editoriale di ALFAMA

Mi faccio la barba,per riempire il tempo.

Ero bambino,collezionavo tappi di bottiglia, tappi da tutto il mondo, li cercavo li pulivo e viaggiavo con loro.Viaggiavo nel mondo, nel tempo, immaginavo persone. Ero io e il mio piccolo mondo immaginario, quante storie, visi , riflessi su un ammaccato tappo

Io davanti allo specchio, è ancora Giovedì, tempo da riempire. Mi taglio, sangue, non lo immaginavo così rosso da un piccolo taglio. Mi fanno male le gambe, rigide. Da dove arriva questo sangue, i fianchi a pezzi.Devo riempire il Tempo, il mio Tempo

Mia Madre dalla finestra mi chiamava, le serrande si abbassavano. Il mio tesoro,lo ammiravo, lo contavo , quanti strani simboli, marchi, aspettavo i Grandi di ritorno da viaggi con le loro storie, assorbivo ogni parola, quei piccoli tappi erano libri di avventure. Un mappamondo di visi, bottiglie,lingue strane, risate, una via di fuga per un bambino perso in interminabili pomeriggi.

Una mattina sul terrazzino ammiravo il mio tesoro,quanti segreti. Storie, luoghi, si allontanavano,il bambino si allontanava. vidi un viso sporco di sangue davanti a uno specchio. Presi il mio tappo preferito e lo feci volare dal terrazzino. Era così lento il suo planare, un balletto. Lo fissai fino a perdersi in una pozzanghera in un vaso di fiori sporchi di fango

Uno dopo l'altro i miei tappi, anni passati, volarono per la strada, cadendo algidamente dimenticati. Non volevo farlo, ma l'impulso fu troppo forte, immaginavo i loro visi abbandonati,ma consapevoli che era quello il loro destino.

Il sangue ha smesso di colorarmi il viso davanti allo specchio.

Erano finiti i tappi, le loro storie erano volate via, la mia storia era volata via, buttata senza motivo per strada. Come tante, troppe mie storie.

Volevo iniziare o finire, ma ero solo un bambino che iniziava a buttarsi via senza motivo per strada.

Il dopobarba brucia, mi guardo allo specchio con tanta malinconia. Vorrei fermarmi ma non posso. Continuo a sentire le gambe rigide, dolore ai fianchi più forti. Ho buttato via anche l'ultimo tappo, il più insignificante, ma fu il più difficile da dimenticare.

Le prime foglie cadono e volano via.

E io con loro.

 di più
editoriale di iside

Da piccolo, negli uggiosi pomeriggi autunnali, restavo per delle ore a guardare le gocce di pioggia scivolare lungo al vetro. Nella mia mente inventavo corse fra le gocce ne sceglievo una e la spronavo ad arrivare per prima in fondo al vetro, se la vedevo tardare ogni tanto picchiettavo la lastra in modo che altre gocce la appesantissero permettendogli di vincere. Alcune volte vincevo tante altre no. La Domenica mattina vedevo Fabio che, come tutti le mattine della Domenica, si allenava a tennis. La racchetta, la palla, suo padre e il muro. Suo padre lo spronava a migliorarsi, il muro non sbagliava mai una risposta, maledetto muro. Fabio era il figlio dei miei padroni di casa non l'ho mai visto una volta giocare con noi proletari nemmeno all'oratorio, lui restava confinato nel suo giardino mentre noi scoprivamo il mondo, lui aveva il suo muro e suo padre che lo spronava, forse desiderava avere un figlio "Panatta" o forse era il desiderio di Fabio. Di Fabio ho saputo sei mesi fa, chissà come gli andata la vita se si è sposato se ha lasciato figli e moglie...Chissà, io lo ricordo bambino, un bambino che non ha mai giocato con noi e la Domenica mattina il muro.

 di più
editoriale di Pantarey3

Ciao a tutti e complimenti per lo splendido portale. Non so se sono nel posto giusto, ma io sto bene ovunque ci sia o si parladi musica. Scrivo perchè sto cercando di aiutare mia figlia STELLA che ha 12 anni e vuole fare la Cantante, la quale sta partecipando ad un Concorso importante , il "Tour Music Fest" , è arrivata 4 nella sua categoria (Junior Singer) e adesso si stanno tenendo delle votazioni on line per un ripescaggio. Ci date una mano votandola? non so più a chi chiedere.

Il link è http://contest.tourmusicfest.it poi si entra con Facebook , si sceglie Junior Singer e vota STELLA

Grazie a tutti.

 di più
editoriale di luludia

La stronzaggine un tempo era più naif e selvaggia, ma, nondimeno, sempre stronzaggine era. Ai miei tempi la si viveva in strada e ci sbattevi la faccia praticamente ogni giorno.

Il mondo, pieno di bande sgarrupate e di piccoli eroi, pullulava anche di fottuti bastardi.

Gentaglia in preda a una stupida e parodistica idea di virilità e con tanta (ma proprio tanta) voglia di menar le mani.

Mai avuto problemi io, mai preso per il culo da nessuno, ma, insomma, ho visto cose. E nitido ho il ricordo di tutta una serie di gentiluomini.

Sbaraccani, ad esempio, uno che aveva la perniciosa abitudine di spingere la propria morosa addosso al malcapitato di turno per poi, in rapidissima sequenza, (UNO) berciare un “che cazzo fai, tocchi la mia morosa?” (DUE) far partire un terrificante pugno in piena faccia.

O “Danilo la merda e la sua banda di cerebrolesi”, che, si, detta così sembra il nome di un gruppo punk e invece era soltanto un gruppo di stronzi. Se ne andavano in giro di notte con un paio di gatti morti sul cofano della macchina cercando qualsiasi pretesto per sfogarsi. E quando dico qualsiasi intendo proprio qualsiasi.

Oppure gli amici di Ugo, che il povero Ugo se lo tenevano in gruppo solo per menarlo da mattina a sera, menarlo con calci nello stomaco intendo. Bastava un momento di noia, un ghiribizzo di qualcuno e partiva la scarica di botte. E il giorno dopo Ugo era di nuovo li

O Marcellino che quando doveva menare la morosa lo faceva sempre in pubblico di modo che tutti potessero godere dello spettacolo. E qui finisco, anche se di esempi ne avrei ancora tanti altri...

E comunque i suddetti gentiluomini ogni tanto mi capita ancora di incontrarli.

Hanno mogli, figli, lavori e fanno schifo esattamente come ieri. Solo che l'antica violenza si è trasformata in una specie di orrenda normalità di cui sono i più fieri rappresentanti.

Ma il mondo, un tempo, era anche un posto che offriva cose:gli interminabili giri in bicicletta, i pomeriggi pallonari, le chiacchierate con gli amici.

Poi c'era il favoloso Bar Arena, luogo dove tutto (dalle smargiassate alle bizzarrie, dal racconto piccante fino alle strampalate massime di vita) entrava direttamente nella leggenda.

Non so se sia la memoria a ingentilire i ricordi, un po' magari si, chi lo nega, Però credo anche che allora la vita fosse meno influenzata dalla gabbia di cose tutte uguali per persone più uguali ancora.

C'era insomma, a meno che non sia, il mio, un vaneggiamento d'anziano, un pochino più di spazio per l'autenticità.

Penso al Conte, venti caffè al giorno, mai un soldo in tasca e mai un'idea meno che assurda.

