vado di ascolto a caso. Spero nella musica dopo che l’aria scura non ha fatto il suo dovere.

La musica può tanto e finalmente la testa e l’anima si rilassano un po’, i pensieri stavolta sembrano tirare il fiato ed io cammino spedito distaccandomi da 'sto mondo.
Mi rifugio nelle canzoni, volo via un po’.
Finalmente la giornata sembra svoltare dignitosamente. Una vecchia canzone dei The Alan Parsons Project mi acquieta. Sono quasi arrivato a casa, leggero e quasi soddisfatto di essermi liberato delle puttanate quotidiane, quando, d’improvviso, un cappello da baseball mi richiama alla realtà in una frazione di secondo.
"Signore?!"
Eccheccazzo, checcazzo… Il mio cervello torna attivo perché un ragazzino, di notte, lungo un viale deserto, non rientra nei miei piani di rilassamento. Specie uno che mi ferma mentre stavo per andare a dormire con i TAPP nelle orecchie.
“Si?”
“Signore mi aiuta? Non mi sento bene...”
Lo squadro e penso che sembra star perfettamente in forma
“Signore, ho un attacco di panico!”
Via tutto il rilassamento, ecco qua un bel problema di fine giornata.
“Mi spiace.” dico poi, e aggiungo: “Chiamo i tuoi genitori? Magari ti serve un’ambulanza? Che posso fare?”
Ma dentro di me arriva la gendarmeria con un gran frastuono di trombe che si inquadra tra i bastioni del mio cervello, pronta all’attacco o alla difesa. Che fare? Fidarsi? Si, no?

Sembra solo un ragazzo. Avrà al massimo 14 anni. Che cazzo è un attacco di panico? Si lo so, ma non so che effetti dia. Mi vede titubante e mi dice di non preoccuparmi, che non fa nulla, che va da solo.
Sembra ripensarci e chiede solo di accompagnarlo una cinquantina di metri.
“Ok”, gli dico. “Andiamo.”
E penso: vediamo se è una giornata completamente del cazzo o solo in parte. Mentre passeggiamo nell’ombra, mi accorgo di arretrare di mezzo passo. Sto molto all’erta mentre lui, senza guardarmi in viso, mi dice che gli succede spesso e quando chiede aiuto trova difficoltà perché la gente chissà cosa pensa. E ci credo, penso io. Che cazzo vai passeggiando a quest’ora di notte da solo se hai gli attacchi di panico?
Sento che il mio cervello si sta cacando sotto e, soprattutto, che i fottuti chemosensori dell’amigdala se ne sono accorti. E così, ora, il mio 'io primordiale' sta aspettandosi un coltello sotto il collo. Ma la mia coscienza mi dice di star tranquillo, che è solo un ragazzino.
"Vabbé!", mi dice la fottuta amigdala, "Anche un ragazzino può tirare una coltellata!"
E così mi sto spostando per equilibrare i pesi ed assestare un eventuale colpo. O magari scappare come un bambino impaurito, ma questo non lo diciamo.

Poi succede che dopo i cinquanta metri il nostro amico dal cappello da baseball mi dice che...
"Va bene, grazie così."
Mi dà la mano e mi saluta. Gli intravedo per un attimo gli occhi, che mi fissano, ma troppo velocemente per capire come.
Finita qui. Nessuna coltellata e nessuna apparente conferma della eventuale malattia. Lo vedo allontanarsi con passo veloce.

Mah. La vita è strana e mi fa incazzare quando non scrive un finale risolutivo del cazzo.
Specie quando le mie amigdale si sono tutte eccitate.


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editoriale di Flo

"Le parole sono importanti", diceva quello là.

E io l'ho sempre pensato. Ho sempre avuto una piccola mania per le parole. Quand'ero piccola, ho imparato prima a parlare e poi a camminare, rivelando subito un'indole che più tardi si sarebbe affermata. Più avanti, non era raro che mi soffermassi a sfogliare il dizionario o l'enciclopedia per scoprire cosa si nascondesse dietro quei caratteri in neretto. E, col tempo, le parole hanno assunto un ruolo sempre più rilevante: ne ho fatto un culto, una piccola ossessione, una passione e, volendo, ne potrei fare una professione. Provo un fastidio viscerale quando vengono maltrattate e le coccolo e le vezzeggio sulle pagine di un blog e nei dibattii con gli amici.

Eppure, che ci crediate o no, io, con le parole, non sono per niente brava. Ne conosco la morfologia, la formazione, l'etimologia, la struttura (un po' meno la dizione), il corrispondente in altre due o tre lingue. Le catalogo con un'occhiata, le seziono e le scompongo nella loro minima parte e so come disporle in una frase. Ma mi manca riuscire a ordinare i pensieri per farlo, a mettere insieme il coraggio per buttarle fuori.

Un foglio bianco mi lancia nel panico, un "Questa cosa non mi va bene" mi resta incastrato in gola come un boccone amaro, mascherato da un sorriso imbarazzato ed esitante. Per non parlare di una frase take-away per sentimenti che provo col contagocce, come "Ti voglio bene": resta dubbiosa e sospesa tra le cose non dette, lasciando inattese le aspettative degli altri, che quelle stesse parole le usano come una cosa di poco conto, un oggetto usa-e-getta che si butta lì e prima o poi si dimentica.

Forse è per questa mia incapacità di usare le parole che le parole, nella mia vita, hanno assunto tanta importanza.

Ho aperto le orecchie per godermi il suono delle parole in sé, in italiano, in altre lingue, sviluppando una predilezione particolare per la musicalità fricativa del portoghese. Ho spalancato i timpani per tendere l'orecchio agli altri, diventando un'ottima ascoltatrice, ma una pessima consigliera, perché quello che penso raramente riesce a uscire dalle quattro pareti dei miei pensieri.

Nella mia crisi da adolescente incazzata col mondo, invece di tormentare i miei padiglioni auricolari con la rabbia del punk o del metal, l'ho fatto ascoltando un genere fatto praticamente solo di un flusso ininterrotto di parole (ebbene sì, ho ascoltato rap per anni).

L'ho abbandonato più avanti, quando ho scoperto chi alle parole sa affiancare anche la musica. Per lo più semplice, lineare: un giro armonico, un arpeggio di chitarra, le parole sempre al centro, cantate da una voce nuda e discreta. E non è raro che in quelle parole ci trovi pensieri che neanche io sapevo di pensare, perfette espressioni della mia solitudine.

Ho divorato libri per cercare qualcuno che riuscisse a esprimere per me quello che provavo, ma che non riuscivo a tirare fuori. In un certo periodo ho anche pensato di voler fare la traduttrice per prendere le parole altrui, toccarle, plasmarle, farle mie, per convogliare quelle parole a qualcun altro con il mio stesso deficit di parole. Ma forse l'idea non mi stuzzica più: ho troppo rispetto per le parole di chi le sa usare per trasformarle col mio tocco in un ammasso informe di caratteri nero su bianco.

"In principio era il verbo".

Alla fine, invece, non lo so.


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