Penso a Bruno, ladro di mezza tacca (e gentiluomo dal cuore d'oro) morto in un incidente mentre lo inseguiva la polizia.

Oppure a quando, la domenica, un manipolo di desperados prendeva il pulman per seguire la Patrizia che andava al mare a mostrare le sue grazie.

Alla pazza che lavava la sua biancheria intima nell'acquasantiera.

Al ciclista filosofo che a tutti sussurrava “il mondo non esiste, ma la figa si”,

Al mio amico Vampiro, quello che camminava sui tetti della scuola e una volta si bendò la faccia tipo mummia che, insomma, “tutte quelle facce da cazzo come si permettono di guardarmi?”

E, tra l'altro, ciclista filosofo, Vampiro, più una gattara, più una specie di poeta abitavano tutti in una strada che si chiamava via Spaventa...

Gran bel nome via Spaventa...

Ecco perché Ian Dury...

Che Ian Dury (con quella faccia/con quelle parole/con quella voce) un posto così lo avrebbe saputo raccontare.

Che, per raccontarlo, non ci vogliono cantautorini pallidi dalla faccia pulita e nemmeno vocette querule, oh no, quel che serve è un eloquio pieno di pepe con corollario di faccia da schiaffi e rospi in gola.

Non serve la lingua del paradiso, anzi la lingua deve essere sgarbata...

E ci vuole una faccia da cazzo, lubrica, irriverente, claunesca...un occhio vivo guizzante, spermatico...

E comunque, nella mia memoria, il nostro Ian è legato a doppio filo a un mio vecchio compagno di scuola, uno della genia dei gentiluomini che ho elencato all'inizio.

Ma prima devo parlarvi di un altro personaggio straordinario...

Il professor Cosentino...

Il professor Cosentino non insegnava storia, non dava voti, faceva leggere Kafka al posto dei promessi sposi e con lui si ascoltava Gaber in classe.

Da spento era un tizio trasandato, dimesso, ma una volta acceso ecco che veniva fuori una faccia da cazzo, lubrica, irriverente, claunesca...un occhio vivo, guizzante, spermatico..

Il primo giorno, all'inizio, lo scambiai per un bidello. E' che se ne stava seduto dietro la cattedra con l'aria di chi davvero non c'entrava niente. Poi suonò la campanella...

“Sono il vostro professore di italiano e storia, anche se...”

Come sarebbe “anche se”?

“Anche se mi scoccia...”

Come sarebbe “mi scoccia”?

“Cioè mica mi scoccia essere con voi, mi scoccia essere un professore”

E sorrise...

Poi partì con un monologo, “io non insegno storia, perché non è possibile insegnarla in modo serio” “e Topolino non lo sopporto e Prevert diceva padre nostro che sei nei cieli, restaci”...

Ma ora beccatevi un bel un/due/tre...

(Uno) Il nostro eroe, con aria assai poco convinta, passeggia per l'aula leggendo “I Sepolcri”. “Basta, è troppo retorico”. Poi, per rendere più chiaro il concetto, chiude il libro e lo scaglia lontano....

(Due) Ingresso dell'istituto. Il preside sta aspettando il professor Cosentino che finalmente arriva. “Professore, siamo di nuovo in ritardo!!!” E il professore, di rimando: “Tutto ciò è irrilevante nella genesi storica”.

(Tre) Scrutinio di fine anno. “Professore, che voto diamo in condotta all'alunno X” “Dieci” “Ma come dieci!!!” “Ah, dieci non va bene, facciamo nove” “Nove e perché nove?” “Non va bene neanche nove, facciamo otto allora” “Ma come otto!!!” “Fate un po' come vi pare, io vado a bere un caffè”...

Ok, questo per quanto riguarda il prof...

In quella classe c'erano poi Lorenza e Luca...

Lorenza il mio sogno (e questo vi basti) e Luca una specie di paracarro.

Ecco, io e questo Luca, da paradigmi antropologici piuttosto diversi quali eravamo, non ci cagavamo pari. Però in due occasioni ci scontrammo...

La prima fu un giorno che insieme ai suoi due luogotenenti (tipi simili han sempre dei luogotenenti) stava martoriando un ragazzetto indifeso. Il giochino andava avanti da un po'...

“Ma perché cazzo non la smetti?”

“Se no?”

“Smettila e basta”

“Vuoi prenderle?”

“Voglio solo che la smetti”

Si stava mettendo male, poi, per fortuna, intervenne Lorenza che era insieme alle sue due luogotenenti (ragazze simili hanno sempre delle luogotenenti)...

“Dai Luca, ha ragione lui, non è divertente”

E finì li...

La seconda riguardò solo noi due. Non so come, ma noi che non parlavamo mai, ci ritrovammo a discutere di musica...

“Ti piace Renato Zero?”

“No.”

“Eh, figurati se a te piace una cosa che piace a tutti!!!”

“.....................................”

“Chi ti piace, allora?”

E io, che non potevo certo parlargli dei miei ascolti stravaganti, gli risposi:

“Mi piace quella canzoncina, quella che fa -e cominciai a canticchiare- Sex and drugs and rok''roll”

“Ma fa schifo!!!”

“Il fatto che ti faccia schifo è la prova che invece è davvero notevole”

E lo lasciai li...

Ecco, forse, in quell'occasione fui un pochino rigido io, non mi aveva parlato in tono di sfida, anzi e le sue parole sembravano quasi dettate da una specie di simpatia.

Però, che volete, lo detestavo...

Qualche giorno dopo il professor Cosentino, appena entrato in classe, se ne uscì con questa inaspettata affermazione “ma dico, non è fantastico l'ultimo di Renato Zero?”. Poi si mise a cantare il triangolo no...

“No prof, anche tu”...

Del resto nessuno è perfetto. E forse nessuno, ok facciamo quasi nessuno, fa totalmente schifo,

Infatti, dopo il siparietto del prof, Luca il paracarro cercò il mio sguardo e dopo averlo trovato sorrise. E non era un sorriso di vittoria, era una specie di alzata di spalle o, se preferite, di “che vuoi farci?”.

Così, anche se era una testa di cazzo, sorrisi anch'io...

Trallallà...

 di più
editoriale di mrbluesky

Ascolto musica ma non sono un consumatore di musica,non la sento in cucina o sotto la doccia,raramente in macchina,ma dove proprio non la sopporto è nei luoghi di lavoro.
Da molti anni ormai la musica è praticamente ovunque,negozi,stazioni di servizio,alberghi,persino ospedali,e di che musica stiamo parlando poi! Quasi provo pietà per quei poveri dipendenti costretti a subire,oltre alle condizioni lavorative di oggi,anche ore ed ore di supplizio sonoro. La peggiore poi è nei centri commerciali,altissima,sembra che la compongano a loro uso e consumo perche io fuori da lì non l'ho mai sentita.
Una volta sì c'era la filodiffusione,rilassante,discreta,ma sopratutto il silenzio e anche d'estate,che è la stagione delle canzonette per eccellenza,se taceva il juke box si sentivano solo i vecchi che bestemmiavano giocando a carte.
La musica me la voglio godere,quando ne ho voglia;ma perchè cazzo devo sentirmi Ligabue mentre lavoro o compero i pomodori,e magari cenare in albergo con Fausto Papetti ? mi fa schifo Fausto Papetti!
Oggi in fila alla cassa mi son dovuto sciroppare quella vecchia ciabatta della Amoroso: "Perchè mi da fastidioo"
Ma l'anima de chitammuort,e sapessi a me..

 di più
editoriale di De...Marga...

Vivo in mezzo alle montagne e la mia è una zona di caccia; ho sempre avuto un rapporto neutrale con l'attività venatoria (senza per favore tirare in ballo la parola "sport"). Diciamo che non sono mai stato favorevole, ma nemmeno contrario; fino a ieri perchè ho dovuto schierarmi da una parte. Credo sia facile intuire quale sia stata la mia scelta; ma procediamo con ordine.

Approfittando di una tregua delle pessime condizioni meteo decido di fare una bella camminata; mi basta uscire di casa ed incontro subito il sentiero che sale verso il Lusentino (vi ho già parlato di questo luogo in una mia recensione di un disco dei Fishbone). Procedo ancora con la salita, visto la temperatura accettabile, ed in circa due ore raggiungo l'Alpe Torcelli, quota 1440 metri, dove pesto la prima neve di stagione. Solite visioni paradisiache, nel frastornante silenzio di questi luoghi che hanno un potere speciale su di me da sempre.

Nel ridiscendere verso casa avviene il fattaccio; giunto dei presi della borgata di Vallesone, più o meno nel luogo indicato nella foto che allego, sento il latrato di alcuni cani che mi annunciano la presenza in zona di qualche cacciatore. Prendo la decisione di abbandonare il bosco ed il sentiero per la comoda strada asfaltata dove mi reputo più al sicuro e molto più visibile all'occhio umano. Nemmeno il tempo di compiere dieci passi ed è il finimondo: appena sopra di me, nascosti dalla boscaglia, i latrati dei cani si fanno ancora più "bavosi" mentre rozze urla, oscene e primitive, incitano l'amico dell'uomo a cercare, a stanare la presunta preda. Uno, due, tre, quattro spari riecheggiano poche decine di metri sopra di me; poi di colpo un silenzio mortale...

Non so come sia andata la battuta, non so che animale hanno messo sotto tiro; posso solo dirvi che mi è venuta voglia di correre cercando al più presto di allontanarmi da quel luogo barbaro, che odora di morte. Con la paura da un momento all'altro di imbattermi nella disperata fuga di qualche animale ferito; e visto che le mie montagne abbondano di cinghiali vi assicuro che tale esperienza non è raccomandabile. Quando mi reputo fuori tiro rallento la corsa, rifiato pensando a quanto accaduto: non mi era mai capitato di essere così vicino, presente, quasi partecipe alla fine di un animale selvatico. E non è stata una bella esperienza.

Tutto questo a poche centinaia di metri da case e dalla umana civiltà.

O forse le parole adatte per chiudere qui potrebbero essere umana inciviltà.

Ad Maiora.

 di più
editoriale di Pinhead

21 agosto, si inizia a registrare.

C'è da arrivare al Media Sound, pieno centro città, nell'ora di punta il traffico è insostenibile e neppure spostarsi in metropolitana aiuta.

L'unica è fare una levataccia di prima mattina e mettersi in strada prima dell'alba, ma questo è l'ultimo dei problemi.

«Vanno sempre a letto presto e si svegliano di buon mattino». (Linda Stein)

Il peggio è andare tutti e quattro in macchina, la stessa macchina.

«Sono molto introversi. Stanno quasi sempre tutti zitti a guardare fuori dal finestrino, anche se di tanto in tanto c'è chi dice qualcosa». (Danny Fields)

Nello studio, in attesa, sempre loro, Ed Stasium e Tony Bongiovi.

Il Media Sound però è più grande del Soundragon.

«Gli spazi sono più ampi. Li sfruttiamo per i cori: utilizziamo maggiormente i cori, un sacco di “ooh” in più. È un'esperienza più ricercata e più sperimentale». (Ed Stasium)

Accade l'inverosimile.

«In Why Is It Always This Way Johnny suona la chitarra senza distorsione, un po' alla Steve Miller». (Ed Stasium)

Perfino gli assolo.

«Quello in Here Today, Gone Tomorrow è rivoluzionario quanto il primo assolo mai sentito, perché l'ascoltatore non se ne aspetta uno, è colto completamente di sorpresa». (Tom Carson)

Mancano solo gli upstroke, ma i fans non sono pronti a tanto.

E poi Tony Bongiovi, appena termina la sessione di registrazione, afferra i nastri e si precipita al Power Station per il missaggio.

«Usiamo la tromba delle scale a mo' di camera dell'eco». (Ed Stasium)

«Trasgrediamo tutte le regole dettate dalla scienza della registrazione, il mixer è messo a durissima prova». (Tony Bongiovi)

Va avanti così per 75 giorni, fin quando il mixer non alza bandiera bianca.

Però la missione è compiuta, il 4 novembre 1977 l'album è sugli scaffali dei negozi, è il primo disco pubblicato dalla Sire e distribuito in accordo con la Warner Bros: gli spazi sono invasi dai cartelloni che riproducono la copertina dell'album e la foto del gruppo a grandezza naturale.

La foto l'ha scattata Danny Fields e ricorda tanto quella scattata da Roberta Bayley per l'album di esordio: Roberta Bayley la rivedo sempre davanti agli occhi, colpita da una poltroncina divelta e lanciata verso il palco durante il concerto del 31 dicembre 1977 al Rainbow Theatre a Londra.

Ecco cosa succede ad accompagnarsi ai teppisti.

«Sono le persone più educate che potessi incontrare. Trovo buffo che ci siano persone a cui incutono paura: gente che mi chiede come faccia ad andare in tour con loro». (Linda Stein)

Qualcuno, quell'album, lo prende dallo scaffale, ne paga il prezzo per portarselo a casa, lo mette sul giradischi, ascolta e spara il suo giudizio, quale che sia.

«I Ramones dopo aver dimostrato fino a che punto si potesse sfrondare il rock'n'roll senza snaturarlo, ora esplorano la possibilità di reinserire in quella formula elementi che non alterino l'essenza della loro musica. Attenzione però: si tratta giusto di un po' di melodie e di linee vocali piuttosto scontate». (Robert Christgau)

«È l'album più riuscito dei Ramones e questo la dice lunga, perché mi arrischio a dire che nessuno dei nuovi gruppi pseudo rock merita di incidere più di un lp, e scommetto che, nel giro di due anni, la maggior parte sarà morta e sepolta; i Ramones invece hanno già fatto tre album validissimi e se non la smetto subito dovrò versare acqua ghiacciata sulla mia macchina da scrivere». (Billy Altman)

Per me, puramente e semplicemente, l'essenza autentica del rock'n'roll, come mai l'ho percepita.

E per chiudere la storia, ecco le parole di Johnny: «Non ci siamo giocati le nostre 14 composizioni migliori sul primo album, per poi ripresentarci con un secondo 33 giri meno riuscito: è quello che accade sempre alle band.

E non abbiamo apportato nessun cambiamento. Sembra sempre che un gruppo debba rinnovarsi, ma a parte i Beatles tutti gli altri complessi ogni volta sono peggiorati nel tentativo di provare nuove strade. Di solito le band che provano a cambiare non migliorano: anzi, succede il contrario perché perdono interesse per quello che fanno, oppure dimenticano il motivo per cui hanno iniziato. Diventano pretenziose. Noi abbiamo sempre cercato di stare attenti ai gusti dei fans, a cosa avrebbero potuto gradire o detestare. Non ascoltavamo chi ci stava intorno, perché dicevano un sacco di stronzate; affermavano che facevi cose fantastiche quando magari era tutto il contrario. Ho capito perché Elvis ha fatto tutte quelle cazzate, si è messo addosso tutti quei completi orribili e ha recitato in quei film idioti: avrebbe dovuto puntare i piedi e fregarsene della gente che gli leccava il culo».

 di più
editoriale di zaireeka

Il mio colore preferito è il verde.

Lo è sempre stato, da che io ricordi.

Ricordo che da bambino mia madre un giorno comprò un lenzuolo copriletto, verde, per il letto matrimoniale.

Appena lo stese, entusiasta, mi sdraiai sul letto e mi rotolai sopra, in preda a un piacere fisico, quasi panico.

Incomprensibile ed esagerato forse, ma la sensazione tattile, oltre che visiva, del fresco, di quel verde del lenzuolo, ancora lo ricordo dopo ben più di quarant’anni.

Lo stesso era con i pastelli, amavo in particolare quello verde, e con una macchinina, quella verde acido.

Da quando sono un po' cresciuto, fino al giorno d'oggi, mi sono innamorato spesso di copertine di album musicali verdi, di tutti i tipi, di tutti i generi, di canzoni sugli occhi verdi, e purtroppo ultimamente non disdegno album i cui titoli hanno a che fare con il verde (già qualcuno mi ha criticato a riguardo …).

Alcuni scienziati/filosofi, Daniel Dennett in primis, sostengono con grande convinzione che i colori, come tutti i qualia del resto, non esistono.

Quello che noi percepiamo come un colore nel mondo esterno e’ solo l’eco interiore della reazione primigenia, della nostra risposta emotiva, al contatto, la prima volta, con una proprietà ineffabile del mondo esterno con cui non avevamo mai avuto a che fare.

Per me forse poteva essere qualche strana proprietà comune a un prato, o un albero, che io ora, a partire dal momento in cui mi hanno suggerito il nome, chiamo verde.

Da circa un mese in casa mia e’ arrivato un nuovo abitante, un parrocchetto Monaco, verde.

Mia moglie e mia figlia lo chiamano Locky, non so se in onore del filosofo.

Io lo chiamo pistacchio: il gusto di gelato preferito da mio padre, dal colore verde.

Mi sono documentato sul parrocchetto Monaco.

Secondo certe fonti la vita media va da 25 a 30 anni, ma può anche arrivare a 45.

Ogni mattino mi alzo, mi lavo, e poi, cercando di fare in silenzio, vado in cucina dove ha passato la notte all’interno della sua gabbia.

E penso: “Buon mattino parrocchetto”, un po’ come il mio amico Mark con il ragno.

Mi fa paura pensare che mi potrebbe anche sopravvivere.

Mi sembra di aver fatto entrare in casa mia qualcosa forse destinato, in maniera assolutamente inaspettata e non voluta, a diventare un pezzo troppo grande della mia vita, anzi, qualcosa (o qualcuno?) che farà sì che diventi io nient’altro che un pezzo della sua, di vita.

Se dovesse succedere, voglio che il giorno del mio funerale venga a salutarmi per l’ultima volta.

E mi sussurri in un orecchio (a breve potremo iniziare ad insegnargli qualche parola, poi andrà avanti da solo..) perché proprio il verde, casualmente il colore del suo manto, è il mio colore preferito.

Cosa provai quella prima volta.

Dove ero, con chi ero.

Cosa avevo visto.

E poi ce ne voliamo via per sempre, lui da una parte sbattendo le sue ali verdi, io da un'altra.

Forse.

 di più
editoriale di Bearry

E' da poche minuti che il calendario segna il 1° novembre (2018), e da oggi finalmente la mia vita cambia, pur sfuggendo da sempre schemi e classificazioni, da qualche ora, una volta che ho salutato quel posto frequentato per anni, ora mi sento veramente un uomo libero.

Prima che fosse troppo tardi, da mezzanotte per me tutto sarà con la lievità di ogni domenica, o meglio come quella dei giorni di festa.

Da oggi potrò affaccendarmi solo in questioni a me gradite, riguardanti le mie cose, la mia famiglia, il mio cane, la mia musica, sino a quando Dio vorrà, e se lo voglio potrò anche annoiarmi come e quando voglio.

Da oggi, senza alcuna nostalgia, la mia vita sarà migliore, dimentico di quella precedente ormai sempre più distante, dove molti vivono intrappolati in meccanismi che non condivido più da tempo, detto da uno che ha iniziato in tempi lontani, cioè nel ’73.

Da oggi vivo quello che sino a ieri pareva impossibile, perché da oggi sono finalmente in pensione.

Ed ora, simpaticamente… tièèèè (gesto dell’ombrello).

Ciao. Bearry

 di più
editoriale di splinter

Da diversi anni il tema della stabilità economica delle famiglie è al centro del dibattito televisivo e politico così come quello della sicurezza contro furti, rapine, stupri, violenze e più recentemente attentati. Tutto questo mi stimola riflessioni e paragoni con il mondo animale. Alcuni sembrano evidenziare quanto siamo fortunati noi rispetto a certi animali e altri al contrario sembrano farci imprecare per quanto invece sono fortunati altri tipi di animali rispetto a noi.

Prima casistica: ci lamentiamo del fatto che non abbiamo un lavoro fisso o abbiamo paura di perderlo, così come di vedere i nostri soldi in banca svalutati e il potere d’acquisto diminuito; pensiamo invece agli animali predatori nella savana: non hanno un lavoro fisso, non hanno uno stipendio né un conto in banca, non sanno mai se arriveranno a fine giornata, altro che a fine mese, ma mentre per noi è segno di povertà e riguarda una piccola fascia della popolazione per loro invece è assoluta normalità e riguarda tutti; mentre da noi c’è qualcuno che è costretto a rubare per mangiare invece loro sono tutti costretti addirittura ad ammazzare, e non è nemmeno detto che ci riescano dato che non hanno nemmeno le armi da caccia avanzate che abbiamo noi.

Andiamo invece dalla parte delle prede: ci lamentiamo sempre del rischio attentati, della sicurezza nelle strade, dei furti negli appartamenti e degli scippi nei mezzi pubblici, cose che capitano ogni tanto, perché ogni tanto può capitare quello con la rotella fuori posto; il mondo delle prede invece è sempre sotto attacco, è come se vivesse sotto le bombe, in un paese con una guerra in atto dove i guerrieri, i delinquenti e i terroristi sono i predatori, le povere prede non sanno come e dove rifugiarsi e se vivranno attimi di pace; tutto con la differenza che qui non c’è di mezzo nessuna motivazione economica, politica, religiosa o di odio razziale, solo una questione di sopravvivenza.

In poche parole siamo fortunati a nascere uomini ma non ce ne accorgiamo; forse anche perché è più facile notare un’altra categoria animale a noi molto più vicina e a cui noi molto spesso contribuiamo al meccanismo di comoda vita: gli animali da appartamento. Cani, gatti, conigli, criceti, canarini, senza fare un benemerito cazzo, senza lavorare, senza studiare, senza sbattersi hanno fissa dimora, cibo e acqua e non pagano né vitto né alloggio, né spese condominiali né rate del mutuo né tassa rifiuti, hanno tutto gratis; potremmo dire che campano in eterno con il reddito di cittadinanza, con la differenza che per loro questo reddito è assolutamente incondizionato, non sono costretti né a partecipare a corsi di formazione professionale né alla ricerca attiva del lavoro, nemmeno ad accettare offerte di lavoro perché questi il sussidio non lo perderanno mai.

Quindi il quesito di fondo è: siamo nati fortunati o sfortunati? Bella domanda, davvero!

 di più
editoriale di Falloppio

Il povero Bruce Dickinson stavolta s'incazza con l'organizzazione della Rock Hall of Fame.
Nonostante la band sia eleggibile dal 2004, gli Iron Maiden non sono ancora stati nominati.
Malgrado le milioni di copie vendute, il grande merchandising mondiale, il successo della New Wave of British Heavy Metal, niente da fare.
In un intervista con il giornalista australiano Martin Kielty, Bruce sbotta ad una domanda provocatoria sulla loro assenza nell'olimpo del Rock.
"Onestamente penso che che gli organizzatori del Rock & Roll Hall of Fame siano un gruppo di coglioni..
Sono gestiti da americani sanguinari che non riconoscono il rock 'n' roll manco se li colpisce in faccia. Devono smettere di prendere il Prozac e iniziare a bere una cazzo di birra.'
Chi gli può dare torto.
Per anni, la musica Metal è stata ignorata. Pochi riconoscimenti.
Recentemente sono stati fatti piccoli passi nella giusta direzione con l'accesso di Metallica, Black Sabbath, KISS e infine Deep Purple.
L'elenco dei metallari che spingono alla porta è folto. Insieme agli Iron, ci sono i Motorhead, Judas Priest, Whitesnake, Thin Lizzy, Dio, Motley, Slayer.
Tutti hanno influenzato il Rock.
E diamogli sto riconoscimento, così poi ci beviamo insieme sta cazzo di birra.

 di più
editoriale di Elfo Cattivone

“They keep coming: savage brown-skinned poors. Across the custom checkpoints in San Diego between rack of cars on our freeways. They hang their laundry out of window, they do jobs white people are too cool to do themselves. I don’t care if it starts a race war, I don’t care if it brings every picked out of the class and gets every brown-skinned savage beaten out on the street. Who cares as long as I, Pete Wilson, am governor and president?

Qui dalle mie parti la gente faceva contrabbando: uno zaino bello pieno di tabacco e su per i colli, perché spaccarsi la schiena a coltivar patate su ripidi prati, tirar a campare con quattro porri e un po’ di polenta? In fondo si trattava semplicemente di attraversare una linea immaginaria con delle foglie nello zaino. Eh ma vallo a spiegare alla finanza… Se andava male buttavi via tutto e scappavi, se andava ancora peggio ti prendevano e finivi in gabbia, magari dopo aver tirato quattro sganassoni ai malcapitati finanzieri. Rude gente di montagna…

Adesso i sentieri del contrabbando vedono organizzare gare di corsa, con ramponcini obbligatori per arrivare giù in Svizzera. Ah la trail mania… Son convinto che dietro ci sia la lobby dei fisioterapisti.

In antichità invece la gente si spostava da una parte all’altra delle Alpi in cerca di un posto migliore da chiamare casa, quindi caro amico subsahariano, se vuoi ricongiungerti ai tuoi familiari nella terra degli imperialisti francesi ti indicherò volentieri tutti i valichi a titolo gratuito, d’altronde se Annibale con gli elefanti ha fatto il percorso inverso non vedo perché tu debba fallire a farlo al contrario. Prima però, se arrivi dal mare, devi attraversare tutta la grande pianura e ormai tira aria di migra padana. Regolati tu.

 di più
editoriale di Falloppio

Ragazzi vi presento Tim "Ripper" Owens. Cantante Metal di tutto rispetto nato nello stato dell'Ohio nel 1967.
Ha una timbrica vocale ottima. Una voce unica e riconoscibile che spazia tra gli acuti e i controcazzi di acuti.
È veramente un ottimo interprete.
Recentemente ho letto un suo sfogo.
Durante l'assenza nei Judas Priest di Rob Halford (leader storico ), il posto di frontman divenne suo.
Adesso che tutti i cataloghi degli album sono in rete su Spotify, i Judas hanno evitato i due dischi con Ripper. Jugulator e Demolition.
Sapete quanto costa pubblicare un cd su Spotify? 75 euro.
Così per 3 pizze e 3 birre il sig. Ripper è sparito dalla discografia dei Judas.
Povero.
Tutto qui? Ma va. Entra a far parte della Metal band Iced Earth e pubblica con loro The Glorious Burden. Disco bellissimo, epico, potente, Metal come non si vede da tempo. E il cantante, Zioporko, è al top. (Zioporko quando ci vuole ci vuole)
Quindi cerco su Spotify e cosa scopro?
Che gli Iced Earth hanno tutta la discografia tranne i due dischi fatti con Ripper.
Povero. perché è stato trattato così?
Cosa avrà fatto di così grave per essere cancellato?
Quindi non è sufficiente avere una voce fuori dal comune per meritare l'attenzione mediatica?
Qualcosa avrà avuto per essere messo da parte come il bordo avanzato della pizza, come il fondo di bottiglia di birra calda, come pane del giorno prima.
Non ho la più pallida idea.
Forse gli puzzano i piedi.

 di più
editoriale di Flame

Una delle ultime volte che sono venuto su a Turin sulla solita scatoletta di manzo di pendolare, mentre dentro si era tutti in attesa che la lasciassero entrare al Lingotto (stazione Lingotto, per chi non fosse mai stato a Torino, è un posto di una tristezza inenarrabile), sono andato a cercare meccanicamente con lo sguardo oltre il finestrino la tag dei miei eroi dove sapevo l’avrei trovata: su di un muro, sotto un ponte.

… e non c’era più!!! Come è possibile?! Mi sono messo a cercare meglio… niente … gli indomiti cowboy di onde di sesso contaminato erano stati cancellati.

Mentre cercavo faticosamente di farmene una ragione, la scatoletta manzotin si era rimessa in moto verso il Lingotto, e mentre si palesava davanti ai miei occhi l’enorme pisellone della Regione Piemonte in eterna costruzione mi è venuto da pensare che la Turin dei Gonorrea Surfers, la mia Turin, non esisteva più.

Quella con lo skyline senza i due piselloni, quella dell’intenso afrore di figa alle feste dell’ISEF che manco in piazza Duomo a Milano, quella dell'esame di matematica finanziaria al Palazzo del Lavoro prima che diventasse un ammasso di ruggine, quella del puttantour alla Pellerina, quella dei Murazzi un pelo prima che diventasse un posto per cabinotti e poi un bel niente per sempre, quella degli zamarri come mamma non ne fa più, quelli del Le Palace , quelli del tipo “Oh tu,minkia oh,ignorantedimmmerda, oh-vengo-li-e-ti-tiro-calci-nelle-costine”, quella del titolo di Gran Chiavone tra i goliardi del sangiuseppe, quella della pizzeria Arcicioch, quella dell’ultimo Gipo Farassino, quella dei Subsonica al Barrumba, quella del 10 stracolmo di ingegneri e di palazzonuovo stracolmo di fricchettoni radical chic quando non sapevano ancora di esserlo, quella di apple seed e ken shiro in mano agli studenti sui tram, quella di Jim Lee a Torino Comics, delle tequila bum bum al pub irlandese di Corso Vittorio, di Rock&Folk stracolmo di gente … adieu vecchia Turin … adieu Gonorrea Surfers … tempo fa avevo pensato anche ad un pezzo, ma mi erano venuti fuori solo un paio di versi del cazzo. Li riporto solo a titolo di saluto.

Al binario quattro c’è un Torino Salerno che non finisce più

Ringo scrive “Puttana la Uefa” sulla fiancata blu

Gino scrive “amore mio arrivederci”

Su un vagone di un treno merci

Vanda fa Minnie in guepiere sul rapido delle sette

Joe sbombola vicino ai binari con le chiappe strette

Gino esprime il suo bisogno di affetto

sul fianco di un vagone letto

 di più
editoriale di Falloppio

Siamo prossimi all'apocalisse.
Quanto manca? 5 anni? Forse 10?
Non di più.
Ci sarà una strage.
Noi che viviamo di musica, non siamo pronti.
Pensate il contrario?
Vi immaginate un mondo senza Ozzy Osbourne? Ha 70 anni e gira ancora il pianeta gridando Crazy Train.
E Il più grande cantante solista di tutti i tempi? Quel 70enne che porta il nome di Robert Plant?
Di anni ne ha ben 73 l'interprete di Jesus Christ Superstar, il mitico Ian Gillan.
Sir George Roger Waters ne ha addirittura 75.
Il baronetto Paul McCartney è un arzillo di 76 anni che ha appena inciso un nuovo disco.
Fortunatamente Mick Jagger ha solo 75 anni, e guarda come si muove ancora sul palco.
Dio, il cui nome di battesimo è Eric Patrick Clapton, ha festeggiato il 70esimo compleanno già due anni fa.

L'elenco dei "veterani" è lungo.
Ed io non sono pronto per l'apocalisse.

 di più
editoriale di CosmicJocker

Chi di voi ha avuto la (s)fortuna di imbattersi in qualche mia/o paginetta/delirio/commentucolo ha forse intuito la mia indomita passione per il randagismo cittadino.

C'è chi si inerpica in catartici cammini verso una qualche Santiago, io, più modestamente, mi accontento di trotterellare per le vie e purificare la mia anima sostando talvolta in qualche bar dimenticato da Dio.

Settimana scorsa, in una di queste peregrinazioni, mi sentivo insolitamente loquace (oltreché insolitamente sobrio).

Arenandomi in un tempio a me (ancora) sconosciuto e notando la scarsità di fedeli genuflessi ai tavoli, decisi di attaccare bottone con il Sommo Sacerdote del luogo.

Rubizzo, pingue, sgrammaticato e vagamente manesco, non mi ispirava nessuna fiducia, ma la sobrietà è una brutta bestia per me, tende a farmi abbassare le difese immunitarie e a dare possibilità a persone che d'istinto mi respingono.

Voleva assolutamente sapere cosa facessi per sbarcare il lunario ed io, vista la sua insistenza e nonostante la mia ritrosia, ho ammesso il mio percorso teatrale: la mia compagnia, le date e il fatto che, visto che il denaro che ne ricavavo era sempre piuttosto esiguo, puntellavo le mie entrate con lo scarico-farina.

Lui mi fissava in silenzio, ma la luce del suo sguardo e il sottotesto del suo immobilismo era:

"Ma tu guarda 'sto minchione! Il teatro a quasi quarant'anni! Che pena! Se non paga il vino lo ribalto!".

Io capivo tutto ciò (o almeno mi sembrava di capire, da sobrio non sono sicuro di niente) e, cominciando a divertirmi, ho giocato la carta della conduzione di laboratori teatrali per persone con disagio psichico che, essendo un lavoro istituzionalmente riconosciuto ed anche discretamente pagato, sortisce di solito un certo effetto con persone tendenti ad una forte semplificazione di tutto ciò che le circonda.

Ho salutato il buon uomo e, uscendo dal locale, mi sembrava che il suo abbozzo di sorriso dicesse:

"Bah, in fondo un bravo ragazzo. Non un coglione totale. E poi ha pagato senza problemi. Non ho perso troppo tempo con lui"...

...E il tempo, si sa, è denaro.

 di più
editoriale di zaireeka

Negli ultimi tempi mi sono messo più volte davanti al computer con la voglia di scrivere qualcosa su Lucio Battisti.

Per quelli come me nati a metà degli anni 60 del secolo scorso (che impressione fa a dirlo..) Battisti e’ stato la musica che suonava nell'aria il primo giorno di scuola, il giorno in cui si è riusciti finalmente a togliere le rotelle alla bici, nei campi di periferia giocando a pallone con due sassi come pali delle porte.

Ci sono delle canzoni che sono degli attaccapanni.

Attaccapanni a cui sono attaccati ricordi.

Come dice Camus, in fondo il vero scopo dell'arte non è altro che quello di aiutare l'uomo a riscoprire, per suo tramite, “quelle due o tre immagini grandi e semplici nella cui presenza il suo cuore si è aperto per la prima volta”.

Non per tutti Lucio Battisti può evocare le stesse cose, evocare ricordi, sicuramente non per mia figlia, ad esempio, che ha solo diciotto anni (beata lei).

Come fa notare Hofstadter noi non ascoltiamo Bach come lo ascoltavano i suoi contemporanei o quelli che sono venuti subito dopo di lui.

Per quanto mi riguarda quando penso alla mia infanzia/adolescenza penso in massima parte alle canzoni di Mina, Celentano, Modugno.

E Lucio Battisti, quelle degli anni 70.

A “E penso a te”, che mi ricorda la tipica malinconia di alcune domeniche sere davanti al televisore in bianco e nero.

A “La canzone del sole”, che mi ricorda mia sorella che la cantava in macchina durante i nostri viaggi in giro per l’Italia.

Ma in generale, senza nessuna canzone in particolare, e’ la musica di Battisti che è il foglio colorato su cui sono scritti quasi tutti i miei ricordi di vita di quegli anni.

Come dice Manuel Agnelli, e’ la luce che era diversa negli anni 70.

E il merito era soprattutto della musica di Lucio Battisti.

L'altro giorno mi è capitato di vedere su Youtube un’intervista fatta al nipote, il figlio della sorella, tale Andrea Barbacane.

Piena di aneddoti, di cose interessanti, alcune anche spiacevoli, sullo zio.

Oggi ne ho trovata un’altra, sempre su YouTube, direttamente a lui, l’ultima, del '79.

Se penso che in questa intervista aveva solo trentasei anni, che parla come se avesse avuto un lunghissimo passato alle spalle, che se ne è andato a soli cinquantacinque anni (tre più di me in questo momento), mi rendo conto che la sua vita è stata davvero estremamente intensa e che in fondo era quello che voleva, almeno musicalmente, sempre stando all’intervista. Quasi come sapesse che sarebbe finito tutto troppo presto. 

Al di la di quello che si legge e si ascolta in giro, ma anche basandomi su quello, mi sono fatto l’idea di quello che era soprattutto Battisti, a parte un grande compositore di musica.

Era una persona estremamente vogliosa di trovare un senso alla sua vita.

Il suo Dio non era quello ortodosso, delle religioni, ma ne aveva uno, perché tutti ne abbiamo uno.

Dopo il grande successo (i suoi album e singoli concorrevano sempre fra di loro per i primi posti nelle classifiche) aveva voluto cercare di stanarlo, con scelte illogiche e inopportune (vedi pubblicazione del suo album americano), per capire quanto questo Dio fosse davvero dalla sua parte.

Sentiva l’amore di Dio ma voleva la prova definitiva.

Chiamatelo pure delirio di onnipotenza.

E così si giustificano i dischi bianchi in cui per sua stessa ammissione l’esperimento ardito (preconizzato nell’ultima intervista) consisteva nel mettere insieme melodie e ritmiche ossessive facendo in modo che le prime continuassero a trionfare.

Lucio Battisti, già al tempo dell’ultima intervista, sapeva che non sarebbe vissuto per sempre, anzi.

E per questo, alla maniera di Borges, e del suo racconto “Borges e io”, aveva disconosciuto il personaggio pubblico Lucio Battisti.

Dopo di che l’uomo Battisti era rimasto solo con la sua musica.

Bianca e pronta a sfidare il giudizio di Dio.

Che forse non ha fatto in tempo a dimostrargli quanto bene gli volesse davvero.

 di più
editoriale di CTanis

“Canterbury College of Art”, Pedale (settimo mese del calendario patafisico) del 1966, Robert Wyatt, Daevid Allen, Kevin Ayers, Mike Ratledge, i fratelli Hopper, fondano la “macchina morbida” (Soft Machine).

Il 45 giri “Feelin Reelin Soveelin/Love Makes Sweet Music” è il manifesto della patafisica in musica, una gemma dalle forme bucoliche tardo-psichedeliche.

Nel migliore spirito patafisico il successivo “Box 25/4 lid” che portano i nostri ad aggiudicarsi una nomina al merito dal “Collegio della Patafisica” parigino: 48 secondi minimali senza fronzoli lessicali, un haiku musicale con l’orecchio rivolto a John Cage ed a Terry Riley.

E’ ormai evidente una tendenza all’opera transdisciplinare (in seguito maggiormente palesata nell’album “Third”) con un vero e proprio superamento dei confini tra generi artistici.

Le esibizioni sono caratterizzate dalla collaborazione di Mark Boyle, considerato il capostipite dei “light shows”, ed è con Boyle che nel 1967 i Soft Machine intrapresero una tournee in Francia con l’opera multimediale “Le desi attrapè par la queque” di Pablo Picasso sotto la direzione artistica del dadaista-surrealista Jean-Jacques Label.

Nel 1968 Kevin Ayers a tal proposito ebbe a dire: “sta nascendo o emergendo un nuovo genere di artista che proporrà un tipo di interpretazione radicalmente diversa. Anziché provare piacere di fronte ad uno spettacolo, le persone proveranno piacere con se stessi sotto la direzione del Nuovo Interprete. Il piacere non sarà più una fantasia rappresentata ma prenderà forma di una scoperta ed esperienza di sé, che – speriamo – determinerà la distruzione delle inibizioni che impediscono l’esperienza totale”.

Third, si diceva! Senza Daevid Allen e Kevin Ayers già per altri lidi, esce il 6 giugno del 1970 la Terza fatica.

Facelit (H. Hopper) è un tema fortemente influenzato dal minimalismo di T. Riley e dal Davis elettrico (In a silent day). Il basso di Hopper guida le improvvisazioni collettive in un atanor crimsoniano (In the Court…esce l’anno prima).

Slightly all the time (M. Ratledge) è un “viaggio inusuale” nel jazz modale con cortei di sax e tastiere.

Moon in June ( R. Wyatt) un mantra prichedelico e patafisico con la voce di Wyatt che fa pensare al mito di Er dove le Sirene emettono, ciascuna, una sola nota che unendosi alle altre formano l’Armonia. Il finale è concitato, tastiere agonizzanti, linee di basso fortemente ritmate e deliqui sonori.

Out-bloody-Rageous ( M. Ratledge) cellule melodiche si ripetono con variazioni a tema ( A Rainbow il Curved Air- T. Riley) per sfociare in un raga jazzistico di fiati e tastiere su un tappeto di basso che delinea la “strada” in un percorso circolare di continuo ritorno.

Musica e immagine formano, nei vari “happenings” di Third un flusso con interruzioni e esplosioni inattese suggerendo continuamente nuovi significati e relazioni. La dimensione visiva è parte integrante del messaggio musicale.

Alfred Jarry in “Gesta e opinioni del dott. Faustroll Patafisico” diceva che la patafisica “studierà le leggi che veggono le eccezioni e esplicherà l’universo supplementare a questo; o meno ambiziosamente descriverà un universo che si può vedere e che forse si deve vedere al posto tradizionale…”

  1. Facelift – 18:45 (Hugh Hopper)
  2. Slightly All the Time – 18:12 (Mike Ratledge)
  3. Moon in June – 19:08 (Robert Wyatt)
  4. Out-Bloody-Rageous – 19:10 (Mike Ratledge)

Mike Ratledge: Keyboards, Organ, Piano
Robert Wyatt: Drums, Vocals
Hugh Hopper: Bass
Elton Dean: Alto Saxophone, Saxello, Saxophone
Lyn Dobson: Flute, Horn, Soprano Saxophone
Nick Evans: Trombone
Jimmy Hastings: Bass Clarinet, Flute, Wind
Rab Spall: Violin

 di più
editoriale di Mark76

Jimmy Wayne ”Jimi” Jamison (1951-2014)

In us we all have the power
But sometimes it's so hard to see
And instinct is stronger than reason
It's just human nature to me

I’ll be ready

Don’t you fear

Forever and always

I’m always here.

Nel giro degli ultimi 5 anni, i cultori del rock adulto hanno dovuto assistere impotenti alla scomparsa di B. Walker, F. Frederiksen, A. Fritsch, J. Jamison: dando prova di un realismo eroico di tratto jüngeriano, pure trasposto dalle “tempeste di acciaio” alle sofisticate atmosfere statunitensi da inoltrata nottata metropolitana. Altri luoghi, altri tempi, altre guerre. Dell’ultimo crooner menzionato, di diritto nella “top five” dei vocalist AOR, oggi ricorre il quarto anniversario (il dies natalis occorse il 1/9/2014); Jimi fu, tra l’altro, singer dei leggendari Survivor tra il 1984 ed il 1989 (oltre che tra il 2000 ed il 2006, e dal 2011 fino alla improvvisa, ed improvvida, dipartita verso le sfere celesti): epoca d’oro di uno stile metamusicale che ancor oggi molti rimpiangono, spesso rifugiandosi -- per scomposta ma umanamente comprensibile reazione -- in un intimismo solo eticamente provvidenziale.

Uomo verace del Mississippi, probo ma non succube della retorica abolizionista, Jimi non negava mai un autografo o una pacca sulla spalla agli innumerevoli fan: neppure all’ultimo dei garzoni da salotto postatomico. Avrebbe sorriso, riteniamo, anche all’orripilante Saviano, se avesse avuto la sventura di incontrarlo.

Chi, ci chiediamo retoricamente tra il trasognato e l’ossequioso, non ha almeno una volta versato una lacrima auscultando le sue maschie, preziose romanticherie in “The Search Is Over” (n. 4 USA; video patinatissimo eppure di sottile autenticità), “I Can’t Hold Back”, “Man Against the World” (splendida glossa filmica, ad omaggiare l’ingenuo titanismo a stelle e strisce), “Burning Heart” (n. 2 USA, nella colonna sonora di “Rocky III”: Stallone sostenne di aver alzato 40 kg più del solito, solo odendone in lontananza lo stentoreo refrain, che incredibilmente coincide con la strofa), “I’m Always Here” (tema del clamoroso, avveniristico per i tempi, “Baywatch”), “Desperate Dreams” (riff e dialogo chitarra-tastiere che sostiene ex nihilo ogni incontro galante degno di codesto nome), “Rebel Son”, “It’s the Singer Not the Song” (sorta di manifesto programmatico per teoreti dello chic rock), “Ever Since the World Began” (tema di “Sorvegliato Speciale” – rivoluzionario blockbuster di Stallone: perché col negro inflessibile ma misericorde --, che fece impazzire l’antico, ma già lobotomizzato sodale nipponico), o anche nella struggente “Across the Miles”: magari solcando la 101 tra la California e l’Oregon, terre di elezione dei commoventi “Goonies” e dell’epico, protofascistico “Mercoledì da Leoni”?

Con la morte di Jimi, crediamo, si pone un pregiato sigillo su tutto un universo simbolico – estetico prima che sonoro: etico-antropologico e poietico, dunque, prima che musicale -- ormai ermeticamente conchiuso. Con Gramm mezzo malaticcio, Perry blandamente tornato ai fasti del buon tempo antico, Free segretaria di banca gendericamente modificata e Mardones ridotto ad una larva (abita, si vocifera, una baracca tra i metalmeccanici della periferia della stolida Syracuse), ora qualcuno si dovrà pur prendere la briga – e con questa la responsabilità esiziale -- di fare la storia del rock adulto: sussumendo, in tal modo, il mistero della storia nella fuggevole diacronia di una epoché attraversata e risolta per iatum. Epperò, in ultima istanza e come già il valente Rocchi sostenne a suo tempo, la realtà non esiste. Essa è il languido sogno di un camaleontico, malevolo trickster, che alcuni si ostinano a scambiare per demiurgo (conferendole così una insussistente dignità ontologica): una sorta di riverbero immaginale, tutto formalmente concentrato negli anni ’80 (in specie, lo rammentiamo per chi non se ne sia ancora avveduto, tra il 1984 ed il 1987/1989), e materialmente nei vinili accatastati in mansarde, ripostigli, anfratti ubiqui e volatili.

Jamison riposa a Newport, Ms, prossimo ai luoghi natali. The search is over, Jimi.

 di più
editoriale di Bearry

Se è vero, come dicono, che nella nostra esistenza terrena viviamo momenti chiari ed altri più scuri, quelli dei Dè Noot sinora erano stati decisamente i più bui, comunque e sempre, di quei poveracci che abitavano quel gruppo di case, oscillando dalla penombra dei casi migliori alle tenebre di quelli più tristi.

Qualcosa però forse stava cambiando in meglio per la Famiglia di Angelo, da quando, insperatamente, erano diventati con poco i nuovi proprietari di quella villa d’epoca arroccata sopra la città di Gevona, che a breve avrebbe permesso loro di allontanarsi da quei ruderi dove aveva vissuto in passato il Conte Vlad, che da tempo li costringeva a convivere con la sua ingombrante presenza.

A poche ore dall’imbrunire, con l'aiuto della consorte Eveline, detta anche Smile per il perenne sorriso, lo stesso aveva accatastato lo stretto necessario in quella grande stanza del primo piano, rimandando al giorno dopo, con l’arrivo del mobilio, a sistemare il resto dei loro averi, ancora stipati negli scatoloni rimasti nell’ingresso.

“L’acquisto di questa casa, Cari miei, nel tempo sarà il nostro riscatto”

sostenne convinto Angelo, conosciuto come Tumòrro nàit (tomorrow night) da quelli del bar vicino per i suoi eccessi notturni dovuti all'acool.

“eh già, un po’ d'affare 'sta villa del 'zzo, con tutti ‘sti ambienti uno dentro l'altro, chiusi tra loro come in una matrioska da porte interne, con su scritto: chiudere bene a chiave la notte, che terminano contro le stanze da letto del primo piano”.

questa fu la risposta del solito prendingiro di Andrea, loro ultimo genito rinominato dagli stessi come Bimbo Stress.

In attesa di migliorie a quello strano assetto interno, i nostri ligi a quei cartelli serrarono tutte le porte interne, pronti a dormire in fondo a quella lunga serie di stanze chiuse, adattandosi all'occorrenza anche, femmine incluse, a fare i propri bisogni notturni, qualunque fossero, giù dalle finestre verso il sottostante giardino, con l’incredulità della bella Catterina, la prima genita, detta anche la Bronzsa Cuerta (brace coperta), perennemente alla ricerca del moroso perfetto...

Un attimo prima di prender sonno ci fu la buonanotte di Angelo, che, rassicurante, chiosò:

" ’notte, domani finalmente arrivano mobili ed utenze…, le torce elettriche sono ormai scariche, per stanotte usate il grosso cero trovato sopra quella vecchia cassa che è sotto…”.

Contro ogni regola della fisica, erano ormai le tre quando quel cero, anziché continuar a far luce, si spense di colpo.

Rimasti al buio i presenti, si divisero tra quelli che continuarono a dormire, e chi, ancora sveglio, si rigirava nel letto, facendo strane ipotesi su quel posto così isolato e disabitato da anni, come Catterina, che nel mentre guardava fuori silente.

BOOM! Un tuono li svegliò. Si guardarono per un attimo intorno, cercando di capire se era realtà o frutto della loro immaginazione, mentre Andrea guardò l’ora del cellulare, purtroppo senza campo, ma erano solo le quattro, e grazie alla sua luce si apprestarono preoccupati verso la porta interna, mentre continuavano i boati.

In un primo momento, pensarono che qualcuno fosse entrato in casa a loro insaputa, poi rimasero in silenzio sino a che dal sottostante salone partirono fortissimi stridii e riverberi che evocavano atmosfere inquiete e rumori da vecchio film horror, portando dentro la stanza tanta inquietudine, paura e malvagità.

Poi quei rumori si mischiarono gradualmente ad una Musica, sempre più forte ed angosciante, a cui Andrea diede subito un senso: tutto viene dallo stereo di sotto, ieri sera ho sentito "Bela Lugosi's Dead", primo singolo dei Bauhaus del 1979, si vede che quel CD ora inspiegabilmente ha ripreso a suonare..."

Mentre tutto proseguiva ancora, fuori nel sottostante giardino ecco una sagoma. È quella di uno indefinitamente pericoloso, che indossa strani abiti neri, in piedi di fronte alla luce della luna, con la schiena rivolta verso di loro.

Anche se tutto sembra reale, il loro sguardo va oltre la sua inconsistente figura. Immobilizzati dalla paura, respirano a fatica, quando lo stesso, lentamente, guarda poco a poco verso di loro.

I loro occhi strabuzzano quando si accorgono delle sue sembianze così poco umane, mentre quella visione si offusca e si dilegua, ritornando a giacere in quella vecchia cassa di legno, da cui Angelo la sera prima aveva recuperato quel cero.

Un suono li sveglia, è il cellulare di Andrea che vibra contro il pavimento. È mattina. La luce filtra attraverso la finestra, ed i tecnici per attivare le utenze sono rassicurantemente sotto casa ad aspettarli, mentre i Dè Noot finalmente scendono, per riappropriarsi delle loro cose, anche se ancora spaventati per quella notte.

Intanto Angelo si attarda per cercare Catterina, e quando non la trova pensa tranquillo "sarà sicuramente scesa a Gevona", mentre il Conte Vlad ritorna polvere per sempre, anche se non più solo come prima, libero finalmente da quel maleficio, scomparendo dalla sua vista...

 di più